UN GIORNO NUOVO – PAOLO ZANARDI

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UN GIORNO NUOVO – PAOLO ZANARDI

UN GIORNO NUOVO - PAOLO ZANARDI 2 - fanzine Un piccolo preambolo. Mi trovavo a Le Mura, un localino del quartiere San Lorenzo a Roma, ero lì per il concerto di Amerigo Verardi & Doncas, che per la prima volta vedevo live, ci sono ancora le foto sul post dell’evento on fb (https://www.facebook.com/pg/AMERIGO-VERARDI-DONCAS-297358786962719/photos/?tab=album&album_id=351260704905860), che sorpresa!

Fu un gran live arricchito dai tanti elementi sul palco. La stessa sera e nello stesso quartiere, pure Giorgio Canali Rossofuoco suonava in altra location e una mia amica ci andò, ma io appunto preferii il Verardi.
Fatto sta che a termine concerto, mentre si sostava a fumare fuori dal club, vidi entrare questa strana brigata, tipi che vedi raramente per strada e che comunicano con la sola presenza un altro sentire, poco comune.

A bruciapelo ci passa davanti, a me e ai miei amici, il Canali, accompagnato da un tipo alto e dinoccolato, un casco di ricci in testa e abbracciato ad una ragazza. Quello era proprio il Zanardi, ma ne ignoravo l’identità. Ricordo che fu molto socievole e propenso alle chiacchiere varie, entrava subito in sintonia comunicativa, infondendo genuino spirito, e questo mi piacque oltremisura.

Il giorno dopo andai a cercare info sul web e lessi che anch’egli era, ed è tutt’ora, una grande personalità della musica.

Naturalmente lo raccontai alla mia amica, che stravedeva per entrambi, giusto per farla ‘rosicare’ un po’..
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Quell’incontro è stato foriero d’inserire Zanardi, nome d’arte ispirato a un personaggio molto cazzuto del disegnatore e fumettista Andrea Pazienza, tra le personalità artistiche da ritrovare un dì. Fu così, qualche anno fa, in occasione di una rassegna di serate acustiche, che lo andai di certo a sentire. Egli non si cimentò nel suo repertorio (a cui comunque diede spazio… – ‘basta, mi sono rotto i coglioni di Ciampi. Adesso vi suonerò qualcosa di mio…’) ma eseguì reinterpretazioni sfilate dal carnet di brani di Piero Litaliano.
Una serata, per me, inattesa e imbevuta di ottimo clima. Attorniato da gente, in quel buco affollato, teneva banco su ognuno e ad ogni provocazione ricevuta sfoggiava sagacia ed ironia, infarcendo coi tempi giusti ciascuna battuta da ‘consumato’ Dean Martin o Sammy Davis Jr. al top della forma, assistito dal degno compare, il bicchiere pieno, a portata di mano (cantare e parlare troppo asciuga l’ugola)!

Infine, al principio del 2020, si esibì al Sottoscala 9 di Latina, dove seppi del nuovo album in uscita e delle novità visibili che lo interessavano da vicinissimo: quale super spalla ne condivideva lo stage la compagna Valeria Decarli, corista, strumentista, attrice e interprete-mimo delle canzoni che slittavano intense lungo la notte. Ed anche questa volta, alla grandezza stilistica unì la grandezza dell’intrattenitore. Clap, clap, clap.

I Borgo Pirano (nome ispirato alla graziosa cittadina slovena collocata ai margini del Golfo di Trieste, all’apice Nord-Est della penisola istriana) permettono a Paolo Zanardi, nato Iaffaldano, di cominciare, indossando i panni di autore e compositore, l’attività di cantante e chitarrista: i BP si pongono all’attenzione generale ed emergente vincendo premi su premi (in primis il Premio Ciampi nel 1996 e lo stesso anno finiscono finalisti ad Arezzo Wave e Rock Targato Italia) in lungo e largo della penisola.
Poi la svolta, la partenza verso Roma (‘- Emigrante? – No, che c’entra, ho solo voglia di viaggiare, di conoscere’ – cit. di Massimo Troisi) e un nuovo mondo ad attenderlo, a ben vedere ricco di soddisfazioni artistiche e collaborazioni proficue.

