Il mondo addomesticato – 8. Contratto

Il mondo addomesticato - 8. Contratto 1 - fanzine

Pubblicato il

Scritto da

Quando sulla Terra scese un’intelligenza a lui superiore, l’uomo non era pronto, nonostante tutto quello che era stato scritto, girato, narrato, raccontato, avvertito…
Non era pronto per due motivi.
Il primo è che, come per Dio, ne parli, lo preghi, ma alla fine dei conti non ci credi mai veramente. E se esistesse e dovessi avere il privilegio di vederlo, te la faresti sotto.
Il secondo motivo è che non si può essere mai pronti per una cosa del genere.
Il magazziniere Federico Tanzi resta prigioniero in una piccola casa diroccata, succube di una delle sfere di luce materializzatesi sulla Terra e delle sue allucinazioni. La sua titolare, Mara Alberti, fugge in auto verso la città con l’unico obiettivo di portare in salvo suo figlio. Nel tentativo di fuga la donna e il bambino accedono a quello che sembra un universo parallelo, dove una strana figura gli promette spiegazioni. Una volta fuori dalla fantasmagoria Mara si ritrova, senza il figlio, nella casina dove è rifugiato Federico e gli racconta quello che è accaduto nella Stanza della memoria. Nel frattempo, nella zona industriale, un altro gruppo di persone ha preso una strada diversa. Con un camion, il gruppo di tredici persone, guidate dal falegname Ermanno, trova rifugio in una centrale elettrica, apparentemente libera dagli invasori.

Puntate precedenti: 1. Pilot / 2. Casa / 3. Libertà / 4. Città / 5. Natura / 6. Memoria / 7. Comunità

«L’uomo è nato libero e ovunque si trova in catene. Anche chi si crede il padrone degli altri non è meno schiavo di loro. Come si è prodotto questo cambiamento? Lo ignoro. Cosa può renderlo legittimo? Credo di poter risolvere tale problema.
Se non considerassi che la forza e l’effetto che ne deriva, direi: finché un Popolo è costretto a obbedire e obbedisce fa bene, appena può scuotere il giogo e lo scuote fa ancora meglio, giacché, recuperando la sua libertà per mezzo dello stesso diritto con cui gli è stata sottratta, o è autorizzato a riprendersela o nessuno lo era mai stato a togliergliela. D’altra parte l’ordine sociale è un diritto sacro, che serve da base a tutti gli altri».

Jean-Jacques Rousseau

– Come va il bernoccolo, Stefania? – chiese Alex alla giovane stagista del mobilificio, mentre entrambi si davano da fare a rassettare la grande sala allestita come cucina.

La ragazza sorrise – Molto meglio, grazie. Dopo due giorni non si vede quasi più.

– Era una bella botta e… – il ragazzo fu interrotto dalla voce di Gino, il meccanico, che lo chiamava da un’ala lontana della centrale.

– Scusami – le disse allontanandosi dalla donna e recandosi con passo sostenuto verso l’origine della voce.

Superato un lungo corridoio di uffici, Alex uscì all’aperto, in un spazio interno alla centrale, e scorse il trio composto dai due anziani, Gino ed Ermanno, e dal più giovane Vittorio. I tre stavano discutendo e avevano l’aria di prendere decisioni importanti.

– Come va in cucina? – chiese Ermanno non appena Alex fu a portata di voce.

– Bene, le donne hanno sistemato i bidoni per il fuoco. Le taniche sembrano fare il loro lavoro. E anche il bocchettone di aerazione è stato riparato e ora funziona.

– Bene – disse Ermanno con tono deciso, anche se con lo sguardo continuava a osservare la stanza in cui i quattro si trovavano. – Non servi più là, bisogna fare una squadra per uscire a recuperare rifornimenti. Andremo io, te, Massimo e Alberto. Mentre Gino e Vittorio rimarranno con gli altri qui a sistemare le altre stanze. Non possiamo più dormire tutti in una stanza. Una notte va bene, due sono già troppe. Le donne hanno bisogno di intimità – mentre diceva queste ultime parole già si avviava verso il centro dello spiazzo aperto per tornare verso l’ambiente della centrale in cui avevano predisposto le cucine e uno spazio comune piuttosto grande. Poi si rivolse a Vittorio e Gino. – Conto su di voi. Continuate a sistemare qui, fatevi aiutare dagli altri, che si dessero una mossa. Bisogna che si collabori tutti perché si riesca a convivere decentemente. Almeno finché quelle bolle non se ne tornino da dove sono venute.

