“Il pettine” di Laura Pariani, edito da Sellerio
In questo libro di racconti, i personaggi sono donne; per lo più fanciulle contadine allo schiudersi di aspettative subito deluse, o vecchie sul finire della vita che ricordano. Con la forza dello stoicismo contadino che viene loro dalle filastrocche, dai proverbi, dai racconti dei vecchi, le donne di Laura Pariani discorrono con l’immensità.
Potrete leggere passaggi come questi:
Vanno i bambini dal mattino al tramonto del sole, come un sasso lanciato per àri e, al calar del buio, piombano di schianto nel soffice muschio del sonno…
Ma i grilli non vanno ammazzati, perché il loro vironvìno serve a noi uomini per non sentire le grida delle anime in pena del Purgatorio, che ogni volta che la luna si riempie salgon nel mondo dei vivi a contare la loro desolazione. Se non ci fossero i grilli, la notte si riempirebbe di pianti e di gemiti, da farci diventare stòrni (…).
(…) in fondo l’unica cosa di cui abbiam bisogno noi uomini è una mano che si posi sulla nostra, che voglia posarsi sulla nostra, che ci trattenga da quell’abisso che, a volte, il nostro cuore diventa.
Il dolore rende soli. Più esattamente, il dolore non consente sostituti, non permette in alcun caso di cedere ad altri l’esperienza della sofferenza o di rimandarla ad altro tempo. Il dolore è interamente tuo e ti separa da chi non lo prova. Quando ne sei colpita, entri in un cerchio di estraneità e ti percepisci diversa e senza parole.
Mi pesa in fondo dover ammettere che è più facile amare i morti che i vivi.
Forse la ricchezza dell’infanzia che tutti, credo, avvertiamo nasce dal fatto che arricchiamo di continuo il passato con riflessioni su quanto abbiamo vissuto.
L’adolescenza è una brutta età. (…) come un trapezista, devi abbandonare la salda presa dell’infanzia e cercare di afferrare l’appiglio dell’età adulta; e tutto ciò dipende, in un intervallo che mozza il fiato dall’emozione, dall’attendibilità di coloro da cui ti sganci e di coloro che sono destinati a riceverti…
La gramigna dell’idea di una vita senza te mi affonda le radici nelle tempie…
(…) l’unico paradiso è ciò che abbiamo perduto.
Ho una cosa da farti vedere. Vieni qui. C’è infatti qualcosa di molle e rosa che esce dai pantaloni aperti dello strascé. Lui le stringe i polsi e le fa male. Guarda. Guarda soltanto. Ma quello che lui le sta chiedendo la spaventa quasi di più della stretta di poco fa. L’uomo attira la bambina tra le sue gambe, avvicina le ginocchia come un colpo di forbici e la imprigiona. Sta’ zitta, che tanto nessuno ti sente. Che strano, la voce dell’uomo è diventata cattiva e la bambina si chiede come abbia fatto a cambiarla. Lui la stringe ancora di più. Poi da dietro le mette una mano tra le gambe, mentre il cuore della bambina accelera i battiti a tal punto che le pare di soffocare. Si sentono solo i due respiri ansimanti, forse per il sòffoco che chiude la gola. Lui le slaccia il grembiule e glielo tira giù fino alla vita. Siccome lei si divincola e urla, lo strascé le stringe le mani intorno al collo. In un attimo la bambina capisce che lui può anche stringere più forte.
(…) culo, cielo e signori fan quel che voglion lòri…
(…) amùr sanza baruffa al fa la muffa.
Di soldati ne aveva visti di tutti i tipi, ma qualunque fosse la divisa li aveva odiati e stramaledetti per tutti i loro rubarìzi di uova, uva e noci, per le devastazioni dei campi di mèliga, che li lasciavano nudi e gèrbi a modo di brughiera. Pure di guerre ne aveva già vedute troppe (…). E niente mai era cambiato: il puarasciu sempre a speccià l’anno del mai e per l’intanto a fare la parte dell’asnén che tira la carretta, mentre il conte sempre a chiedere i pendìzi di uova e capponi, il prete a domandare la coperta nera per il cataletto, la somministrazione della cera e del vino e dei camici… Son quelli già descàlzi che devon camminare tra gli spini. Gli altri no mai.
Che il destino dei paesani sarà sempre quello di stare davanti ai muli, dietro ai cannoni e distante ai padroni. Che bisogna essere sempre all’erta, neh, perché a lavorare ci vuol sempre occhio, gamba e magari alla fine un buco per nascondersi di modo che i figli non ti vedano piangere; sempre nelle stesse sottane, sempre a far debiti, scucìto dopo scucìto; e ànca a stare attenta il diavolo ti cagherà sempre in bocca.
(…) carne che cresce non riesce a star ferma, ma carne che cala non può tacere.
Cos’altro aggiungere? All’autrice occorre poco per i suoi racconti: un fatto, anche minuscolo, ai margini della storia ufficiale; frammenti, brandelli di storie dimenticate e vaghe. Dice Laura Pariani: “Il bello del lavoro dello scrittore sta in questo: può riscattare delle vicende che nella realtà sono sempre frantumate e caotiche”.
Marco Sommariva
marco.sommariva1@tin.it