Fanno capolino gl’intermezzi di varie esperienze mirate alla partitura di musiche per film; riconducibili al cruciale incontro con il performer Antonio Rezza, per il quale vestirà i panni di attore; nonché attinenti al periodo itinerante vissuto con l’attore Remo Remotti, che tanto gli ha insegnato sul palco, sfociato nella pubblicazione di due album, dove Paolo musica le poesie e i racconti di Remotti: “Canottiere” e “In Voga”.

Sul web circola poco materiale che narra di Paolo, ma quello che si trova è degno di nota: l’intervista della Todaro su “Just Kids”, quella di Solventi su “Sentireascoltare”, la breve dettagliata scheda biografica su “Sporco Impossibile”, l’intervista on air su Radio Mach 5 del dicembre 2005, quella bella negli studi di Radio Città Aperta, ai microfoni di Alessandro Sgritti che divertendo introducono “Un Giorno Nuovo” (07/12/2019) e lo stesso si fa in studio su RAI RADIO LIVE del 24/02/2020, nella rubrica “Set List” a cura di Ugo Coccia.
Tutto materiale che tratteggia egregiamente questo artista di estremo valore della musica italiana che vive la contraddizione di essere quasi di nicchia, eppure chi viene a conoscerlo si cala nel suo mondo completamente e ne ricava solo del buono da ciò che ascolta, innanzitutto autenticità & poesia da grande autore.
La voce roca e il ventaglio delle esternazioni ad essa affidate includono codesta specifica imprescindibile quanto creativa attitudine a divenire il massimo aggancio al lavoro di composizione e di tessitura sonica, talora immerso nel rock, nel jazz, nella musica da banda, ricercando naturali e cupe atmosfere da chansonnier, o alla Waits, forse inamidato di new wave e di un gusto appena rétro, ritrovando in essa addirittura similitudini rarefatte nelle liminari destabilizzanti sfrenatezze vocali che furono del primissimo Vasco.
L’ascolto degli album rilasciati sotto il suo nome, essi restano l’affresco più tangibile e duraturo atto a elargire un’idea della sua statura, costituisce una fortuna inestimabile.

Partendo dal primo lavoro prodotto da Giorgio Spada (tastierista nei Borgo Pirano e collaboratore di vari artisti italiani) nel 2005, ecco vedere la luce il primo effort “Portami a fare un giro”; seguiranno a questo: nel 2007 “I barboni preferiscono Roma”, “Tutte le feste di domani” nel 2011, da cui il geniale singolo, con la partecipazione di Antonio Rezza e Caparezza, ‘Arbeit Macht Frei’ (e l’esibizione al Premio Tenco di Sanremo del 2012).
Nel 2015, invece, l’album “Viaggio di ritorno”…

Esposti in bella mostra, estratti dalla sua discografia, must assoluti campeggiano da Campeadores in un immaginario ‘The Best’, tra cui ‘Tor Pignattara Blues’, ‘C’è Splendore in Ogni Cosa’, ‘Ninna Nanna’, ‘Il Farmacista’, ‘La Panchina’, ‘Harem’, ‘Postal Market’, ‘Salsedine’… ma ciascun elemento canzone sarebbe da citare, poiché semplicemente dotato di malia stupefacente che si assorbe fin sottopelle.
Amari, delicati, introspettivi, sognanti, malinconici, trasversali, vaudeville, rockissimi, esplosivi, intimi, realistici, eccitanti, deliziosi, irriverenti, riflessivi, onesti, tristi, accompagnati da un filone aureo inestinguibile e votato a una ricerca insoluta che privilegia attente e variegate soluzioni letterarie, sonore e musicali a tutto tondo, portano a ben vedere che Paolo Zanardi non ne sbaglia una.

