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Recensione : L’agente segreto di Joseph Conrad

Londra 1894: Verloc conduce una vita tranquilla insieme alla moglie Winnie con la quale gestisce un piccolo negozio; con loro vive Stevie, fratello minore di Winnie.

“L’agente segreto” di Joseph Conrad, edito da Giunti

L’agente segreto di Joseph Conrad

Londra 1894: Verloc conduce una vita tranquilla insieme alla moglie Winnie con la quale gestisce un piccolo negozio; con loro vive Stevie, fratello minore di Winnie.

Da anni, Verloc lavora come agente segreto per il governo del suo paese che lo ha incaricato di infiltrarsi in un gruppo di anarchici e di organizzare un attentato. Costretto ad agire nel silenzio, convince Stevie ad aiutarlo, senza immaginare che questa scelta metterà in moto conseguenze drammatiche.

Anarchici, terroristi, servizi segreti, ambasciate e storie misteriose sono gli ingredienti principali di una trama avvincente, un capolavoro della spy story inglese. “L’agente segreto”, considerato uno dei primi romanzi moderni a trattare temi quali il terrorismo e lo spionaggio, è stato pubblicato nel 1907; tredici anni dopo, l’autore scriverà:

“Non ho dubbi che mentre scrivevo il libro ci siano stati momenti in cui io ero un rivoluzionario estremista. (…) Non lo dico per vantarmi. Stavo semplicemente facendo il mio lavoro. Per quanto riguarda tutti i miei libri ho sempre fatto il mio lavoro.
Mi ci sono applicato con totale dedizione. (…) Non avrei potuto fare diversamente. Mi avrebbe annoiato troppo fingere.”

 

Potrete leggere passaggi come questi:

 

