:: confessioni di una maschera ::
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“Viviamo strani giorni” diceva Battiato nel 1996 in uno dei suoi ultimi album che ho comprato, prima che si chiudesse in un ermetismo sonoro che non mi ha mai attirato più di tanto.
Questo era l’incipit che avevo pensato per aprire la prima confessione del duemilaventisei. Poi, però, mi sono reso conto che non c’è proprio nulla di strano in quello che stiamo vivendo. Tutto va esattamente come deve andare. O meglio, come è stato previsto che vada. Possiamo infatti collocare la nostra esistenza attuale all’interno di un paradigma ben preciso, studiato, organizzato e messo in pratica, un pò alla volta. Capisco che possa suonare “complottista”, e che quindi possiate restare spiazzati consapevoli delle mie posizioni in merito. Ma guardiamo le cose più da vicino, con attenzione, senza scomodare concetti che oltre a non condividere, rifiuto aprioristicamente.
Il mio ragionamento esula da tutte le cazzate tipo scie chimiche, terrapiattismo e belinate del genere. Io guardo a ciò che ho vissuto in passato e che vivo ora, e cerco di mettere in relazione le cose, quando credo che una relazione esista. Il tempo è ciclico e torna a riproporre i medesimi scenari, a distanze che non possiamo stabilire a tavolino.
Il parallelismo che mi fa pensare è quello che ci porta indietro nel tempo, fino al 1975. Esattamente cinquant’anni fa. Eravamo in una fase storica caratterizzata da un rivolta generazionale. Credevamo in un cambiamento, che, in alcuni momenti è stato davvero a portata di mano. Quello che accadde (o non accadde, a seconda dei punti di vista) è tristemente noto. Anche se, almeno in parte, è ancora occultato dalla storiografia di regime.
Stiamo parlando dell’Operazione Blue Moon, ordita dall’allora Blocco Occidentale per evitare lo spostamento ad Est dell’opinione pubblica italiana. Le strade, al tempo, erano quotidianamente presidiate da giovani e giovanissimi, la rivolta (quella che Guccini chiama “permanente”) era all’ordine del giorno, e il fermento tangibile. Un’intera generazione si stava avvicinando troppo alla “rivoluzione”. Fu allora che si decise di intervenire, in modo da fermare tutto sul nascere. La contestazione andava “spenta”, ad ogni costo.
L’operazione era molto semplice. Occorreva “sedare” i facinorosi. E così si fece davvero, prendendo spunto da quanto gli USA avevano messo in atto anni prima, con la diffusione capillare metodica, e criminale, della droga nei ghetti neri, che portò alla disgregazione, e alla successiva dissoluzione dei movimenti rivoluzionari afroamericani delle Pantere Nere.
Con un identico procedimento si inondarono le strade italiane di eroina, stupefacente al tempo semisconosciuto, determinando un cambio epocale a livello storico e sociale. Le proteste di piazza degli studenti stavano allargandosi anche ai consigli di fabbrica, il rischio di quella che lo Stato al tempo chiamava “deriva sociale” era concreto. L’Italia venne sommersa da un mare di eroina che rese i contestatori una “massa amorfa perduta tra le nebbie della droga”, e quindi incapace di nuocere, grazie all’effetto della sostanza, che garantisce il massimo grado di dipendenza possibile. L’unica rimasta sul mercato, con la scomparsa, quasi contemporanea, delle altre droghe.
Torniamo ad oggi.
Quello che accade è sostanzialmente la stessa cosa.
Abbiamo assistito all’avvento travolgente della Rete e, successivamente, all’esplosione dei Social Network, con modalità e dinamiche totalmente sovrapponibili, che ricordano l’Operazione Blue Moon sotto molti punti di vista.
Oggi si parla di Cognitive Warfare (una forma di guerra ibrida fondata sulla conduzione continua e ripetuta di attacchi informativi e operazioni psicologiche nei confronti di una società, principalmente per mezzo di influencer, social media e social network) ma è sostanzialmente la stessa cosa. Le operazioni odierne che spostano il focus dello scontro dai tradizionali “campi di battaglia” alle menti umane ripercorrono una strada che il passato di cui sopra ha già sancito come percorribile e sicura, un’operazione intangibile, ma estremamente potente e pericolosa. In questo caso però la rivoluzione assume una valenza opposta. Sono i governi che impongono la rivoluzione digitale con cui annientare la mente dei cittadini. Una rivoluzione indotta con cui è stato sancito il cambiamento delle nostre abitudini, e che ci ha proiettato in una realtà iperconnessa satura di stimoli che ha finito per renderci (esattamente come allora) dipendenti, con una fruizione dei contenuti che, indipendentemente da quello che possiamo pensare, è soltanto passiva.
