Il mestiere di vivere di Cesare Pavese

Il mestiere di vivere di Cesare Pavese

Iniziato il 6 ottobre 1935 durante il confino politico, “Il mestiere di vivere” accompagna l’autore fino al 18 agosto 1950 (morì nove giorni dopo); violento, ironico, quasi mai sereno, Pavese affida a queste pagine i pensieri sul proprio mondo di scrittore e di uomo, compresi i drammi intimi che lo lacerano.

 

Potrete leggere passaggi come questi:

 

  • Perché chiedo sempre alle mie poesie il contenuto esauriente, morale, giudicante? Io che non mi capacito che l’uomo giudichi l’uomo? (novembre 1935)
  • Viene un accesso d’asma e l’uomo comincia a bestemmiare con rabbia e tenacia: con la precisa intenzione di offendere questo Dio eventuale. Pensa che dopotutto, se c’è, ogni bestemmia è un colpo di martello sui chiodi della croce e un dispiacere fatto a colui. Poi Dio si vendicherà – è il suo sistema – farà il diavolo a quattro, manderà altre disgrazie, metterà all’inferno, ma capovolga anche il mondo, nessuno gli toglierà il dispiacere provato, la martellata sofferta. Nessuno! È una bella consolazione. E certo ciò rivela che dopotutto questo Dio non ha pensato a tutto. Pensate: è il padrone assoluto, il tiranno, il tutto; l’uomo è una merda, un nulla, e pure l’uomo ha questa possibilità di farlo irritare e scontentarlo e mandargli a male un attimo della sua beata esistenza. (dicembre 1935)
  • (…) non fare mai il serpente, non rigettare mai la pelle: poiché, che cosa ha l’uomo di proprio, di vissuto, se non ciò ch’è appunto già vissuto? (febbraio 1936)
  • (…) per gli altri il valore delle cose che essi stessi ci negano, è segnato in gran parte dalla nostra avidità di possederle. Che noi guardiamo da un’altra parte, e subito i proprietari delle cose se le vedranno invilire tra le mani, e ce le tireranno dietro. (novembre 1937)
  • Non è tragico il fatto che ogni persona di fede sia un poco ridicola? Se ci fosse una sola fede questo non accadrebbe. (novembre 1937)
  • Porco Dio! (23 dicembre 1937)
  • Andare al confino è niente; tornare di là è atroce. (25 dicembre 1937)
  • Se il chiavare non fosse la cosa più importante della vita, la Genesi non comincerebbe di lì. (25 dicembre 1937)
  • Perché la gente abbia pietà di noi occorre che ci presentiamo bene, che non siamo troppo sporchi, che rappresentiamo un vantaggio per chi si occupa di noi. (gennaio 1938)
  • Se in questa giungla d’interessi ch’è la terra dite che una cosa per bene c’è, e sarebbero gli entusiasmi per l’ideale – domando, quali ideali? – Perché siete poi i primi a rompere la testa e trattare da delinquente chi non ha il vostro ideale. (gennaio 1938)
  • La bontà che nasce dalla stanchezza di soffrire è un orrore peggio che la sofferenza. (febbraio 1938)
  • Siccome Dio poteva creare una libertà che non consentisse il male (…), ne viene che il male l’ha voluto lui. Ma il male lo offende. È quindi un banale caso di masochismo. (maggio 1938)
  • L’arte di vivere – dato che per vivere bisogna straziare altri (vedi vita sessuale, vedi commercio, vedi ogni attività) – consiste nell’abituarsi a fare ogni porcata senza guastare la nostra sistemazione interiore. Essere capace di qualunque porcata, è il miglior bagaglio che possa avere un uomo. (giugno 1938)
  • Tanto poco un uomo s’interessa dell’altro, che persino il Cristianesimo raccomanda di fare il bene per amore di Dio. (luglio 1938)
  • Potrebbe darsi che i bambini siano più abitudinari degli adulti e noi non lo si afferri bene per la ragione che essi vivono in guerra con gli adulti e sono costretti a celebrare le loro abitudini in segreto. Infatti, lo sforzo degli adulti è di rompere tutte le abitudini dei bambini, sospettando in esse un nodo di resistenza e di anarchismo. (novembre 1939)
  • Prima la potenza serviva alle ideologie, ora le ideologie servono alla potenza. (gennaio 1940)
  • Anche nella storia succede che quando una cosa farebbe piacere, non può accadere; accadrà quando ci sarà indifferente. I vecchi imperi cadono quando sono diventati pacifici, civili e benefici; fin che una potenza è impertinente e illegale e violenta nessuno può arrestarla. (giugno 1940)
  • Un caso in cui l’ingiustizia tirannica passa liscia, è quando viene esercitata, sia pure sfacciatamente, contro un gruppo nettamente definito e non numerosissimo. (luglio 1940)
  • In tutte le cose l’errore è credere che si possa fare un’azione, assumere un contegno una volta e poi più. (Sbaglio di quelli che dicono: “siamo laboriosi, avari se necessario, fino a trent’anni, poi ce la godremo”. A trent’anni avranno la piega dell’avarizia, dell’operosità, e non se la godranno più. Di quelli che dicono: “Con un solo delitto sarò felice tutta la vita”. Faranno il delitto e vivranno sempre pronti a farne un altro per nascondere il primo). Ciò che si fa, si farà ancora e anzi si è già fatto in un passato lontano. L’angoscia della vita è questa rotaia che le nostre decisioni ci mettono sotto le ruote (La verità è che già prima di deciderci seguivamo la direzione). (aprile 1941)
