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Recensione : La villeggiatura di Mussolini di Silverio Corvisieri

Scopri "La villeggiatura di Mussolini" di Silverio Corvisieri: un'analisi cruda e documentata del confino politico e della repressione durante il fascismo.

“La villeggiatura di Mussolini” di Silverio Corvisieri, edito da Baldini Castoldi Dalai

“La villeggiatura di Mussolini” di Silverio Corvisieri, edito da Baldini Castoldi Dalai

In questo libro, attraverso documenti e testimonianze, viene ricostruita la genesi e lo sviluppo del confino politico durante il fascismo; di questa forma di repressione del dissenso, vengono evidenziate le persecuzioni morali, i piccoli sadismi quotidiani e le violenze fisiche e intellettuali comprese in questa “villeggiatura” a cui furono costretti tantissimi non allineati all’ordine mussoliniano: da Pertini, Gramsci e Cesare Pavese sino ai più umili fra contadini, operai e insegnanti. Gente di ogni estrazione sociale e politica, che seppe respingere ogni tentativo di umiliazione e di distruzione della personalità, in nome di un insano amore: quello per la libertà.

Potrete leggere passaggi come questi:

Furono in molti a pagare a caro prezzo la partecipazione ai funerali di antifascisti. A Muggia, nel settembre del 1937, alle esequie di un giovane che era stato ucciso dai fascisti, ci fu una “oggettiva” manifestazione ostile al regime: la reazione scattò con immediatezza dapprima disturbando la cerimonia funebre e poi condannando diciotto persone, di cui undici erano donne, a cinque anni di confino.

(…) il riminese Guerrino Amati, pasticciere anarchico, fu condannato al massimo della pena confinaria nel 1927; la sua colpa consisteva nell’essere stato minacciato da un fascista: si volevano “evitare ulteriori incidenti”.
Penosa la vicenda dell’ebreo Eugenio Vitale, ingegnere napoletano di 81 anni, che nel 1940 fu condannato a cinque anni perché “aveva al suo servizio domestiche ariane”. Resistette al confino soltanto tre mesi e poi morì.

Giuseppe Proietti, un contadino della provincia di Viterbo, non potendo sottrarsi all’ascolto dei giornali radio che gli altoparlanti irradiavano a tutto volume per le stradine del suo paese, incappò egualmente nelle maglie della repressione perché militi e poliziotti avevano notato che quando arrivavano notizie di arretramento delle truppe italiane (si era nel gennaio del 1943) egli sorrideva “di compiacimento e soddisfazione” e inoltre si “fregava e leggermente batteva le mani”. Altri furono confinati perché durante le trasmissioni dei bollettini di guerra non si alzavano in piedi o non si toglievano il cappello dalla testa.

Intollerabile fu considerato anche il comportamento del trevigiano Antonio Rainato perché, nonostante fosse iscritto al Fascio, inviava “suppliche chiedendo aiuti per non morire di fame”: tre anni di confino nell’agosto del 1939.

La persecuzione del regime prese di mira con particolare accanimento i testimoni di Geova, i pentecostali, gli evangelisti e anche tutti quei preti cattolici che risultavano sgraditi per il loro rigore cristiano (distinguendosi, occorre dirlo, dalla stragrande maggioranza del clero che invece supportò in ogni modo il fascismo).
Dal ’36 in poi, forse in concomitanza con le leggi e i provvedimenti tendenti a colpire il celibato e a incrementare le nascite, gli omosessuali furono spesso considerati confinati politici. In qualche caso l’assegnazione al confino veniva giustificata dalle apposite commissioni con l’esigenza di “arginare tale grave aberrazione sessuale che offende la morale ed è esiziale alla sanità e al miglioramento della razza”.

L’arma del confino fu brandita qualche volta anche nei confronti dei fascisti caduti in disgrazia o comunque resisi invisi ai gerarchi più importanti. Si calcola che i fascisti confinati furono 240.
Nelle località di confino ci si poteva ammalare con molta facilità ma non ci si poteva curare perché mancavano gli ospedali, mentre le infermerie erano prive di attrezzature sanitarie anche elementari e di farmaci importanti.

(…) da New York i ponzesi colà emigrati, per il tramite del loro banchiere Vittorio Borsellino, inviarono una lettera a Mussolini per denunciare le continue violenze che i militi mettevano in atto contro i loro familiari rimasti in Italia. L’episodio più grave si sarebbe verificato (…) con l’uccisione del dodicenne Salvatore Scotti a opera di un milite imbestialito perché il ragazzo si era rifiutato di andare a prendergli dell’uva nella vigna del padre. L’omicidio fu fatto passare per una disgraziata caduta in un burrone. Il cadavere fu immediatamente portato al cimitero dalla milizia e sepolto senza che alcun altro potesse vederlo. Il padre di Salvatore, accorso negli uffici per denunciare l’accaduto, fu preso a pugni e a calci e gettato sanguinante in strada.

A un confinato che aveva chiesto e ottenuto una licenza per accorrere al capezzale della madre moribonda, al momento dell’imbarco sul piroscafo fu comunicato, in tono freddo e burocratico, che la licenza era stata ritirata perché sua madre era già morta.

L’ispettore Giuseppe D’Andrea, incaricato nel 1930 di indagare sugli stupri compiuti dai militi, minimizzò i fatti e se la prese con le donne ponzesi perché esse, a parte qualche eccezione, non esitavano a “ricercare il maschio”. Dall’inchiesta dei carabinieri emerse un giudizio ancora più scandaloso: “Non risulta che militi e agenti disturbino le donne, anzi risulta che costoro provochino, con la loro sfacciataggine, gli uomini”.

Cos’altro dire di questo libro? Credo rappresenti un capitolo della nostra storia che non era ancora stato scritto così chiaramente; un capitolo che non si può fare a meno di conoscere, per capire da dove veniamo e dove vogliamo andare, per imparare dagli errori e percorrere passi più saldi e sicuri verso il futuro; un capitolo che dobbiamo difendere con tutte le nostre forze perché nessuno riesca a manipolarlo, a riscriverlo a seconda dei tempi e delle circostanze.

Marco Sommariva
marco.sommariva1@tin.it

 

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