The Cure Disintegration

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Quasi obbligato da questo cielo grigio piombo (ma non lascio che mi prenda) permanente di inizio maggio mi ritrovo per la prima volta davanti a un file word per scrivere un testo che non riguardi piani editoriali social o testi di sottocategoria in ottica Seo.

Nella settimana appena trascorsa ho dovuto ignorare mio malgrado, senza snobismo di sorta lo giuro, una visita di Giorgia Meloni nel mio paese (mannaggia ero al lavoro) e il Concertone di Roma (mi hanno detto che Achille Lauro è stato bravo, so contento perché a modo mio gli si vuol bene), così l’evento della settimana nella mia filter bubble è stato, oltre a Game of Thrones, la ricorrenza del trentennale dalla pubblicazione di Disintegration dei Cure.

Solitamente non baratto la mia pigrizia in fatto di scrittura con la necessità di esprimermi su anniversari di dischi, ma in questo articolo (che originariamente doveva essere redatto sottoforma di storie Instagram, prima che stamattina con un tempismo toninelliano mi ricordassi di non avere più un account Instagram) proverò a spiegare perché ho deciso di “scendere in campo” nonostante sulla questione si sia già scritto molto e devo dire anche bene.

Ventinove anni

E alla fine non è male qua / c’è il mercato la domenica / io non me ne andrei / se non fosse che è arrivato il tempo in cui il tempo non c’è più / ormai il tempo non c’è più.
Fine Before You Came – La domenica c’è il mercato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il motivo principale che mi ha portato a immergermi a mio rischio e pericolo ancora una volta tra le tracce di questo disco per provare a tirarne fuori una mezza esegesi credibile è sicuramente l’anagrafica: scrivere a quasi trent’anni di un disco che ha appena compiuto trent’anni composto e suonato da una persona in crisi mentre compiva trent’anni sembrerebbe davvero good stuff per almeno sei mesi di oroscopi di Brezsny.

Sì perché pare che Robert Smith abbia vissuto proprio male l’avvicinarsi dei trenta, a differenza di Paz (vedi immagine) che anche legittimamente stigmatizzava a suo modo l’appellativo “vez” durante i suoi 29, il frontman dei Cure vibrava di questa urgenza di regalare a sé stesso e ai posteri un capolavoro prima di compiere 30 anni (anche se aveva pur sempre già pubblicato Pornography e 17 seconds, vallo a capire), pertanto come codici sorgente delle canzoni che compongono l’album troviamo: necessità di dare un senso all’esistenza prima del congedo dalla forma mentis da ventenne, ansie legate all’incombere dell’uscita forzata dall’età dell’innocenza, accettazione dell’ineluttabilità del trascorrere del tempo, sentendosi appunto come disintegrati nel profondo, dovendo affrontare la dissoluzione dell’io mentre la vita scorre lungo i bordi.

Quindi come è riuscito Smith a tradurre in musica tutto ciò senza passare per un seppur grottescamente celebratissimo Motta qualsiasi?

“Se non riuscite a articolare la vostra sofferenza in una struttura ben definita, siete fottuti.”
Michelle Houllebecq, Restare Vivi

In occasione dell’uscita del disco Chris Roberts del Melody Maker ne scrisse come di un’esperienza “divertente come quella di perdere un arto”, e in effetti a scanso di un’immagine sicuramente forte e al tempo stesso provocatoria il lavoro si presenta come un monolite di 72 minuti dall’intensità fitta e a tratti claustrofobica, in cui gli strali lamentosi di Smith sembrano provenire da chissà dove prima di colpire l’ascoltatore, parole e  riaffiorano tra il crescere e il ritrarsi delle maree di muri di sintetizzatori (in formazione figura Roger O’Donnell al posto di Lol Torhurst, licenziato poco prima per i suoi problemi con l’alcol) e riff di chitarra indimenticabili (strano per un disco che dovrebbe parlare di depressione eh? Ci torneremo).

A che tipo di narrazione decide di affidarsi Smith per esporre al mondo la sua sofferenza? L’impressione è che scelga di prenderci per mano prima ancora che grazie all’imponente e memorabile intro liturgica di Plainsong (per chi scrive tra i momenti più memorabili in apertura di un disco): in verità è già molto evocativo l’artwork dell’opera, realizzato al solito da Pearl Thompson, in cui osserviamo per la prima volta raffigurato in primo piano sulla copertina di un loro disco l’iconico volto del frontman in una spirale caleidoscopica di chiari e scuri (c’è solo lui e va specificato come non sia fuorviante reputare l’intera struttura compositiva un lavoro solista appunto di Smith, che all’epoca confessò agli altri membri della band che le canzoni già pronte le avrebbe pubblicate a suo nome nel caso in cui non fossero piaciute). L’oceano di inquietudine in cui stiamo per naufragare è ben rappresentato dalla mimica di Smith, rassegnata, statica e al tempo stesso rappresentativa del vortice che presto ci spingerà inesorabilmente flutti di dondolante malinconia altrimenti detti “same deep water as him”.

