“Angelicamente anarchico” di Don Andrea Gallo, edito da Mondadori
Don Andrea Gallo è il fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, un’isola di solidarietà che accoglie persone in difficoltà: tossicodipendenti, ex prostitute, ex ladri, uomini e donne in transito da un sesso all’altro; in questo libro del 2005, rivela il suo punto di vista su temi come la lotta alla droga, il new globalismo e la politica, e racconta di incontri straordinari con quell’umanità dolente che bussa alla porta della Comunità. Ne viene fuori qualcosa di simile a quel mondo di storie dignitose e disperate messo in musica e parole dal suo amico Fabrizio De Andrè.
Potrete leggere passaggi come questi:
Moni Ovadia è un appassionato studioso della cultura ebraica e, più in generale, delle religioni monoteiste. (…) Una volta mi disse: “Andrea, ho letto attentamente i testi sacri delle tre principali religioni del mondo. E sono arrivato alla conclusone che chi vuole dirsi musulmano, ebreo, cristiano e non è accogliente nei confronti degli altri non può dirsi né musulmano né ebreo né cristiano”.
(…) non mi sono mai sentito no global, bensì new global. Non mi sento parte di quelli che rifiutano il progresso, ma di quelli che rifiutano un certo tipo di progresso. Quello che maschera il neocolonialismo con lo sviluppo economico, che assoggetta anche la morale alle necessità di un mercato selvaggio, senza scrupoli, senza rispetto. Non rifiuto la globalizzazione in quanto tale, ma la sua ispirazione neoliberista, a causa della quale emerge in modo prepotente il diritto della forza e non la forza del diritto.
Ho letto con i miei occhi la circolare spedita alla prefettura di Genova circa quindici giorni prima del G8. Nel documento ufficiale c’era la previsione di quello che avrebbero fatto davvero i Black Block, descritto in ogni minimo particolare: come si comportano, come si contraddistinguono, meccanismi di ritrovo e di fuga, tutto quello che c’è da sapere su di loro. La mia domanda è: “Se la polizia era al corrente di ogni cosa, perché non ha fatto niente per fermarli?”.
Il fascismo non produceva coscienze critiche, ma solo soldatini che rispettavano le gerarchie. L’incapacità di emancipare le persone è una delle ragioni ontologiche del suo crollo. Per mia fortuna, io già allora ero un ragazzo in cammino, che alle gerarchie dava poca importanza. Ero un po’ anarchico, angelicamente anarchico. L’esperienza della guerra avrebbe fatto il resto, accelerando il processo di presa di coscienza non solo mia ma di un’intera generazione rispetto al concetto di libertà e responsabilità individuale, impegno e responsabilità collettiva.
(…) la mia classe di nascita, 1928, mi faceva rientrare fra i richiamati dal famoso manifesto del 1944, che era appeso un po’ dappertutto, a Genova. Mi ricordo come fosse oggi quando mi ci imbattei, un pomeriggio. Era appiccicato sul muro di un palazzo del centro e diceva: TUTTI I MILITARI DEVONO PRESENTARSI. CHI NON SI PRESENTERA’ ENTRO LA TAL DATA SARA’ PASSATO PER LE ARMI. Quella stessa notte disertai.
Fabrizio è stato semplicemente un anarchico, perché l’anarchia, prima ancora che un’appartenenza politica, è un modo di essere. Basta scorrere il canzoniere di De André: donne, prostitute, suicidi, ultimi, zingari. Come nel Vangelo: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. La scelta di Fabrizio non accetta etichette, non è mai ideologica. Chi sceglie un’ideologia può anche sbagliare; chi sceglie i poveracci, i senza voce, i fragili, non sbaglia mai. “Essere anarchico” non significa seguire un catechismo o un decalogo, tanto meno un dogma. È uno stato d’animo, una categoria dello spirito. E Faber aveva lo spirito anarchico, lo spirito libertario.
L’Occidente è bravo a esportare le proprie merci, ma esportare valori non è la stessa cosa. La democrazia non si può paracadutare come un pacco viveri.
Sono rimasto di sasso alla proiezione di “Fahrenheit 9/11”, il film di Michael Moore. Il capo della CIA ha ammesso che dall’aeroporto di New York, il 12 settembre, decollarono due aerei con a bordo tutti i familiari di Bin Laden residenti all’epoca negli Stati Uniti. Come fu possibile? A questa e a tante altre domande, i potenti della Terra continuano a non rispondere.
Il pane non è mai andato ai poveri. Al contrario è sempre successo che i poveri siano andati al pane.
C’è un palese tentativo di criminalizzare tutti quei movimenti che, con la loro spontaneità, gioiosità, serenità, ma allo stesso tempo con intransigenza, stanno “rompendo” sia a sinistra sia a destra tanti vecchi schemi sociali. I movimenti devono rispondere alle intimidazioni richiamandosi alla grande utopia descritta da Edoardo Galeano: “L’utopia sta all’orizzonte, mi avvicino di due passi, lei si allontana dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungo mai. Quindi, a che serve l’utopia? Serve a questo: a camminare”.
Fatti come la negazione della moschea ai musulmani di Genova sono esempi paradigmatici del circuito di egoismi locali, iniziative politiche, strumentalizzazioni, provocazioni per mezzo del quale lo straniero viene incessantemente costruito e riconvertito come nemico.
(…) 25 aprile 1945. Io c’ero e posso testimoniare che era una guerra, quella partigiana, combattuta perché non ci fossero più guerre.
(…) la strada che conduce alla deriva della libertà è lastricata di menzogne amplificate dai media e digerite, piano piano, dall’opinione pubblica.
Cos’altro aggiungere? Direi un estratto dalla prefazione al libro, di Vasco Rossi: “(…) angelicamente anarchico. Questa definizione che don Gallo dà di se stesso è quella che, secondo me, gli sta più a pennello. Perché effettivamente lui – con quella sua faccia aperta, onesta e simpatica, l’eterno mozzicone di sigaro in bocca – lo è. Un po’ anarchico, meno rispettoso di regole e convenzioni ma molto più della libertà e delle scelte altrui, e un po’ angelo, sempre disposto a dare una mano senza pregiudizi, a offrire un aiuto concreto e generoso a chiunque ne abbia bisogno”.
Marco Sommariva
marco.sommariva1@tin.it










