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Recensione : Peter Sellers & The Hollywood Party – To Make A Romance Out Of Swiftness

Continua l’opera meritoria della label toscana Area Pirata che, da un lato, va avanti nel perseguire il presente delle uscite delle band del suo notevole roster, e a rinnovare, dall’altro, la sua attività di ripescaggi di chicche musicali del passato. Su quest’ultimo fronte, in tema di reissues, dopo il recente recupero di “Bare bones” dei CUT, a questo giro va segnalata la ristampa di “To make a romance out of swiftness“, l’unico vero studio album (escludendo il mini-Lp omonimo) dei milanesi Peter Sellers & The Hollywood Party, originariamente uscito nel 1989 e a lungo fuori catalogo.

Attiva dal 1984 al 1991 (anche dando vita al progetto parallelo Subterranean Dining Rooms) sciolta e poi riformatasi negli anni Zero del nuovo millennio, la band lombarda – guidata da Stefano Ghittoni aka “Magick Y”, Tiberio Longoni aka “Uncle Tybia” e Antonio Loria aka “Metro Benzina” – si muoveva nel brulicante underground controculturale italiano (in contrapposizione alla “Milano da bere” dell’edonismo reaganiano e l’arroganza socio-politica del craxismo rampante pre-Tangentopoli, mentre tutto il mainstream grondava di plasticoso disimpegno culturale e il dilagare “dall’alto” dell’eroina come “droga di stato” lasciata circolare in grandi quantità dal Potere borghese per neutralizzare e anestetizzare le velleità politiche ribelli/rivoluzionarie del mondo giovanile, studentesco e operaio) nutrendosi di un immaginario Sixties, dal cinema (il nome del gruppo era chiaramente ispirato al noto attore, e artista poliedrico, Peter Sellers) alle influenze sonore (Pink Floyd Barrettiani, Syd Barrett, gli Stones, Bob Dylan, Velvet Underground) combinate con fragranze punk e post-punk di fine Seventies (Patti Smith, Television Personalities e gli Swell Maps di Nikki Sudden, col quale collaborarono) e la filosofia Do-It-Yourself (il gruppo fondò l’etichetta indipendente Crazy Mannequin) avendo come sfondo estetico la Swinging London, Kerouac e la Beat Generation, e la Factory di Andy Warhol.

Se già qualche anno fa la raccolta “The Early Years 1985 – 1988” aveva provveduto a mettere un ordine alla loro frastagliata produzione discografica, la neopsichedelia dei Peter Sellers (tra gli alfieri di un sottobosco dai colori sgargianti che li vedeva accomunati con altri ensemble come i No Strange, gli Allison Run e gli Effervescent Elephants, in una scena sostenuta dalla stampa specializzata, dalle fanzine e dalle piccole label come la Electric Eye Records di Claudio Sorge, poi riassunta e documentata nel prezioso volume “Eighties colours” di Roberto Calabrò) trovava forma compiuta nel loro lavoro sulla lunga distanza, “To make a romance out of swiftness” (arricchito dai tre brani dell’EP 7″ originale “Swiftness“) che abbracciava le fragranze del Bob Dylan elettrico (“Wild Winwaters“, “Horses“, “Too much time“) passaggi inquieti e nervosi che potevano ricordare i loro concittadini Carnival Of Fools e quindi, di rimando, certe atmosfere oscure alla Nick Cave (in “Motel” e “French morning“) strascichi Barrettiani (“Hands“, “Satanik blues“) l’esuberanza degli Stones sessantiani con Brian Jones (“Country honk“) armonie pop destrutturate (“Falling nights“) e il folk/psych di Nikki Sudden (“Slow blues“). Degna di nota la cover di “Too much junkye business” del compianto Johnny Thunders.

Un recupero intelligente che dimostra, ancora una volta, che gli Eighties non sono stati solo un decennio tossico e nocivo, ma hanno partorito anche delle chicche assolute come questo album.

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