Se da una parte ritroviamo la necessità da parte dell’autore di pubblicare a tutti i costi un capolavoro prima di compiere trent’anni, da lui evidentemente associati a un punto di non ritorno verso una maturità ostinata, necessaria, non più procrastinabile, quasi un senso del dovere nel porre così una pietra tombale sull’epoca della licenziosità, dei giochi e delle illusioni, dall’altra ci troviamo a fare i conti con brani di un’intensità rara, ispirati e rivestiti di una luminosità macabra, pervasi da diverse stratificazione di ansia e rassegnazione, un viaggio allucinato tra i meandri del nostro io frammentato e appunto disintegrato.

Le liriche evocano scenari e situazioni partorite dall’immaginario di Smith, con cui è difficile non stipulare una comunione pressoché immediata: Plainsong è una sinfonia psichedelica sospesa e fluttuante, la voce in delay di Smith ci confonde e seduce, sin dai primi ascolti l’impressione che ho avuto come ascoltatore è stata quella di essere coinvolto in un dialogo nelle vesti di interlocutore: “I think it’s dark and it looks like it’s rain, you said, And the wind is blowing like it’s the end of the world, you said” in cui immagina appunto un dialogo o forse un monologo in questo scenario insieme apocalittico e metafisico o ancora “Sometimes you make me feel, Like I’m living at the edge of the world […] It’s just the way I smile, you said”, versi nei quali si allude alla precarietà dell’esistenza, alla fragilità e alla transitorietà dei rapporti umani come un semplice stato delle cose di cui sarebbe vano qualsiasi tentativo di dissimulazione.

Ora, debbo confessare di non aver subito fin’ora quest’ansiogena fascinazione dell’incombere dei trent’anni, o magari sì e in realtà sto somatizzando subconsciamente la cosa relegandola nello spam dei  pensieri intrusivi che popolano il mio quotidiano, ma non potendo permettermi un terapista al momento non vi ammorberò con questa cosa. Penso che per onestà intellettuale sia però importante ammettere come a prescindere dalla differenza tra età reale ed età percepita mi sia capitato di vivere un momento nel quale mi sono sentito come al risveglio repentino dopo un sonno pomeridiano, in quel non luogo della coscienza in cui sei colto dalla vaga sensazione di non capirci proprio un cazzo, situazione che di solito si propaga per una ventina di minuti al massimo e nel mio caso è durata un anno, divorato dalla sensazione di non avere un domani per estirpare i miei dubbi e che per molte scelte fatte fosse ormai tardi per ipotizzare un ripensamento, un cambio di rotta, una rivoluzione copernicana, che gli addii di persone amate cui avevo seppur inconsapevolmente affidato parti di me erano reali, tangibili, irreversibili, che mi sarei trovato di lì a poco mutilo di parti della mia identità una volta perse queste persone, “che a volte agli esseri umani basta restare seduti in un posto per provare dolore. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza.”

Tornando alle canzoni, il trittico composto da Closedown, Last Dance e The same deep water as you ci conduce nel cuore della condizione esperienziale di Smith: la solennità delle percussioni che introduce Closedown ci fa scivolare in un maelstrom ansiogeno il cui centro è proprio quella consapevolezza di non avere più tempo a disposizione, I’m running out of time I’m out of step and closing down, e l’unica speranza di resurrezione, per poter tornare a sentirsi vivi, to feel again the real belief of something more than mockery altra non è che l’amore, tanto agognato ed evocato quanto irreale e ineffabile.

Uno scenario invernale è la cornice in cui si muovono i protagonisti di Last Dance, sensuale momento per un’amara constatazione sul cambiamento e la fine delle relazioni: Robert Smith impugna ancora la via della rassegnazione portatagli in dote dagli anni che passano, I really believe that this time it’s forever but older than me now, more constant, more real, un uomo incontra a distanza di tempo una donna con cui ha avuto una storia di cui non sappiamo altro, e mentre un tempo si sarebbe lasciato sedurre dall’ingenua pretesa che un rapporto potesse ambire all’eternità, la realtà che gli si para dinanzi ora è un’altra e ben diversa, a woman now standing where once there was only a girl e and even if we drink, I don’t think we will kiss.

