Ormai siamo in quel periodo dell’anno in cui in ItaGlia, nel mainstream, impazzano i preparativi, il “gossip” e le polemiche sul festivàl di Sanscemo (e cioè l’antica formula del “panem et circenses” per tenere buono, per un mesetto abbondante, il popolino con una delle più formidabili armi di distrAzione di massa mai inventate dal Potere politico-discografico-mediatico) che, nelle intenzioni di chi lo organizza, ha la pretesa di voler dare spazio a tutto “il meglio della musica italiana”. E invece è un dato di fatto che, da sempre, il carrozzone della kermesse sanremese rappresenta, in pieno, molti vizi e brutture dell’Italia di ieri e di oggi: le raccomandazioni (politiche e non) il clientelismo (delle cricche discografiche e non) il conformismo, la corruzione, il servilismo, l’omertà, la censura governativa, il bigottismo, l’ignoranza, “totoscommesse” poco limpidi, gli stereotipi, il paraculismo, il finto buonismo e il falso perbenismo, insomma: quasi tutti i mali endemici dell’Italietta e dell’italiano medio che si riconosce nella “tradizione” del festivàl di Sanremo, pensa che quella sia l’unica scena musicale italiana esistente, e notoriamente non ha mai capito nulla di (buona) musica, esattamente come chi tira le fila del festival, alla faccia della “competizione” e degli ingenui che spendono soldi per “votare” e foraggiare una farsa già decisa a priori.
Premesso che, in generale, la musica, in quanto arte, non dovrebbe mai essere una sfida a chi mostra più muscoli tra un musicista-cantante e un altro (come avviene anche nei cosiddetti “talent show”) ma dovrebbe essere apprezzata per quello che è, in quanto forma d’arte accessibile a tutti e fatta per essere apprezzata da tutti, non una gara a chi ce l’ha più grosso; in ogni caso, un festival SERIO della canzone italiana dovrebbe invitare ben altre band e cantanti/artisti rispetto a quelli/e che, di solito, vi partecipano (inutile elencarli, li conoscete più o meno tutti). Ovviamente non li vedrete mai, ma volete giusto qualche nome ideale? OvO, Ufomammut, Bachi da Pietra, Ottone Pesante, Cesare Basile, Giorgio Canali (ve lo immaginereste sul palco dell’Ariston a sclerare nel microfono assestando un paio di “PORCODDDIO” in mondovisione, solo per far indiNNiare i fondamentalisti cattolici del governo della premier donna/madre/italiana/cristiana? Diventerebbe un “meme” e un eroe eterno, altro che Morgan e Bugo…) Flavio Giurato, Elli De Mon, Amerigo Verardi, Fausto Rossi, i Massimo Volume, i Not Moving, gli Avvoltoi, i CUT, gli Uzeda, i New Candys, i Movie Star Junkies. E gli Zu.
Il trio strumentale romano (formato dai polistrumentisti Massimo Pupillo, Luca T. Mai e il batterista/percussionista Paolo Mongardi) attivo dalla fine dei Nineties, è un’entità musicale a cui il concetto di “etichetta” e “categoria” è sempre andato stretto, muovendosi in un range sonoro dall’impostazione jazz (sax baritono, basso, batteria e chitarra) ma che abbraccia anche l’avanguardia, l’elettronica, il math rock, il noise, drone, prog/industrial metal e ambient, traducendosi in composizioni complesse ed elaborate, ma caratterizzate da un sound corposo e potente, dall’animo viscerale e punk rock nello spirito.
I nostri, negli anni, si sono conquistati la stima di colleghi come John Zorn (non certo il primo fesso raccattato per strada) e hanno collaborato con gente come Buzz Osborne, Mike Patton e Damo Suzuki (tra gli altri) sfornando una generosa messe di album (come Zu in proprio e in collaborazione con altri artisti) e il mese scorso (a sette anni di distanza dal penultimo lavoro sulla lunga distanza, “Terminalia Amazonia“) sono tornati a pubblicare un nuovo Lp, il loro quindicesimo complessivo, “Ferrum sidereum“, uscito sulla label londinese House of Mythology, e frutto di oltre un anno di jam sessions sperimentali e registrazioni in presa diretta in studio in quel di Bologna (con l’ausilio del sound engineer Marc Urselli).
Undici per brani per ottanta minuti di durata: va da sé che, se si approccia questa materia, l’ascolto non può essere superficiale e richiede concentrazione, attenzione e dedizione alla causa della “musica altra”, tra poderose distorsioni, ipnotiche ritmiche feroci e atmosfere plumbee, inflenzate da Tool e King Crimson, dai toni apocalittici dell’opener “Charagma” e “Golgotha” (nell’immaginario vangelico, la collina dove fu crocifisso Gesùcristo) riferimenti storico/archeologici (il “ferro che cade dalle stelle” si riferisce al minerale meteorico che, nell’antichità, aveva un profondo significato spirituale ed è contenuto in manufatti come gli oggetti rituali egizi, di cui il pugnale in ferro meteorico di Tutankhamon è l’esempio più noto, o in alcune lame tibetane “Phurpa”) presagi di morte in una Babele distopica (coi titoli delle canzoni in quattro lingue diverse) sceneggiata con un respiro cinematico (“La donna vestita di sole“, cioè Maria, “The celestial bull and the white lady“, cioè il mito di Zeus che rapisce Europa) dipanando intricati crescendo in cui l’epica viene folgorata dall’energia tribale dei simboli divini (“Kether“, “Fuoco saturnio“, “Hymn of the Pearl“) in un continuo divenire per sublimarsi nel caos della psichedelia magica della title track, ammantata dalla polvere di stelle cadenti (le “Perseidi” che, a metà agosto, generano le “lacrime di san Lorenzo”).
Un ritorno col botto, “Ferrum sidereum” è un monolite astrale severo e portentoso che bilancia perizia tecnica e grezza intensità, all’insegna di un progredire cosmico che scardina la psiche umana e la eleva al cielo, attestandosi già tra le migliori uscite di questo 2026 da poco iniziato, nonché una tra le migliori prove sulla lunga distanza del gruppo.
TRACKLIST
1. Charagma
2. Golgotha
3. Kether
4. A.I. Hive Mind
5. La Donna Vestita Di Sole
6. Pleroma
7. Fuoco Saturnio
8. The Celestial Bull and the White Lady
9. Hymn of the Pearl
10. Perseidi
11. Ferrum Sidereum