  • Pensato sul trenino che i campi che vedevo fuggire, le cortine d’alberi, le case, i cantucci, i ricordi di altri tempi, tutto avrebbe servito a far ricordo, a far passato. Per quanto l’ora fosse banale, e in fondo annoiasse, ritrovarla un giorno non sarebbe più stato banale. (agosto 1942)
  • Nel sogno sei autore e non sai come finirà. (ottobre 1943)
  • Raccontare le cose incredibili come fossero reali – sistema antico; raccontare le reali come fossero incredibili – moderno. (novembre 1943)
  • Come può Dio pretendere le lunghe umiliazioni in preghiera, le interminabili ripetizioni del culto? (aprile 1944)
  • Quando una giustificazione di Dio è superata, diventa superstizione. (agosto 1944)
  • Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola. (novembre 1945)
  • (…) tutti i pazzi, i maledetti, i criminosi sono stati bambini, hanno giocato come te, hanno creduto che qualcosa di bello li aspettasse. Quando avevamo tre, sette anni, tutti, quando nulla era avvenuto o dormiva solamente nei nervi e nel cuore. (dicembre 1945)
  • Fessi gli etnologi che credono basti accostare le masse alle varie culture del passato – e del presente – per avvezzarle a capire e tollerare e uscire dal razzismo, dal nazionalismo, dall’intolleranza. Le passioni collettive sono mosse da esigenze d’interessi che si travestono di miti razziali e nazionali. E gli interessi non si cancellano. (1 marzo 1946)
  • Vendicarsi di qualcuno! Fa’ come se lo perdonassi – abbandonalo alle vendette della vita. Non c’è trascorrere di tempo che non infligga da sé, senza spinta da parte dell’offeso, cose atroci a ciascuno. E non soltanto il tempo – gli stessi altri, quegli altri magari che ti han fatto offendere, violare, mutilare dal tuo nemico. Lasciali fare, tutti. Ti vendicheranno. Quanto più cari saranno al tuo nemico. Basta lasciarli vivere. Tutti. Che vendetta sarebbe se non ci fossero tutti? (3 marzo 1946)
  • Non c’è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico. Ha persino il pregio di lasciarti la parte del generoso. (marzo 1946)
  • Gli uomini non si lagnano del soffrire, ma dell’autorità che li supera e tiene e fa soffrire.
  • Chi gli piace sborare in fica, paghi. (aprile 1946)
  • Un discorso di comizio ha la natura del rito religioso. Si ascolta per sentire ciò che già si pensava, per esaltarsi nella comune fede e confessione. (giugno 1947)
  • I figli – il domani – ricominciano sempre e ignorano allegram. i padri, il già fatto. È più accettabile l’odio, la rivolta contro il passato che non questa beata ignoranza. (agosto 1947)
  • Rispondo che l’assoluto e fiducioso abbandono di sé all’umiltà, alla grazia, a Dio, ha il difetto di essere un gesto presuntuoso, una superbia, una speranza ingiustificata. Una comoda ipotesi. Mi si risponde. Ogni uomo è così. Cade in strada e tende la mano. Si sente morire e si affida a chiunque. (…) Quando siamo perduti, speriamo. (novembre 1947)
  • Sono triste, inutile, come un dio. (gennaio 1948)
  • Si odiano gli altri, perché si odia se stessi. (dicembre 1948)
  • Succede di notte, quando comincio a assopirmi. Ogni rumore – scricchiolio di legno, frastuono in strada, grido lontano e improvviso – mi risucchia come un gorgo, un repentino e ondeggiante gorgo, in cui mi crolla il cervello e crolla il mondo. Nell’attimo attendo il terremoto, il finimondo. È un residuo della guerra, delle bombe aeree? (novembre 1949)
  • L’idea del suicidio era una protesta di vita. (gennaio 1950)
  • Le cose si sa che accadono quando sono già accadute. La pienezza del ’45-’46 la so adesso. Allora la vivevo. (gennaio 1950)
  • Non si uccide per amore di una Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla. (marzo 1950)
  • (…) sono entrato nel gorgo: contemplo la mia impotenza, me la sento nelle ossa, e mi sono impegnato nella responsabilità politica, che mi schiaccia. La risposta è una sola – suicidio. (maggio 1950)
  • (…) sui fronti la gente ha ricominciato a morire. Se mai ci sarà un mondo pacifico, felice, che cosa penserà di queste cose? Forse quello che noi pensiamo dei cannibali, dei sacrifici aztechi, dei processi delle streghe. (luglio 1950)
  • I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo. (17 agosto 1950)
  • La cosa più segretamente temuta accade sempre. (18 agosto 1950)
  • Basta un po’ di coraggio. (18 agosto 1950)
  • Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio. (18 agosto 1950)
  • Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più. (18 agosto 1950)

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