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Recensione : MARGINI

Margini il film Descritta come una "sgangherata commedia punk" (nata dopo una gestazione di dieci anni) che si propone di raccontare la scena hardcore punk italiana, inizialmente concepita dai nostri come un tentativo di riproposizione cinematografica del libro

MARGINI

Tra le sorprese e rivelazioni più liete e gradite del 2022, capace di arrivare a un pubblico più ampio degli aficionados musicali (ricevendo il premio del pubblico alla settimana internazionale della critica della Mostra del cinema di Venezia, e la candidatura a riconoscimenti prestigiosi come i David di Donatello per il “miglior esordio alla regia” e la “miglior canzone originale“, oltre a essere ancora presente nelle sale italiane e protagonista di premére cinematografiche in giro per il mondo) “Margini” è un film che vede l’esordio nei lungometraggi, alla regia, di Niccolò Falsetti (presente nella soundtrack della pellicola anche come musicista col gruppo oi/hardcore/street punk maremmano dei PEGS) coadiuvato da Francesco Turbanti (in veste di sceneggiatore, attore e compagno di band di Falsetti nei PEGS, la cui canzone “La palude” è in concorso ai succitati David) e Tommaso Renzoni, supportato dai Manetti Bros., Rai cinema e la dispàrte produzioni (distribuito da Fandango) e con la partecipazione del noto fumettista Zerocalcare, autore della locandina e di altri disegni a tema.

Il film è stato cronologicamente contestualizzato alla fine dell’estate 2008 (un passaggio di consegne metaforicamente spartiacque dell’anno come della vita, in cui sta per concludersi il fuoco rivoluzionario dell’esuberanza spavalda giovanile e sta per iniziare l’autunno, ovvero la stagione della maturità e dei “doveri” che essa comporta, inclusa la crescita esistenziale, allo stesso tempo desiderata e rifuggita) scelto dagli autori perché florido a livello di aggregazione giovanile e musicale, grazie alla presenza attiva dell’As One Crew, collettivo punk che ha organizzato tantissimi concerti, e caratterizzato dal proliferare di nuove band che in quel periodo si formavano ogni settimana) e geograficamente ambientato a Grosseto, ma è un posto che potrebbe essere interscambiabile con qualsiasi altro capoluogo di provincia o paesello del nostro Stivale, date le oggettive difficoltà comuni che si possono riscontrare in contesti di medie-piccole dimensioni abitative e sociali. La Maremma toscana come luogo-non luogo fisico e spirituale che richiama l’Emilia Paranoica (di quaranta anni fa) dei CCCP Fedeli Alla Linea, con Grosseto come Reggio Emilia, ultimo baluardo della provincia della provincia dell’Impero che potrebbe essere idealizzato a mo’ di suggestione romantica/distopica, una periferia estrema del New York hardcore come un ponte metafisico che dall’Oceano atlantico va a morire nell’Argentario, così come Ferretti e Zamboni negli Eighties fantasticavano, suggestionati dalla scena punk tedesca, della loro Reggio Emilia come un immaginario prolungamento oltreconfine di Berlino.

Descritta come una “sgangherata commedia punk” (nata dopo una gestazione di dieci anni) che si propone di raccontare la scena hardcore punk italiana, inizialmente concepita dai nostri come un tentativo di riproposizione cinematografica del libro “Costretti a sanguinare” di Marco Philopat, poi abbandonato in favore della scelta di proiettare sullo schermo le proprie esperienze autobiografiche e una avventura davvero accaduta, che ha visto coinvolta la summenzionata crew di band grossetane di cui facevano parte anche Falsetti e Turbanti (che nell’estate 2007 riuscì a portare i newyorchesi Madball in concerto a Grosseto) Margini risulta comunque essere molto realistico, perché chiunque abbia provato a organizzare un concerto punk rock (o comunque non di massa e destinato a una certa “nicchia” particolare di persone) in qualsiasi provincia o piccolo luogo in Italia può facilmente immedesimarsi nelle tribolate vicissitudini dei tre ragazzi protagonisti (oltre al già menzionato Francesco Turbanti nel ruolo dello skinheadMichele“, ci sono Emanuele Linfatti a impersonare “Edoardo” e Matteo Creatini a interpretare “Iacopo“) sempre in bilico tra disagio ed eccitazione, cercando di scuotere una cittadina dormiente dal torpore e dall’immobilismo.