Infine, dopo una pausa lunghetta (intanto è attore in una miniserie girata per Sky diretta dal regista Luca Miniero), gaudio e tripudio dei fans, appare il nuovo capitolo musicale “Un Giorno Nuovo”, uscito sotto l’ala della Goodfellas (2020), che vede la bella Decarli in front cover.
E siamo alle battute iniziali di un lavoro che pone nel canzoniere 10 tracks.

‘Pezzo Zen’ chiarisce subito l’essenzialità della lirica: riusciranno i nostri eroi a… dare una svolta alla giornata, al tempo che si ripete nei suoi soliti schemi? – Cosa ci sfugge, mi chiedo? – L’arte Zen di accordarsi col tutto!

La marcata mano del basso in primo piano e il brillare degli esigui strumenti favoriscono l’ondeggiare degli effetti elettronici in sordina.

La song omonima, con ancora il bel corposo basso in evidenza (pure in guisa dance) che duetta con la voce, le tastiere del buon Rutigliano impiegate ad alimentare il sound, e la voglia mandata allo sbaraglio di tingere il giorno di nero (con un rimando alla ‘Paint It Black’ degli Stones), segue filanti linee di synth, intanto che la chitarra funkrockeggia.

Il pezzo successivo è l’ideale continuazione dell’opener. Rutigliano sottolinea le potenti frequenze dei bassi e si fila a gonfie vele, godendo dei brividi cutanei intercettati. ‘Venere in Bicicletta’ sussurra venti The Cure, sentimenti e-Japan ingentiliscono, e la dimensione nostrale della melodia vocale accarezza questa elettrica confessione, dentro cui echeggia un passo Velvet Underground (omaggio a Nico) e la risata della Decarli, che stende e ci porta via manco fossimo lanugine di dandelion che fluttuano lungo la trasognata franchezza testuale ricamata ad hoc dalle particolarità strumentali. Le disposizioni oniriche sono accentuate dal percuotere drum and bass, sfociando nel complesso in puro pop!

La prossima situazione imbocca una via drammatica. ‘Di Notte’ presenta il lucido quadro metropolitano, proprio di una umanità (qui urbana) afflitta da grigiori e dolori, la profondità esistenziale tende a far sentire i rimbrotti dell’anima posta dinnanzi a se stessa nello scuro contesto solitario.
Il travaglio è appannaggio della voce, mentre gli strumenti, densi ed ipnotici, disegnano la variabile scena timbrica imbottigliando olezzi che si addensano come un mantello oppressivo sulle persone, mai chete nel loro guadare i fiumi dell’introspezione.

‘Un Giorno Capirai’ si intrufola a mo’ di stella cadente, dichiarandosi appartenente alle amare favole dei loosers; scongiurando l’effimero, l’inevitabile, il clarinetto (il fiato di Marco Colonna) serve una night song intinta di profezie leopardiane. Ottime le descrizioni.

‘Adesso’ vivacizza il ritmo scalando in avanti le marce, la velocità e l’elettro mood scaldano la filosofia del ‘cogli l’attimo’; la fattura rock emerge dagli intrugli elettronici e le schitarrate confermano la verve zanardiana, in piena sintonia melodica di sound e parole (anche se qualcosa di certo Vasco aleggia benignamente in diradamento).

Gioca magistralmente ‘Troppi Problemi’ grazie alla bella orchestrazione; la regia del pezzo si presta ad incastonare, magnificandola, l’espressività del cantato… Un concreto Zanardi rimodella immagini uscite dal pentagramma, facendo sfumare motivi e pensieri dalla bombetta di Magritte.