In un contesto del genere siamo solo comparse. I nostri sono infatti comportamenti tutt’altro che attivi. Siamo schiavi di una nuova forma comportamentale, di nuovi modelli di pensiero, di azione, di socialità, di inclusione e di esclusione, al punto che comportamenti (o pensieri) moralmente condannabili (soprattutto discriminatori) in un contesto storico e sociale pre-internet, oggi sono tranquillamente accettati, proprio perché sdoganati dalla rete, e in modo ancor maggiore dai social network.
Siamo (stati) anestetizzati esattamente come 50 anni fa, in modo differente, ma con effetti identici. Siamo politicamente morti e sepolti.
Viviamo in una realtà parallela, deformata, in cui tutto è (fintamente) concesso, e tutto è bellissimo, dato che ci passiamo la maggior parte delle nostre giornate, in luoghi in cui incontriamo solo i nostri “simili”. Se un tempo il problema relazionale che determinava che i tossicodipendenti “flirtassero” solo con altri tossicodipendenti era dato dal fatto che l’eroina non permetteva altre interazioni, oggi si vive allo stesso modo, in ambienti “selezionati”, grazie alla profilazione degli algoritmi che ci contornano di persone che hanno i nostri stessi “interessi”. Persone innocue con cui passare il tempo senza cospirare ai danni dello Stato, senza l’introduzione di elementi esterni in grado di destabilizzare il castello di carte che ci siamo creati.
Un tempo si faceva politica nei circoli e per strada, alle manifestazioni, durante gli scioperi e le occupazioni. Oggi tutto si è trasferito sui social network, alle dirette Instagram, secondo un nuovo modello in cui non crediamo e da cui vogliamo prendere le distanze. Un modello che è sostanzialmente unidirezionale, in cui non è previsto dibattito, non è previsto dissenso, che parla alla pancia delle persone, proprio perché non è richiesta una selezione all’entrata, come non è richiesta una preparazione culturale, anzi, meglio ancora se si tratta di navigare in un mare di ignoranza collettiva, in cui qualunque cosa può essere spacciata per vera.
L’annientamento mentale è ormai un qualcosa di consolidato. Siamo diventati dipendenti e apatici esattamente come i contestatori degli anni settanta, solo che noi siamo doppiamente colpevoli, proprio per il fatto di essere a conoscenza di operazioni come Blue Moon. Se loro vivevano nell’ingenuità entusiastica di un momento storico irripetibile, noi siamo solo dei coglioni.
Guardandoci indietro non possiamo non notare come ci sia stata una fase di passaggio che abbiamo sottovalutato.
I prodromi dei social network sono da ricercare nella diffusione della televisione commerciale, la cattiva maestra di cui non si parla mai abbastanza, soprattutto quando si tratta di influenzare negativamente il comportamento tramite modelli scorretti. È stata la TV a instillare in noi il germe della competizione ad ogni costo, con format televisivi fondati sull’eliminazione di chi non è all’altezza, non è abbastanza performante o produttivo, vale a dire i terribili e disgustosi Reality Show. Strumenti con cui è stata creata una società distorta in cui glorificare i vincenti, e non curarsi minimamente degli “ultimi”. Inutile ricordare come la coppia del male composta da Maurizio Costanzo e dalla moglie abbia recitato un ruolo decisivo in tale processo di degradazione sociale. I fatti sono sotto gli occhi di tutti.
Ma, attenzione. La colpa di tutto questo è solo nostra. Non cerchiamo alibi laddove non ce ne sono, e non ce ne devono essere. Le nuove generazioni sono così perché siamo stati noi a crescerle in questo modo. Occorre ammettere le ragioni della sconfitta. Dopo tutto non ci resta che questo.