La pellicola, in modo efficace e veritiero, scorre sotto i nostri occhi esponendo le peripezie di tre giovani adulti, sospesi tra il suonare veloce ed evadere dalla squallida realtà quotidiana grazie alla musica (le prove con la loro formazione street punk, i “Wait for Nothing“, il suonare ovunque sia possibile, dalle feste dell’unità agli stabilimenti balneari, dalle feste di diciott’anni alle sagre di paese, per pochissime persone che, quando non sono indifferenti, li fraintendono e scherniscono, o anche la voglia, mista a forza della disperazione, di lanciarsi in audaci inviti a organizzare un live dai costi proibitivi per promoter sfaccendati/sconclusionati come loro, non demoralizzandosi per un concerto saltato a due ore da casa, ma provare a ricrearlo da se, senza spostarsi da casa per una volta, arrivando anche a provare a rubare maldestramente l’impianto audio di una discoteca fighetta) e gli impegni imposti dalla vita vera (Michele squattrinato e disoccupato, con la moglie Margherita lavoratrice monoreddito e una figlia piccola da crescere, Edoardo e i suoi problemi con una famiglia disfunzionale che lo portano a essere cacciato di casa e dormire nella sua auto, il borghese Iacopo che studia e suona anche “musica alta”, rispondendo alla chiamata per accompagnare un maestro d’orchestra al violoncello proprio nel giorno in cui i Wait for Nothing avrebbero dovuto fare da cerimonieri all’evento organizzato per un gruppo hardcore americano, i Defense, nome di fantasia dietro cui si cela un vero combo della vecchia guardia HC, i romani PAYBACK, che nel vero episodio del concerto maremmano del 2007 suonarono di spalla ai Madball).

Margini Film - Margini

Ci si può facilmente riconoscere e identificare in questi ragazzi (soprattutto chi è nato e cresciuto in provincia, senza gli agi delle metropoli, sa bene di cosa tratta il lungometraggio) alle prese con le piccole gioie e le grandi amarezze di tutti i giorni, man mano che la storia si dipana. Contesti sfigati di periferia (tremenda la scena del fonico che subisce rimproveri dai preti per la scarsa qualità dei microfoni durante una messa in stereofonia in una piazza) che niente hanno da offrire, pochi soldi a disposizione (spesi tutti da “Rudeness“, leggendario negozio di dischi e abbigliamento streetwear nel centro storico del capoluogo) le illusioni, la solitudine, lo sconforto derivato dalla consapevolezza di abitare letteralmente in culo al mondo (“a due ore da tutto“) la desolazione, l’insoddisfazione, l’arte di arrangiarsi (“se Maometto non va alla montagna…” allora per una volta si fanno venire gli americani a suonare da noi in paese, pur indebitandoci, presso la sala dell’ex circoscrizione pace adibita a centro anziani) gli imprevisti, le situazioni involontariamente comiche che si creano (come quella del presentatore che chiede al gruppo che tipo di musica “un po’ rumorosa, però ganza, diciamo…” suoni, prima di donare ai ragazzi due cartelle per la tombolata) gli espedienti, i sotterfugi “a fin di bene”, i dialoghi in dialetto locale (a costo di risultare incomprensibili in certi frangenti) a rendere più verosimile il racconto. E gli sbattimenti per organizzare un concerto, gli ostacoli nella preparazione (l’ostracismo del patrigno di Edoardo, gestore di una piccola sala da ballo, il cui unico tornaconto da localaro viene svelato nella classica domanda: “Quanta gente portate?” (gente = denaro) alla richiesta dei ragazzi di suonare nella sua discoteca e “portare un gruppo americano”) le contraddizioni della vita quotidiana (tra la musica d’orchestra come lavoro e suonare street/hardcore punk per passione, dove nel caso di Iacopo prevale la prima, non degnandosi neanche di rispondere alla telefonata dei suoi amici dopo il concerto) l’adrenalina, la voglia di riscatto, l’urgenza giovanile dei vent’anni, le rotture di coglioni, i problemi in famiglia, gli scazzi personali, il sentirsi chiusi in gabbia, le incomprensioni con le “istituzioni” dell’ordine costituito e la chiusura mentale dei suoi pittoreschi personaggi/rappresentanti, burocrati interessati solo al profitto; l’inevitabile dilemma-domanda: “resto o scappo? Resisto o me ne vado?” e lo scontro con una realtà grigia popolata da gente ordinaria che non comprende il messaggio cantato dai ragazzi (“Punk è molto più di borchie, anfibi e creste colorate!” riprendendo il brano “Punk è moda” dei Colonna Infame Skinhead) e non contempla più i sogni; le frustrazioni che nascono dal non essere capiti, mettersi in gioco e mettere in discussione le (poche) certezze delle proprie esistenze per restare fedeli alla filosofia Do-It-Yourself, realizzare qualcosa di non abituale, di “ganzo” e di diverso dalla routine del nulla offerta dalla vita di provincia (dove l’unico “antidoto alla noia”, oltre a ubriacarsi al Caffè Ricasoli – del compianto Gigi, al quale il film è dedicato – è sfasciare la balera del patrigno di “Edoardo” per rubargli l’impianto audio e finire in questura) la presa di coscienza nell’essere percepiti come “sfigati”, “ultimi”, rifiuti del “ceto medio”, e di vivere ai margini della società (che li considera “reietti”, “imbecilli”, “drogati” e “debosciati” perché differenti dal branco di pecoroni omologati, e le masse hanno sempre paura di ciò che è “diverso” dal conformismo, e nel caso degli skinhead, sottocultura ampiamente antirazzista e di natura anarchica, si denota l’ignoranza della gente comune che li chiama “naziskin“, facendo, è proprio il caso di dirlo, di tutta l’erba un fascio) e lontani da ciò che accade nelle scene HC punk delle grandi città e metropoli italiane ed estere. E questo complesso di inferiorità, nel finale del film, si sublima amaramente nel resoconto del concerto, che vede i nostri oscillare tra delusione (per non avervi preso attivamente parte, non aprendo per le “leggende hc americane” ma solo assistendo e partecipando al live tra il pubblico) e la stremata soddisfazione per aver portato, nonostante tutto, una scarica di energia e tante persone a Grosseto, con in sottofondo, su nastro, una stridente “Se bruciasse la città” di Massimo Ranieri, (apparentemente) completamente fuori contesto, eppure inserita in una beffarda attinenza con lo sfumare della pellicola, quasi a volerci ricordare che non si può scappare per sempre dalle proprie radici (pur detestandole) e che prima o poi bisogna fare i conti con le proprie origini e con la realtà che si ha intorno, anche se fa schifo, provando a cambiarla, o almeno a smuovere un po’ le acque, prima che il passaggio dall’età giovanile/tardoadolescenziale a quella adulta e “responsabile” non faccia svanire del tutto i propri sogni e ideali e lasci al posto alla rassegnazione dell’essere automi che, per dirla di nuovo coi CCCP, nel tragitto casa-lavoro(precario-sottopagato) obbediscono a un solo mantra capitalistico totalizzante: “Produci-Consuma-Crepa“.