Aria vintage, fatta di coloriture synth-pop che tingono la malinconia della fotografia arrendevole iniziale, regala pattern legati all’elettronica. I liquidi suoni di ‘San Valentino’ si avvicinano e si piegano alla dimensione italiana di un sentire proveniente dalla grande scuola cantautorale. Tra Dalla e Carboni? Va be’.
‘I Gatti Vanno e Vengono’ ritraggono un Zanardi più personale, tale che si abbassa i pantaloni e mostra di che pasta è fatto, ostentando le sue gambe pelose che fanno da contraltare a quelle della Decarli: Brutto? No, ma dai che scherzo! Si rimbalza (il basso docet) pervasi dall’ottica felina (è nel suo DNA) lungo le incertezze (poche in verità) della vita, ripresa e raddrizzata dall’attaccapanni dell’amore.

‘Fugge l’Amore’ è imprigionata nell’impeachment strumentale sopra cortina. Appesantito il pathos generato ma funzionale allo scopo, cioè, quello di evidenziare che è Zanardi che lo vuol fuggire, sotto sotto, e librarsi, come l’amore richiede, in levità allontanandosi dagli schemi svuotati e finiti. Contrasti e poesia si ibridano conferendo comunque mestizia. Quizas, quizas, quizas Mina si proporrà per un roseo tête-à-tête?

E’ vero che Zanardi col senno di poi auspichi maggiore scarnitura in vista di un futuro lavoro in merito alle sonorità, ma l’esperimento elettronico è di sicuro riuscito, ciò reso in maniera più tangibile dall’ottimo lavoro visto pure nel video di Fancesco Cabras, inscenando la libera reinterpretazione di un motivo di Leonard Cohen, ‘Nevermind’, rieditato in ‘Non Dirlo Mai’.

A mio parere c’è un influsso Lucio Dalla (o lì nei pressi della zona ‘cantautorale’ emiliana) che spira in gocce minutissime di vapore rintracciabili in alta quota, mentre la stoffa di Zanardi rimane impeccabile, come al solito, procurandosi di arrivare al cuore dell’ascoltatore quanto più efficacemente possibile.
E’ comunque interessante sentirlo in acustico/elettrico solo, appunto in duo live con la Decarli, nulla togliendo alle trame sonore distintamente confezionate in studio contraddistinte dalla modulare verve elettronica di “Un Giorno Nuovo”. La modalità intima delle liriche mantiene augusta la sorgiva fonte creativa, e quella in assoluto tira forte.

Non è solo mestiere.

Paolo, in questo frangente, procede ad infrangere il legame con gli arrangiamenti (comunque pregevoli) del passato, benché il precedente album fosse sensibile ad una esigenza di cambiamento; comunque sia, le nuove traiettorie sonore girano pienamente bene e tendono a nobilitare al meglio la visione umana e compositiva di un pezzo da 90 della musica italiana.

Considerato “Un Giorno Nuovo” nella prospettiva discografica a ritroso, è motivo di piacere ascoltare una virata del genere; aria fresca, aromatica, primaverile del dopo pioggia, si innesta fra le proporzionate architetture sonore qui concepite. Zanardi può essere ben felice di questo lavoro, ché ha mantenuto intatto il proprio stile nutrendolo di una nuova angolazione musicale, insufflata dal rinnovato approccio. La grandezza sta soprattutto nella compenetrazione artistica trovata con Sante Rutigliano, che si svela produttore perfetto al servizio di un artista maturo, di spessore comprovato, capace di donargli una veste insolita collocata entro un inappuntabile e sintomatico equilibrio, punto di incontro armonizzante delle reciproche ed artistiche istanze, tant’è che paiono gemelli diversi, dove la differenza riguarda il mero lato espressivo.

Due cavalli vincenti nella scuderia Godfellas riportano, più che su Zanardi, l’attenzione ai prodigi che può inventare e stabilire la musica.

Track List
1. Pezzo Zen
2. Un giorno nuovo
3. Venere in bicicletta
4. Di notte
5. Un giorno capirai
6. Adesso
7. Troppi problemi
8. San Valentino
9. I gatti vanno e vengono
10. Fugge l’amore

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