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Recensione : Il contrario di uno di Erri De Luca

Il contrario di uno di Erri De Luca: dice Erri De Luca: “Questa notizia, che contrasta con l’aritmetica, è l’esperienza di questi racconti”.

“Il contrario di uno” di Erri De Luca, edito da Feltrinelli

Il due è il contrario di uno. Dice Erri De Luca: “Questa notizia, che contrasta con l’aritmetica, è l’esperienza di questi racconti”.

Potrete leggere passaggi come questi:

Alla fine delle manifestazioni aumentano gli arresti, però la fuga non è lo scompiglio di prima. C’è una linea che assorbe urto e respinge. Impari a stare lì, tra quelli che non si fanno da parte. Se uno finisce isolato con la truppa addosso si va a prenderlo e a scipparlo di mano. A me è toccato questo sollievo, d’essere sradicato a viva forza dalla truppa che ti aveva già arrestato. Ricordi un amico che assaltò da solo un furgone fermo a un semaforo, senza scorta, prese le chiavi al conducente e aprì le portiere e liberò tutti gridando “Tana”, come da bambini. Intanto ti accorgevi che le truppe in divisa preferivano puntare su persone isolate, non sulla tua linea. Attraverso di loro ti sei accorto che i rapporti di forza per le strade stavano cambiando.
Cambiarono i rapporti di forza fino al ’75, quando, per recuperare il vantaggio della forza pubblica, il parlamento a grassa maggioranza dette in dote ai militi la legge che consentiva loro di sparare in piazza senza causa di pericolo e bisogno di legittima difesa, di entrare nelle case e nelle sedi politiche senza mandato di magistratura, di tenersi un acciuffato per due giorni e notti senza avvisare avvocato né magistrato.

Oggi lo riconosci, era impossibile trattare con quella gioventù. Da dov’era spuntata tutta insieme? Così avversa a ogni autorità, strafottente di deleghe, di partiti, di voti, così ficcata in mezzo al popolo, pratica di vie spicce, contagiosa. Entrava nelle prigioni a schiere di arrestati, faceva lega con i detenuti e iniziavano le rivolte contro il trattamento penitenziario. Andava a fare servizio di leva e dentro le caserme partivano gli ammutinamenti per un rancio migliore e una paga decente. Negli stadi i tifosi adattavano i cori e ritmi delle manifestazioni ai loro incitamenti. Da dov’era spuntata quella generazione imperdonabile che ancora sconta il debito penale del suo millenovecento? Non lo sai, immagini piuttosto che in un sistema ondoso c’è un’onda più serrata e forte, che non si spiega con quella di prima né con quella di dopo. Perciò immagini che prima o poi le generazioni tornano.

La nostra era la prima generazione d’Europa che a diciott’anni non veniva presa per la collottola e sbattuta in guerra contro un’altra gioventù dichiarata nemica. Era la prima che si scrollava di dosso le conseguenze catastrofiche della parola patria. Perciò eravamo patrioti del mondo e ci impicciavamo delle sue guerre.
(…) avevo l’aria spaesata degli emigranti, che un paese non l’avranno mai più.
Ci sono decisioni prese in età aspra che non cedono più, conficcate in chissà quale osso.

“La meglio zoventù”, diceva una canzone alpina imparata da mio padre. La meglio zoventù della città di Roma si dava appuntamento, indurita e spavalda, intorno alla basilica di San Paolo, contro la riunione dei capi della Nato all’Eur. I partiti della sinistra seduta, in parlamento e fuori, dettavano scongiuri: è una manifestazione provocatoria (la nostra, non quella della Nato), opera di gruppuscoli estremisti. Ordinavano ai loro iscritti di vigilare nelle sezioni, cioè: tapparsi dentro. Quella zoventù non se ne stava buona, obbediva a nessuno, era invadente, senza rappresentanti nemmeno nella portineria delle istituzioni.

La manifestazione non era autorizzata, e allora? Mica volevamo aprire un esercizio commerciale che ci serviva la loro licenza. Si trattava di manifestare, e basta, un diritto intrattabile.
(…) qualche ragazza restava e se non aveva forza di gettare pietre, in cambio le raccoglieva e te le passava in mano. Non ti sei mai fatto mettere in mano una pietra da una ragazza? Sono le migliori, ci metti dentro una forza nel lancio, che ti senti una catapulta. E gliene chiedi ancora per risentire il tocco del passaggio di mano.

(…) felicità per noi è stato un quartiere insorto all’improvviso a fianco e intorno. Chiamavamo quelle cose comunismo, ma tiravamo a indovinare, quella era soprattutto una felicità, aspra e affumicata.
Fare come un altro: non potevo, era una recita e non ho saputo agire così.
È bene che gli uomini abbiano sentimenti da lacrime.

Chi veniva con il mulo e l’ascia, sapeva togliere al bosco. Chi viene con il camion e con la motosega, lascia spoglio.
Intorno scalpitavano le rivolte di strada e m’inghiottivano. Insieme a molti spuntati tutti insieme ero pressato a uva nell’annata indecente e decisiva millenovecentosessantanove. Braccianti fucilati dalla polizia nel meridione, le bombe nelle banche a settentrione, gli anarchici incolpati a torto e apposta: era l’anno dell’ira, ira pura. Per molti diventava svolta di non ritorno indietro da parole spietate, di risposta. Dirle costrinse a obbedirle. Da astemio posso dire a freddo che non fu una sbronza, ma l’avvento a secco dell’odio.

Volete sapere qualcosa di più di questo libro? Questi racconti sono emergenze che contraddicono la solitudine, imbrogliano la morte.

Marco Sommariva
marco.sommariva1@tin.it

 

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