  • “Lei si spaccia per agent provocateur. Compito specifico dell’agente provocatore è provocare. Da quel che posso giudicare dal suo fascicolo che conserviamo qui, negli ultimi tre anni lei non ha fatto niente per guadagnarsi lo stipendio. (…) le dico pari pari che i soldi dovrà guadagnarseli. I tempi delle vacche grasse (…) sono finiti. Chi non lavora non mangia.”
  • “Immagino che lei sia d’accordo che le classi medie sono stupide? (…) Non hanno immaginazione. Sono accecate da una vanità idiota. Quel che gli ci vuole adesso è un bello spavento. (…) L’ho fatta venire qui per illustrarle la mia idea.” E il signor Vladimir illustrò la sua idea dall’alto, con disprezzo e condiscendenza, facendo contemporaneamente sfoggio di una buona dose di ignoranza quanto ai veri scopi, pensieri e metodi, del mondo rivoluzionario (…). Confondeva le cause con gli effetti più di quanto fosse giustificabile; i propagandisti più eminenti con impulsivi bombaroli; presumeva un’organizzazione dove la natura delle cose non poteva consentirla; parlava del partito social-rivoluzionario prima come di un esercito perfettamente disciplinato, in cui la parola dei capi era incontestata, e poi come della più sbandata accozzaglia di disperati briganti che si fosse mai accampata nella gola di una montagna.
  • “Non è necessario che gli attentati siano particolarmente sanguinari”, proseguì il signor Vladimir, come se tenesse una conferenza scientifica, “ma devono essere sufficientemente impressionanti, efficaci. Potrebbero essere diretti contro degli edifici, per esempio. Qual è il feticcio del momento che tutta la borghesia riconosce come tale, eh, signor Verloc? (…) Faccia attenzione a quel che dico. Il feticcio di oggi non è né la monarchia né la religione. Perciò i palazzi e le chiese si devono lasciar perdere. Capisce quel che voglio dire, signor Verloc? (…) Il feticcio sacrosanto della nostra epoca è la scienza. (…) Questo è quello che dovreste prendere di mira. Un attentato contro una testa coronata o un presidente è abbastanza sensazionale in un certo senso, ma non più come una volta. È entrato a far parte della concezione generale dell’esistenza di tutti i capi di Stato. È quasi convenzionale, specialmente da quando sono stati assassinati così tanti presidenti. Adesso esaminiamo un atto di violenza contro, per esempio, una chiesa. Orrendo abbastanza, a prima vista, indubbiamente, eppure non così efficace come potrebbe supporre una persona dalla mente ordinaria. Per quanto rivoluzionario e anarchico in linea di principio, non mancherebbero gli idioti che a un atto simile attribuirebbero il carattere di una manifestazione religiosa. E questo sminuirebbe lo speciale significato allarmante che noi vogliamo dare all’azione. Un attentato omicida in un ristorante o in un teatro avrebbe lo stesso inconveniente di far pensare che si tratti di una passione non politica: l’esasperazione di un uomo affamato, un atto di vendetta sociale. Tutto questo è scontato; non è più istruttivo di una lezione dimostrativa di anarchia rivoluzionaria. Tutti i giornali hanno frasi di circostanza già pronte per spiegare simili manifestazioni.”
  • “Perché un attentato con le bombe oggi possa avere un qualche effetto sull’opinione pubblica deve andare oltre i propositi di vendetta o di terrorismo. Deve essere puramente distruttivo. Distruttivo, e nient’altro; al di là del più piccolo sospetto di qualsiasi altro fine. Voi anarchici dovreste far capire chiaramente che siete assolutamente determinati a liquidare l’intera creazione sociale. Ma come fare perché questa idea spaventosamente assurda entri nelle teste dei borghesi in modo che non ci sia possibilità di errore? Questa è la domanda. Dirigendo i vostri colpi su qualcosa al di fuori delle comuni passioni dell’umanità, questa è la risposta. (…) c’è il sapere, la scienza. Qualsiasi imbecille che abbia un reddito crede nella scienza. Non sa perché, ma crede comunque che sia importante. È il feticcio sacrosanto. (…) Per qualche ragione misteriosa credono che la scienza sia all’origine della loro prosperità materiale. Lo credono sul serio. E la ferocia assurda di una dimostrazione come questa li scuoterà più profondamente che il radere al suolo un’intera strada – o un teatro – pieni dei loro simili. Perché in quest’ultimo caso possono sempre dire “Oh! è semplice odio di classe”. Ma cosa si può dire davanti a un atto di ferocia distruttiva così assurdo da essere incomprensibile, inspiegabile, quasi impensabile; addirittura folle? Solo la follia è veramente terrificante, perché non la si può placare né con le minacce, né con la persuasione, neppure con le mazzette. (…) La dimostrazione deve essere contro il sapere, contro la scienza. Ma non tutte le scienze vanno bene. L’attentato deve avere tutta la insensatezza sconvolgente di una profanazione gratuita. Dato che le bombe sono il vostro mezzo di espressione, sarebbe davvero dirompente se si potesse gettare una bomba nella matematica pura. Ma questo è impossibile. (…) Cosa ne direbbe se ci buttassimo sull’astronomia?”
  • Il Primo Segretario (il signor Vladimir, nda) divenne improvvisamente molto secco, distaccato, definitivo. “Adesso può andare”, disse. “Bisogna provocare un attentato dinamitardo. Le do un mese di tempo.”
  • Gli uomini fanno la storia, ma non la fanno nelle loro teste. Le idee che nascono nella loro coscienza non hanno che un ruolo insignificante nel cammino degli eventi. La storia è dominata e determinata dai mezzi e dalla produzione, dal potere delle condizioni economiche. Il capitalismo ha prodotto il socialismo, e le leggi prodotte dal capitalismo per proteggere la proprietà sono responsabili dell’anarchia. Nessuno può dire quale sarà in futuro la forma dell’organizzazione sociale.
  • (…) vedeva già la fine di qualsiasi proprietà privata realizzarsi logicamente, inevitabilmente, attraverso la semplice evoluzione dei suoi mali intrinseci. I capitalisti non avevano solo il proletariato risvegliato da affrontare, dovevano anche combattersi fra di loro. Sì. Lotte, guerre, queste erano le condizioni della proprietà privata. Era fatale.
  • Vedeva il Capitalismo condannato nella sua culla, con il veleno del principio della concorrenza congenito al suo sistema. Vedeva i grandi capitalisti che divoravano i piccoli capitalisti, concentrando il potere e i mezzi di produzione, perfezionando i processi industriali (…), nel loro desiderio insensato di crescita e autoarricchimento (…).
  • (…) non si deve tollerare l’esistenza degli agenti segreti, perché tende ad aumentare i pericoli concreti del male contro il quale vengono usati. Che la spia si fabbrichi le proprie informazioni è tanto banale quanto lapalissiano. Ma nella sfera dell’azione politica e rivoluzionaria, che si affida in parte alla violenza, la spia di professione ha ogni possibilità di fabbricare addirittura i fatti, e di diffondere così un doppio male: l’emulazione da un lato, e il panico, una legislazione affrettata, un odio irriflessivo dall’altro.
  • (…) è una magra consolazione poter dichiarare che qualsiasi atto di violenza – che danneggia la proprietà o distrugge la vita – non è affatto opera dell’anarchia, ma di qualcos’altro di completamente diverso, una specie di ribalderia autorizzata. Questo, credo, è molto più frequente di quanto immaginiamo.
  • Non sai a cosa serve la polizia, Stevie? È lì perché quelli che non hanno niente non portino via niente a quelli che hanno. (…) Mai, neanche se hanno una fame tremenda.
  • Discendendo da generazioni e generazioni, vittime da sempre degli strumenti di un potere arbitrario, aveva, razzialmente, nazionalmente e individualmente, paura della polizia. Era una debolezza ereditaria, che sfuggiva totalmente al controllo della sua volontà, della sua ragione, della sua esperienza. Era innata.
  • Tempo duecento anni i medici domineranno il mondo. La scienza regna già. Regna nell’ombra, forse, ma regna. E tutta la scienza finalmente culminerà nella scienza di guarire: non i deboli, ma i forti.

 

Cos’altro aggiungere? “L’agente segreto” è alla base della trama del film “Sabotaggio” di Alfred Hitchcock del 1936.

 

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