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Recensione : Laughing Hyenas – That Girl: Live Recordings 1986 – 1994

Non si parla (e non si loda) mai abbastanza della parabola dei Laughing Hyenas, l’esplosiva formazione garage/noise/punk/blues statunitense, originaria del Michigan (Ann Arbor, le stesse zone che hanno dato i natali anche ai mostri sacri del proto-punk, gli Stooges, e affini alla scena di Detroit che conobbe il suo boom alla fine dello scorso millennio) attiva per un decennio – dal 1985 al 1995 – in cui, con dischi come “Merry go round“, “You can’t pray a lie” e “Life of crime“, e la rumorosa aggressività dei loro concerti selvaggi, ha giocato un ruolo importante nello sviluppo della scena post-hardcore e noise rock, nonché nella espansione e divulgazione del movimento indie rock americano, pur non raggiungendo mai la stessa popolarità di altre band contemporanee più rinomate (Fugazi, Mudhoney, Nirvana, Sonic Youth).

La Third Man Records (label creata da Jack White, che qualche anno fa aveva già ristampato la loro discografia) ha pensato bene di omaggiarla, quest’anno, pubblicando un doppio album dal vivo, “That Girl: Live Recordings 1986 – 1994“, antologia che raccoglie e documenta brani (provenienti dall’archivio personale del frontman John Brannon, e trasferiti dalle cassette tapes grazie al lavoro di missaggio/mastering operato da Bobby Emmett) registrati dal vivo dalla band in giro per gli States (nel periodo temporale al quale si fa riferimento nel suddetto titolo) nel corso di incendiari live set catturati tra la nativa Ann Arbor, Seattle, New York (tra esibizioni in radio, al CBGB e al Ritz) e il Maxwell’s nel New Jersey, nei quali veniva sprigionata tutta l’energia grezza dell’essenza rock ‘n’ roll delle Iene Ridenti. Niente trucchetti da studio, niente immondizia AI, ma solo la fedele testimonianza di cosa fosse (e dovrebbe sempre essere alla base del R’N’R) il vedere in azione il gruppo: sudore, intensità, eccitazione animalesca, imprevedibilità, pericolo, disperazione, sporcizia, suoni slabbrati, strumenti martoriati, vocals esasperate, un feeling sinistro, il tormento interiore che genera il sacro fuoco dell’arte, nessuna concessione a compromessi poppeggianti e motivetti smielati.

Una creatura selvatica, scorbutica e autodistruttiva, quella generata dall’incontro tra John Brannon e la chitarrista Larissa Strickland – che ci ha lasciati troppo presto, nel 2006 – e, intorno a loro, altri partners in crime (i bassisti Kevin Strickland/Munro e Ron Sakowski, i batteristi Mike Danner, Todd Swalla e il compianto Jim Kimball) sonicamente influenzata tanto dai concittadini Stooges (e, di riflesso, gli immancabili MC5, quando si parla della “Motor city”) quanto dai Birthday Party e dal blues trasfigurato in una reinterpretazione laida e marcia (alla maniera dei coevi Pussy Galore) e che in sede live esprimeva al meglio la natura dinamitarda della loro proposta musicale: si dovrebbero citare tutti i diciannove pezzi (qui è inclusa anche una cover di “Public Animal #9” di Alice Cooper e “I want you right now” dei Troggs) ma basterebbe la carica di potenza, ferocia e rabbia di “Sister“, “Love’s my only crime“, “Crawl“, la title track (posta in apertura) “Let it burn“, “Hell’s kitchen“, “Playground“, “Everything I want” e “Wild heart” per assestare un prepotente calcio in culo a tutto il rockettino innocuo alla virginradio e altra robaccia tanto in voga oggi.

Coloro che hanno sete di rock ‘n’ roll e hanno voglia di ripassarne un capitolo underground più viscerale e autentico della sua storia, dovranno assolutamente immergersi nelle acque avvelenate di questi solchi.

TRACKLIST

A1. That Girl
A2. Sister
A3. Lullaby and Goodnight
A4. Love’s My Only Crime
B1. Let It Burn
B2. Everything I Want
B3. Dedications To The One I Love
B4. Seven Come Eleven
B5. Wild Heart
C1. Here We Go Again
C2. Public Animal #9
C3. Black Cloud
C4. Crawl
D1. Just Can’t Win
D2. Each Dawn I Die
D3. I Want You Right Now

Bonus Limited Edition 7″
A1. Stain
B1. Hell’s Kitchen
B2. Playground

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