“Vogliamo tutto” di Nanni Balestrini, edito da DeriveApprodi
Pubblicato per la prima volta nel 1971, “Vogliamo tutto” è la storia di un operaio arrivato alla Fiat dal Sud Italia, alla fine degli anni Sessanta. È la cronaca di una lotta scritta da un militante che quando dice basta lo fa con la rivolta, ma a parlare è la voce corale di una generazione che decide di opporsi a sfruttamento, miseria e alienazione del lavoro in fabbrica.
Potrete leggere passaggi come questi:
Tutto il periodo che ero rimasto disoccupato dopo le scuole professionali mi ero fatto un sacco di corsi. Aggiustatore meccanico tornitore eccetera. Facevo corsi per imparare tutte queste cose. Che poi non m’imparavano un cazzo non servivano proprio a niente. Serviva solo all’ufficio di collocamento per tenere una scuola. Non so per quali motivi politici che c’erano dietro a tutte queste scuole.
Vi do il benvenuto alla Fiat. Sapete che cos’è la Fiat la Fiat è tutto in Italia. Se avete letto delle cose cattive sulla stampa comunista che parla male della catena di montaggio sono tutte calunnie. Perché qua gli unici operai che non stanno bene sono quelli sfaticati. Quelli che non hanno voglia di lavorare. Il resto lavorano tutti e sono contenti di lavorare e stanno anche bene. C’hanno tutti quanti l’automobile e poi la Fiat c’ha le colonie per i bambini dei dipendenti. E poi si hanno gli sconti in certi negozi quando uno è dipendente Fiat. Tutta una apologia ci faceva.
Cos’è la nevrosi. Ogni operaio Fiat ha un numero di cancello un numero di corridoio un numero di spogliatoio un numero di armadietto un numero di officina un numero di linea un numero di operazioni da fare un numero di pezzi di macchina da fare. Insomma è tutto numeri la sua giornata alla Fiat è tutta articolata organizzata da questa serie di numeri che si vedono e da altri che non si vedono. Da una serie di cose numerate e obbligate. Stare lì dentro significa che come tu passi il cancello devi fare così col tesserino numerato poi devi fare quella scala numerata girando a destra poi quel corridoio numerato. E così via.
Nelle assemblee e nelle discussioni si dice il nostro obiettivo non sono le 50 lirette anche se ci fanno comodo il nostro obiettivo è l’organizzazione operaia permanente che possa battere in ogni momento il padrone. In culo la democrazia sono 25 anni che c’è la democrazia e sono 25 anni che ce l’abbiamo in culo. Dobbiamo organizzarci e i sindacati siamo noi non c’è nessun esercito più forte della classe operaia unita e organizzata.
(…) gli operai hanno protestato contro lo sfruttamento e le condizioni di vita bestiali dentro e fuori la fabbrica. Dentro perché il padrone continua a tagliare i tempi e a rendere il lavoro sempre più insopportabile. Con ritmi che fanno sputare il sangue senza neanche il tempo di mangiare e di andare al cesso. Fuori perché i salari di fame non bastano più a pagare fitti sempre più cari e non permettono agli operai l’indispensabile per vivere. Così gli operai sono costretti a vivere in otto persone in una camera o sulle panchine della stazione. Perciò gli operai della Fiat hanno fame di soldi e vogliono lavorare meno.
Il partito comunista noi lo critichiamo non così per criticarlo. È logico che la rivoluzione non si farà né domani né dopodomani ma io penso questo che ormai la mentalità dell’operaio è troppo avanzata e il partito cerca di rallentarla. È logico che bisogna andare passo per passo però alla fine dei conti quando c’è la base quando c’è la massa che spinge di sotto cioè dice che tutto è uno schifo in modo dirompente il partito continua ancora a rallentare il sindacato fa lo stesso.
Poi continuano a dire il sindacato apolitico come ha accennato prima un compagno. Ma io rispondo Ma ci volete prendere proprio per il culo? Credete proprio che siamo ancora dei cretini da credere che il sindacato possa essere apolitico? Ma tanto loro adesso sono fregati in pieno anche loro. Sono dei mercenari e come mercenari saranno trattati. Perciò continuate così voi sindacati. Fatevi dare pure i soldi dai padroni finché siete in tempo. Poi vedremo al massimo ve la faremo noi la cassa da morto.
Compagni io sono di Salerno ho fatto tutti i lavori nel sud come nel nord e una cosa ho capito Che l’operaio ha solo due possibilità o un lavoro massacrante quando le cose vanno bene o la disoccupazione e la fame quando vanno male. Io non so bene quale delle due cose è peggio. Ma tanto non è che l’operaio se la può decidere è il padrone sempre che gliela decide.
Adesso ci dicono che la Fiat fa una fabbrica in Russia a Togliattigrad e che dovremmo andarcene lì tutti per imparare a lavorare come si lavora nel comunismo. E che cazzo ci frega a noi se anche in Russia gli operai sono sfruttati e se li sfrutta lo Stato socialista invece del padrone capitalista. Vuol dire che quello non è comunismo ma è qualcosa che non va bene. E infatti mi sembra che si preoccupano più della produzione e di andare sulla luna anche loro invece che del benessere della gente. Perché il benessere viene prima di tutto dal farci lavorare meno. È per questo che noi adesso diciamo no ai padroni spaventati che ci chiedono di aiutarli nella loro produzione. Che ci spiegano che dobbiamo partecipare perché è anche nell’interesse di noi tutti.
Diciamo Sì alla violenza operaia. Perché siamo noi proletari del sud noi operai massa questa enorme massa di operai noi centocinquantamila operai della Fiat che abbiamo costruito lo sviluppo del capitale e di questo suo Stato. Siamo noi che abbiamo creato tutta la ricchezza che c’è e di cui non ci lasciano che le briciole. Abbiamo creato tutta questa ricchezza crepando di lavoro alla Fiat o crepando di fame nel sud. E adesso noi che siamo la grande maggioranza del proletariato non ne abbiamo più voglia di lavorare e di crepare per lo sviluppo del capitale e di questo suo Stato. Non ne possiamo più di mantenere tutti sti porci.
Cos’altro aggiungere? Molto probabilmente è il primo libro vero, pubblicato in Italia, sugli operai.