Quando il falegname fu qualche metro lontano, Alex si volse verso Gino, sussurrandogli – Da quand’è che comanda lui?

– Avanti, Alex, non abbiamo tutto questo tempo – gli intimò il vecchio. Alex affrettò il passo per raggiungerlo, non senza prima aver scambiato uno sguardo di complicità con il meccanico.

I due uscirono con il camion. Alex guidava, Ermanno era silenzioso, accanto a lui, fissava la strada. Gli altri due uomini, entrambi sulla trentina, erano i colleghi di Alex presso la ditta di distributori, e si erano sistemati nel cassone.

– Dove si va? – chiese Alex.

– Prendi questa strada sulla destra, andiamo in paese evitando le arterie principali. Tra poco dovremmo trovare anche una colonnina di benzina… eccola, accostati e vediamo di rifornirci.

– Hai intenzione di pagare per mettere benzina?

– Non ce n’è bisogno, qui fanno solo servito, e credo che il benzinaio non abbia serrato i distributori prima di fuggire.

– Fa’ attenzione…

– Nessuna di quelle bolle di luce nei dintorni, non preoccuparti.

Dopo aver fatto il pieno, il camion prese una strada provinciale diretto al paese più vicino. Qualche centinaio di metri prima del cartello di benvenuto, si intravedevano carrozzerie di auto abbandonate nella direzione opposta alla loro. E pochissima gente a piedi che vagava forse cercando un riparo, voltandosi spesso indietro, gli occhi smarriti.

Una volta dentro il paesino furono costretti a rallentare la loro andatura. Le persone si erano riversate sulla strada e avevano le facce sconvolte, parlavano poco tra di loro, non sembravano cercare una via di fuga. Le sfere erano qualche centinaio di metri dietro di loro, minacciose nel loro aspetto, ma silenziose e apparentemente calme. Qualche uomo che si trovava nei pressi di queste, era sospeso nello stesso modo che nel giorno dell’invasione.

– Dici che non ci vedranno? – chiese Alex a Ermanno.

– Rallenta – rispose il vecchio. – Ma soprattutto sta’ pronto a fare inversione e fuggire.

Una scena colpì i due in maniera particolare. Una donna sulla cinquantina con una bimba piccola per mano e un ragazzino adolescente occupavano la carreggiata di fronte a loro. La donna guardò il vecchio negli occhi, con un’espressione tranquilla, quasi rassegnata. E lo stesso sguardo smarrito si poteva scorgere negli occhi di quelli che potevano essere i suoi figli. Alex accostò, spense il camion e si precipitò giù. Lo stesso fece il vecchio e i due uomini dietro il camion.

– Signora, si sente bene? – chiese Alex sfiorandole il braccio.

La donna non rispose, si limitò a scansarsi e a guardare il punto di contatto, per qualche secondo, poi alzò di nuovo lo sguardo davanti a lei e restò catatonica.

– Signora, se mi sente, faccia come le dico – disse il falegname, lentamente e con un tono di voce più alto del normale. – Ci aspetti qui, cerchiamo di recuperare del cibo e poi la portiamo con noi. Non abbia paura – e poi, rivolto a Massimo e Alberto – Restate con loro. Noi diamo un’occhiata in giro.

La donna voltò leggermente la testa. Per un attimo sembrò scorgersi un’eco di consapevolezza in fondo alla pupilla, ma subito il velo dell’incoscienza tornò a fare da padrone sul suo viso. Intanto le sfere, sullo sfondo del paesino, galleggiavano senza alcuna scossa, come se non percepissero la loro presenza.

I due procedettero cautamente per qualche centinaio di metri, fino al raggiungimento di un supermarket che si trovarono sulla loro strada. Alex quindi tornò indietro a recuperare il camion e a sistemarlo nei pressi dell’entrata principale. Rassicurò i suoi colleghi che nel giro di qualche minuto avrebbero terminato.

Alex ed Ermanno diedero da fare nella scelta degli alimenti di prima necessità, e in questa loro operazione, inevitabilmente, abbassarono la guardia.

– Ehi, voi! – Esclamò una voce alle loro spalle. Era un uomo sulla quarantina, dal cranio calvo e la corporatura massiccia. Imbracciava un fucile. – Che diavolo state facendo?

