TEMPI D’ARGENTO PER IL BOB MOULD POLITICO

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TEMPI D’ARGENTO PER IL BOB MOULD POLITICO

Cover di Blue Hearts (2020)

Cover di Blue Hearts (2020)

Da quando Bob Mould ha firmato per la Merge Records nel 2012, pubblicando in seguito ben cinque album dal guitar pop fulmineo e aggressivo, si è sentito parlare di un certo riemergere dello stile caratteristico degli Sugar, ovvero la seconda band in ordine cronologico e d’importanza nella quale ha militato il chitarrista e cantante nato a Malone nello stato di New York.

Questa volta echi dei momenti più fulgidi dell’indie rock anni ’80 americano si possono sentire in questo ultimo lavoro Blue Hearts, uscito l’ultimo 25 Settembre; gli Hüsker Dü, l’altra band di Robert Arthur Mould, sono stati una band del Minnesota e formatasi nel ’79, partita da un hardcore eterodosso e melodico, che celava come retaggio i sixties sounds, per poi dettare le regole dell’indie rock e dell’alternative dei ’90 ed anche dei tempi più recenti, costituita oltre che da Mould alla chitarra e voce, anche da Grant Hart alla batteria e voce, e autore principale insieme a Mould del materiale del gruppo, e da Greg Norton al basso.

Una caratteristica degli Hüsker Dü e di molti di quei gruppi di quella comunità indipendente (Black Flag, Minutemen, Meat Puppets, Mission Of Burma, etc…) è quella di sopportare quella fase oscurantista tipica di quel decennio, ovvero gli ’80, dove esprimersi artisticamente con sincerità e il giusto fermento si opponeva ai dettami più capitalistici dell’establishment reaganiano che celavano un’elitarismo molto spesso violento ed espresso dai servizi dell’ordine di quegli anni.

Inoltre sia per Bob Mould che per Grant Hart era molto difficile esprimere la propria sessualità (erano rispettivamente gay e bisex), dal momento che si viveva più un clima conservatore che ostacolava quel tipo di libertà; non è un caso che l’outing per entrambi non fu immediato, e la vicinanza al movimento LGBT per Mould è arrivata solo negli anni 2000.

Cosa accomuna più specificatamente Blue Hearts con il periodo degli Hüsker Dü è sicuramente la voglia di districarsi da un certo fanatismo di destra del loro contesto, e che oggi sta tornando e ha perso il controllo. Il lavoro nasce dallo sviluppo di idee che ruotavano intorno al pezzo American Crisis, che inizialmente doveva essere inserito nella tracklist del precedente e più solare lavoro Sunshine Rock (per inciso doveva comparire come penultima traccia), ma poi scartato per la sua decontestualizzante aggressività.

Da lì ne parla successivamente con la band (ovvero il bassista Jason Narducy e il batterista Jon Wurster, quest’ultimo attivo anche nei Superchunk e Mountain Goat), esprimendo il desiderio di creare per il nuovo album qualcosa di più grezzo. Quindi si recano nell’Electrical Audio di Chicago insieme all’ingegnere del suono Beau Sorenson, creando il tutto in maniera spontanea.

Nasce così Blue Hearts dal suono più violento rispetto gli standard del chitarrista nella sua carriera solista, senza perdere la vena più pop, insieme ai testi più impegnati e che riguardano anche altri aspetti più personali. La crisi politica dell’America di Trump fa da sfondo a quest’album, accompagnati dalla chitarra corposa e dai riff avvincenti e precisi che non perdono mai il ritmo.

American Crisis è il baricentro dell’album, e che quindi esprime al meglio l’attitudine di Mould; la percezione di quel passato difficile, le urla di disperazione, la presa di posizione netta sul “noi contro loro” sono chiari elementi che accennano al background di Mould. Next Generation, con un andamento più ondivago, anche da un punto di vista della melodia rimanda ai pezzi più hardcore del chitarrista in Zen Arcade, e Fireball lavora anch’essa in quel senso, ma c’è un modo di suonare più aperto che si avvicina all’ultimo Mould.

Ma non c’è solo rabbia in senso netto: viene manifestato un sapiente melodismo tramite un songwriting più classico ma intelligente, come viene dimostrato più chiaramente in Siberian Butterfly e Everyth!ng To You, mentre in Forecast Of Rain si guarda al suo passato da solista (primo su tutti, l’album Workbook dell”89).

Per quanto riguarda il titolo di Blue Hearts, quest’ultimo rispecchia le intenzioni di Mould: “Hearts” deriva dalla prima traccia dell’album, ovvero Heart On My Sleeve, con cui l’autore si rispecchia di più, mentre “Blue” è il colore dei democratici negli USA, e vuole essere un augurio scaramantico di buona fortuna per le elezioni di quest’anno, dal momento che i Democrats vinsero nel 1992, quando Mould pubblicò con gli Sugar un altro album con la parola “Blue”, per l’appunto Copper Blue.

Un album che stupisce per il suo impatto nei tempi recenti, e per il suo fermento rispetto al precedente Sunshine Rock, che comunque aveva degli elementi interessanti ma con un’attitudine opposta; da questo punto di vista l’elemento novità è un punto a favore e abbastanza frequente, e noi quindi speriamo di sentirne altri mille di Bob Mould.

 

Dischi recensiti di Bob Mould:
Bob Mould – Sunshine Rock
Bob Mould – Patch the Sky

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