The Same Deep Water As You is about the expectations people have from you, and how you never can live up to those expectations.”

 Robert Smith

Il brano più lungo del disco, nei suoi 9 e passa minuti, The same deep water as you, è il giusto pretesto per introdurre il tema dell’acqua, presente in modo epidermico in tutta l’opera: ad ogni ascolto matura sempre più in me la convinzione di poter interpretare il flusso sonoro di Disintegration come un oceano nel cui moto perpetuo e impetuoso si sta svolgendo un rito, una cerimonia atta a celebrare il doloroso confronto quotidiano con l’esistenza, la profondità dell’animo umano rappresentata dall’oscurità di un abisso in cui siamo assaliti dalla sensazione di colare a fondo ma all’interno del quale non possiamo non trovare rifugio. “Disintegration è un posto dove ci piove dentro”.

Frammenti di un lamento amoroso

“How can a group this disturbing and depressing be so popular?”

Non mi interessa nè qui nè altrove stabilire quale sia l’apice compositivo dei Cure: dinanzi a una delle più grandi e longeve pop band della storia sarebbe presuntuoso e approssimativo perdersi in queste querelle, sono legato a moltissimi dei loro lavori pur non essendo stati la mia “band da cameretta” né nell’adolescenza né negli anni dell’università, eppure sono come pervaso dalla sensazione che quasi tutti i loro dischi si manifestino a me con significati sempre nuovi. Sono tuttavia piuttosto deciso nell’affermare una cosa: Disintegration resta a distanza di trent’anni il loro lavoro più riuscito se non altro con quel suo modo unico di far coesistere la solennità e il grandioso che campeggiano in certi brani insieme a momenti pop indimenticabili, le due anime dark e pop che hanno sempre contraddistinto la band fuse in uno iato. A soli due anni dal più solare, frenetico e scanzonato Kiss me, Kiss me, Kiss me, l’intarsio con cui passiamo da sonorità più rassegnate e malinconiche pioniere della fortunata stagione dream pop che verrà a capolavori come la sognante Pictures of You e le indimenticabili Lovesong e Lullaby è forse davvero il vero mistero della fede che nutre la nostra continua devozione nei confronti di questo disco.

Sono questi i momenti di tregua che i Cure ci concedono prima dell’esiziale coda del disco: l’eterna promessa d’amore che Robert regala come regalo di nozze a sua moglie Mary Poole, conosciuta ai tempi del liceo gli dà modo di affidare all’amore la funzione di fonte dell’eterna giovinezza o se vogliamo antidoto contro il tempo, Whenever I’m alone with you, you make me feel like I am young again, ma l’amore qui è sentimento maturo, diventa quasi un mantra la certezza dell’eternità del sentimento amoroso, così come il primo e più celebre singolo estratto ovveroLullaby, la ninna nanna dark più celebre della storia del pop, tutte le paure e le ansie che ci assillano assumono le sembianze di incubi notturni ma al tempo stesso non smettono di essere seducenti e suadenti come la parole di Robert che sembrano muoversi come ombre e danzare al ritmo di un immortale motivo d’archi.

Disintegrazione

«La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno…»

David Foster Wallace, Il Re Pallido, p.184

Disintegration è uno dei dischi cui mi sono rivolto e continuo a consultare per apprendere l’arte della rassegnazione (insieme forse a I could only live in hope dei Low e Desertshore di Nico, per cui andrebbe fatto un discorso a parte ma l’anno prossimo credo compia 50 anni perciò…). Gli addii di persone che credo di aver amato e che a modo loro hanno riempito la mia vita fin’ora contribuendo a fare di me ciò che sono si sono fatti più frequenti e saranno sempre più una costante da qui in avanti. La fine non è mai stata così umana e reale come la sento adesso e il confronto/scontro con essa è stato inevitabile e lo sarà sempre di più. La martellante, ossessiva e furiosa sferzata della title track ci fa sentire nudi dinanzi alla certezza della pena, il viaggio allucinato e allucinante nel nostro io disintegrato è giunto alla parola fine, ha esaurito i battiti e sta esalando le ultime note.

Disintegration is obvious, it’s my scream against everything falling apart, and my right to quit with it when I want to.”

Robert Smith

Non siamo noi a decidere quando uscire di scena, quando apporre la parola fine su ciò che viviamo nel nostro quotidiano, viviamo momenti in cui si ha come la sensazione di non essere davvero padroni delle nostre scelte, così continuiamo a remare barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.

“Songs about happiness murmured in dreams when we both of us knew how the end always is,

How the end always is

How the end always is

How the end always is

How the end always is

How the end always is”

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