Altri due uomini uscirono dalla porticina buia da cui aveva fatto capolino il calvo, un tipo alto e magro con i capelli lunghi e unti, il volto scavato, da tossico, e un altro basso e grasso, con gli occhi chiari e i capelli ricci e rossi. Entrambi armati di pistola.

– Merda… – sussurrò Alex.

– Da dove venite? Non siete di qui – disse il ciccione.

– Veniamo da Taranto – rispose Ermanno. – Abbiamo bisogno di cibo, siamo tredici persone e…

– Ermanno! – l’ammonì Alex.

– Lascialo continuare – disse l’uomo calvo. – E poi spiegami anche perché siete venuti a rubare il nostro cibo.

– Ehi, amico, questo cibo non è di nessuno! Hai idea di quello che sta succedendo là fuori? – Chiese Alex sbottando.

– Lo so bene – rispose. – Ma adesso ti spiego una cosa. Noi ci siamo rifugiati qui, con queste – mostrò le armi. – E tutto quello che è in questo supermercato adesso è nostro. Quindi, spiegami tu, adesso, perché dovrei lasciarvi prendere la nostra roba e farvi andare via.

L’aria si fece improvvisamente tesa tra i due e Alex già stava per rispondere con boria a quelle parole, quando Ermanno prese in mano la situazione e lo anticipò.

– Ti rispondo io – disse. – Perché noi abbiamo un posto dove stare migliore di quella cella frigorifera dove vi siete nascosti, e potremmo portarvi con noi.

– Sei impazzito? – Sbottò Alex.

– Taci, non c’è altra soluzione.

– Stai bluffando – disse il ciccione.

– Eppure eccoci qua – disse il vecchio falegname. – Ti sembro rimbambito come quelli lì fuori? Dateci una mano a caricare il cibo sul furgone e vi portiamo in un posto migliore di questo.

– Dici che possiamo fidarci? – Chiese l’uomo calvo a quello grasso. Lo smilzo continuava a tacere.

– Altra condizione – disse Ermanno. – Le armi…

– Ehi, vecchio, per chi ci hai preso? Per due rincoglioniti? Non se ne parla.

– Allora la donna e i bambini che si trovano a cento metri da qui vengono con noi.

– Stai dettando troppe condizioni – disse l’uomo basso.

Alex, un passo dietro al vecchio falegname, faticava a contenere la rabbia. – È una cazzata! – sussurrò nelle orecchie del vecchio.

– Smettila, non se ne esce – gli rispose. E poi, rivolto agli altri tre – Allora? Che dite?

I tre si guardarono, annuirono tra loro, e rinfoderarono le armi come poterono. Tranne il tossico, che continuava a tenerla puntata contro i due.

– Niente scherzi, d’accordo? – chiese l’uomo grasso.

– Niente scherzi – confermò Ermanno.

I cinque si misero immediatamente a lavorare di buona lena per caricare quanta più roba possibile nel camion. Quando ebbero finito Alex andò a recuperare la donna con i bambini e li aiutò a montare nel cassone del veicolo.

– E quelli chi diavolo sono? – Chiese Alberto.

– Tre stronzi che vengono con noi. Sono armati – rispose Alex.

– Cristo!

– Calma ragazzi. Armatevi di sangue freddo e montate su. Finché le sfere restano lontane – disse Ermanno.

– Arriveranno presto – disse il calvo. – Abbiamo capito come agiscono. Dopo aver ipnotizzato gli uomini sembrano aver esaurito il loro compito. In qualche modo non hanno accesso alle celle, ma qualche minuto dopo aver messo il naso fuori si ripresentano. È come se sentissero l’odore. Ieri Nicola per poco non ci rimaneva secco.

– Non mi sembra molto loquace, comunque – rispose Alex con disprezzo, ottenendo uno sguardo poco cordiale dai tre.

– Ok, facciamo presto allora – smorzò Ermanno.

Lui, Alex e il calvo montarono davanti, gli altri quattro nel cassone con la donna, i ragazzini e il cibo. Il tossico taceva e aveva ancora la pistola pronta all’uso.

– Spero per te che non ci stia facendo un brutto scherzo, vecchio – disse l’uomo calvo. – Non dimenticare del mio amico – rise, accarezzando il fucile. – E di quei due là dietro.

Ermanno rimase in silenzio. Alex mise in moto. Appena un paio di secondi prima che le sfere che erano lì vicino si scuotessero dal loro torpore.

No Comments

Post A Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.