La prima compilation della neonata Purge Records si presenta come un manifesto più che come un semplice esordio discografico. Un progetto che nasce nelle mani di un genovese noto alle cronache dell’ambiente, figura già sedimentata nelle pieghe più abrasive dell’underground, che qui orchestra una visione coerente, stratificata e priva di compromessi.
La compilation si divide su più livelli di lettura, ma anche su più stati di coscienza. Non è una sequenza casuale di tracce: è una progressione rituale.
Ad aprire è Tot Onyx, con una traccia sottile e scoppiettante: un turbinio di violenza domestica tradotta in glitch disturbanti, voci stratificate su più layer che ci immergono in un calderone di rallentamenti e celebrazioni dissociate. È un inizio che destabilizza, trascina subito in un clima claustrofobico e malato, dove il tempo sembra deformarsi sotto il peso della tensione.
Si passa poi al connazionale Exome, che sorprende proponendo qualcosa di radicalmente diverso rispetto a ciò a cui ci ha abituato. Nessuna estetica speedcore, nessuna violenza fine a sé stessa: qui siamo nel campo di un romanticismo oscuro, tra field recording e campioni evocativi. Una traccia molto più sognante e, sinceramente, più apprezzabile della produzione abituale dell’artista bresciano. Finezza, cura e sofisticazione guidano l’ascolto, mentre intrusioni noise mai invasive arricchiscono il tessuto sonoro, riportandoci alla natura del progetto senza abbandonare mai il sogno.
La terza traccia, a cura di The Nausea, parte da lontano. Un fondo sonoro si avvicina lento ma inesorabile, si fa spazio tra inquietudini e dissonanze, spinge con i gomiti finché non apre a calci il portone e cattura tutta la nostra attenzione. I picchi di rumorismo dislocano con caparbietà una narrazione che gioca sul lungo periodo. Non c’è fretta di colpire: lo si fa con astuzia, controllo e stile per tutta la durata della traccia. Altro livello.
Con Resign l’impatto è immediato. Qui si rientra su un piano più canonico, almeno in apertura. Livelli scompensati mirano a confondere, per poi aprire su feedback rumoristici che appaiono e scompaiono, lasciandoci sospesi. Le voci, sepolte sul fondo della camera oscura, sembrano disegnare figure che riemergono da uno scatto sfocato in fase di sviluppo. Siamo davanti a qualcosa che non riusciamo a definire, e proprio per questo ci rapisce e ci ferisce. Arriviamo alla fine confusi, destabilizzati.
È il momento di Mouth Wound, che invece parte dritto, senza compromessi. Qui la finezza sofisticata lascia spazio a una palata sonora violenta e immediata. Bolle gommose ma siderurgiche di acidità rimbalzano lungo tutta la traccia; i bassi tombano riportandoci a una dimensione multilayer verticale che colpisce con gusto sulle frequenze ultradistorte emergenti. Stiamo annegando: ogni riemersione è solo una boccata d’ossigeno prima che le onde ci trascinino di nuovo giù. Una nenia ci ricorda che qui e ora i polmoni sono quasi colmi d’acqua. La consapevolezza è tutta nel presente, e l’ansia ci pervade.
Segue smr.tni, artista tedesca di notevole valore. L’inizio è una calma piatta: un tappeto scoppiettante introduce a una catalessi sonora dissociata. Ciò che emerge in primo piano sono avvertimenti cupi di ciò che sta per arrivare. Il flow cresce con intelligenza e pazienza, costruendo lo scenario con cura. Poi, all’improvviso, un muro ci fa sbattere. Fa male. Ci ritroviamo in un labirinto, una casa degli specchi macabra, dove il gioco è farsi male fino a perdere i sensi. La voce che ci accompagna è quella sadica del giostraio che, dal microfono, ci ricorda che non abbiamo speranze, né via d’uscita, né pietà. Resta solo l’abbandono.