Una colonna sonora di tutto rispetto, e perfettamente consona allo spirito dell’opera, sciorinata per intero alla fine del plot (e che vede la presenza di Negazione, Nabat, Klaxon, i summenzionati PEGS, Colonna Infame Skinhead e Payback, i Kina, La Crisi e Gli Ultimi, il cui brano “Ai margini” ha dato il titolo al movie) accompagna le scorribande di Michele, Edoardo e Iacopo, che in un certo senso ereditano lo stesso sguardo sulla provincia (italiana) analizzato dalla gang di disadattati punk di Montesilvano (Pescara) nella “Guerra degli Antò“, che a livello temporale era ambientato quasi venti anni prima di “Margini“, ma la sostanza non cambia, le problematiche di stallo e squallore restano uguali nel tempo. E di sicuro era così anche tre lustri prima, nella universitaria/bottegaia Bologna settantasettina (dove anche all’epoca la classe politica/dirigente si dimostrò ottusa e incapace di comunicare con le nuove generazioni, fraintendendo il magma contestatario libertario giovanile) scossa politicamente dal Movimento e a livello culturale-artistico dall’esplosione della scena rock ‘n’ roll cittadina e dall’agire di personaggi geniali come Andrea Pazienza (altra fonte di ispirazione credibile soprattutto per i dialoghi linguisticamente poco ricercati e spesso quasi fumettistici e tragicomici che caratterizzano diverse scene della pellicola di Falsetti e crew) anche se le influenze principali dichiarate da regista e sceneggiatori, non a torto, sono da ricercare in “L’odio” e soprattutto in “This Is England“, film-manifesto della cultura skinhead adorato e preso a modello come taglio stilistico e concettuale. Interessante anche la lista di libri, film e documentari dalla quale gli autori hanno attinto spunti.

Margini è un progetto nato e sviluppatosi dal basso, che trasuda genuinità e si sta prendendo (forse) inaspettate soddisfazioni, tra cui quella di accattivarsi le simpatie di ambienti anche totalmente esterni ed estranei all’universo skin e punk (magari incuriositi dal fascino “esotico” emanato da una storia outsider legata a un mondo etico-musicale che oggi risulta anacronistico e “antistorico” per la società post-moderna che vivacchia in un eterno presente) oltre a essere giudicato, dalla tribù degli “addetti ai lavori” in maniera pressoché unanime, un racconto credibile e attinente al vero, che suscita empatia. C’è dentro la vita di ogni giorno che trascende la fiction: sangue, sudore, lacrime, mentalità, militanza, botte, sbronze, rabbia, stile, goliardia, solidarietà, amicizia, ribellione, consapevolezza di essere bloccati in una palude, l’odore fotocopiato dei volantini dei concerti, la puzza di benzina che sbrodola dall’auto scassata, la muffa delle sale prove scalcagnate, soldi che bastano a malapena per birra e sigarette, felicità a momenti e futuro incerto, ironia, dramma, fare di necessità virtù, resistere e tirare avanti ingoiando merda, farsi beffe delle autorità e sputare in faccia alle avversità coi botta e risposta di cori enfatici sorretti da chitarre elettriche veloci e taglienti, e una attitudine senza compromessi. Perché sì, evidentemente a qualcuno frega ancora qualcosa di come stanno e cosa fanno i “kids” in provincia, anche se scappa da ridere se dici di fare punk a Grosseto. Una piccola, onesta vittoria dei quartieri popolari, ancora capaci di meravigliare e dare uno smacco e lezioni di vita alle megalopoli. La morale complessiva di questa favola proletaria è: quando vuoi qualcosa, muovi il culo e te la vai a prendere, la fai succedere, anche quando tutto ti si ritorce contro. Lodi a chi si fa ancora il mazzo per promuovere una rivoluzione controculturale in Italia oggi.

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