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Recensione : Bob Mould – Here we go crazy

Bob Mould - Here we go crazy - Recensioni Rock

E così, dopo CINQUANTACINQUE anni, il mondo è ancora lì a praticare onanismi per celebrare l’ennesima ristampa dell’ennesimo discocapolavoro dei Pink Floyd. E basta! Major per major, se proprio dobbiamo scegliere artisti che hanno pubblicato un disco riconducibile a label mainstream, ma tutto sono tranne che dinosauri di cui riciclare il proprio materiale in eterno per spennare i fan/collezionisti, allora di certo preferiamo scrivere del nuovo album di Bob Mould, ex cantante/chitarrista dei seminali Hüsker Dü e degli Sugar, quest’anno giunto al suo sedicesimo lavoro solista sulla lunga distanza, “Here we go crazy“, uscito a marzo su Granary Music/Bmg.

Il frontman newyorchese – tra i principali padrini spirituali che hanno forgiato il percorso (ormai quarantennale) dell’alternative rock americano (e mondiale) e da sempre magistrale nel proprorre una formula che fonde melodia e rumore, coniugando un tagliente e agitato sound elettrico ad azzeccate armonie pop – si è riunito ai suoi collaudati sodali Jason Narducy al basso e Jon Wurster alla batteria) per registrare, agli Electrical Audio di Chicago del compianto Steve Albini, undici nuovi brani, affinati durante i tour, che vanno a comporre questo nuovo Lp, arrivato a cinque anni di distanza dal rabbioso e politicizzato “Blue hearts“.

Non che il nostro, con quasi sessantacinque primavere sul groppone, si sia ammordibito o rilassato troppo a ‘sto giro, anzi: bordate come “Neanderthal” e “Hard to get” vanno quasi a lambire territori cari agli Huskers, e brani quali “Fur mink augurs“, “Breathing room“, “Sharp little pieces“, “You need to shine“, “When your heart is broken“, “Thread so thin” e la stessa title track (dal contagioso ritornello che si stampa subito in testa) provvedono all’essenziale fabbisogno di power pop Mouldiano-Sugariano, mentre un lato più introspettivo – ma non per questo meno convincente – emerge nelle ballad “Lost or stolen” e “Your side” che chiude in bellezza il long playing, tra testi meno impregnati di invettive politiche (ma è mooooolto facile immaginare che Bob, nel profondo, sia incazzato col duo Trump/Musk… e, del resto, come dargli torto?) e più improntati sulle lotte, le inquietudini e le esperienze personali, rilette con la maturità dell’età adultà.

Etica del lavoro, determinazione e integrità artistica: questi sono i requisiti fondamentali che contraddistinguono il percorso di Bob Mould (che tornerà in Italia a novembre per due concerti solisti con chitarra elettrica e voce) e li troverete sempre nei suoi dischi. Se nell’alternative rock cercate riff chitarristici energici, uncini melodici e voci corpose, in “Here we go crazy” troverete pane per i vostri denti.

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