Arriva quindi Reneglod. Siamo nel delirio: un androne di sofferenza e fastidio. Non comprendiamo il motivo del nostro immolarci, eppure lo facciamo con spirito monastico e senso del sacrificio. Ci aggiorniamo nelle nostre dissociazioni come viandanti in cerca di senso, ma troviamo solo altre domande, muri da grattare, limiti e confini sempre più stretti. Le grida ci intimoriscono senza offrirci una logica. La logica, forse, arriverà solo se riusciremo a sopravvivere.
Ma non è la fine.
Il testimone passa a The Vomit Arsonist (Andrew Grant), figura che ha fatto scuola nella power electronics e nella death industrial contemporanea. L’apertura è metallica, tagliente. Emerge la rabbia che lo contraddistingue: voci fuzzate sorgono come moniti, si diluiscono nei propri delay, si inseguono e si fratturano. Qui viene piantata una bandiera nera sul culmine della traccia. La crescita è continua, chirurgica, fino a un’esplosione curata nei minimi dettagli, sostenuta da un pattern che ribolle fino al picco. Superati i quattro minuti, la chiusura avviene in un ronzio persistente che ci lascia inermi, svuotati. Eccezionale.
Segue Theet Dreams, che sceglie una partenza più cauta. Lo scenario iniziale è quasi siderale, rarefatto. Intorno ai due minuti e mezzo i field recording aprono una texture noise che si eleva come uno scoppiettare lontano. Onde e ritorni acidi rendono l’esperienza viscida, curva, mai monolitica. Campioni di sirene ultra-processate evocano una routine distopica post-moderna, in dialogo con effetti corali aperti sul fondo: una coesione forzata tra post-umanesimo e senso di sacralità collettiva. I field diventano vocali, narrazioni cupe, cinguettii di uccelli. Siamo sul confine tra macchina e uomo, carne e spirito. I nove minuti scorrono senza peso e si chiudono in un silenzio surreale, un sipario improvviso su ciò che di contrastante anima la nostra società. Lavoro creativo e consapevole.
Infine Jonathan Bergen, artista berlinese di fama e aggressività mai gratuita. L’apertura è un muro vibrante, quasi statico nella sua massa sonora. Su questo fondale costruisce voci roboanti stratificate come proclami industriali deformati. La tensione non è nell’accelerazione ma nella pressione costante: compressione, accumulo, densità. Ogni elemento schiaccia il successivo fino a creare un blocco monolitico che vibra e minaccia. Non c’è virtuosismo, c’è disciplina. Ed è proprio in questa disciplina che si manifesta la sua forma più efficace di aggressione sonora.
Nel complesso, questa prima uscita di Purge Records non è una semplice raccolta ma un atto fondativo, costruito con consapevolezza sia sul piano sonoro sia su quello curatoriale. La progressione delle tracce è calibrata con intelligenza, senza cali di tensione, senza riempitivi, mantenendo una linea identitaria chiara pur attraversando linguaggi differenti.
A incorniciare il tutto interviene il lavoro grafico di PeerPressure Press, che mantiene una coerenza estetica all’altezza del contenuto: sobrietà, rigore e un senso di classe che evita qualsiasi ridondanza. L’oggetto fisico non è un semplice supporto, ma parte integrante dell’esperienza.
Questa compilation non spiega, non introduce, non cerca consenso. Espone.
Definisce un territorio e lo delimita con precisione.
È un disco necessario per chi frequenta power electronics, death industrial e noise contemporaneo, ma anche un punto d’accesso credibile per chi cerca nuovi confini sonori senza scendere a compromessi con la qualità.
Un esordio che non punta all’hype ma alla solidità. E che, proprio per questo, si impone.
Tracklist
1. Tot Onyx – Domestic Terrorism 03:51
2. Exome – Incapable of Feeling 06:32
3. The Nausea – Series 1 10:50
4. Resign – Turning Left 05:14
5. Mouth Wound – Decomposition in the Summertime Is Sometimes Justified 03:37
6. smr.tni – Markings 07:07
7. Reneglod – Delirium Chamber 04:20
8. The Vomit Arsonist – A Single Gasp Through a Hewn Throat 04:54
9. Teeth Dreams – Fragile Birdbone Lament 09:31
10. Jonathan Bergen – Gliederkoerper 05:10









