WILLIAM FITZSIMMONS – MISSION BELL


Recensione

Il comprovato cantautore americano William Fitzsimmons da alle stampe un disco che ben si accosta alla stagione settembrina, introspettivo e riflessivo, di una bellezza prossima al diamante, ci tiene impantanati ad esso con una gradevolezza grave e florida che genera una affabulante, fascinosa maieutica sonora.

Dobbiamo arrenderci all’idea, siamo esseri umani, e come tali, anche se ai più non piace scoprirle, proviamo emozioni, sentimenti, stati d’animo, le nostre debolezze, diciam così, che ad esternarle in un mondo psicotico-beduino ci fa apparire più fragili, facili bersagli di gente senza scrupoli pronta a dileggiarci, quando non a mangiarci in un sol boccone approfittandosi di noi, gnam gnam, burp! E’ la fottuta legge della giungla e ribellarsi a questa è forse compito di animi che non temono di soccombere al pensiero machista che la società impone, genitrice dell’aggregazione di gruppo pronta a demolire il singolo inerme e dichiaratamente delicato.

Il Fitzsimmons, al pari di tanti poeti, scrittori e artisti in genere, non nasconde il proprio dolore per le situazioni tragico-sentimentali che ne hanno interessato la vita, sembrerebbe al contrario che esse siano fonte di maturazione e all’apparenza gentili folate autunnali di sentimenti, cioè, a dire, un catalogo molto cogitato ed ispirato di canzoni meditative, emerso grazie ad alcune belle intuizioni: l’essersi trasferito a Nashville ed aver lavorato insieme al produttore Adam Landry, il quale ha permesso ad entrambi di rimettere mano ai lavori incompiuti del nostro travagliato autore facendone uscire 10 distillate songs, curate e scandite al punto giusto, inclini ad essere carezzate ed apprezzate quali componenti di transizione di un’opera reale e contemporaneamente vestita di sonorità non propriamente commerciali.

Il lavoro di coppia con Landry pone in rilievo la grande struttura di “Mission Bell”, si comprende in ogni brano lo splendore e lo spessore aggraziato, nel tenue tepore che si sviluppa, cercando e creando un’atmosfera unica, perfetta, avvalorata dall’uso degli strumenti, dall’uso ospitale della voce di William e della corista, che spesso segue quella di lui come un’ombra (i chiaro-scuri inseparabili dell’anima).

Registrato in analogico, le chitarre, il basso, l’archetto, le percussioni, l’inserimento metafisico di leggere parti elettroniche, lasciano in bilico l’opera resa sapiente e penetrante, oggettivamente, da un insieme di forze che regalano un’ipotetica mirabile soundtrack circa i postumi della vicenda affettiva (fonte di testi che vanno nel profondo dei caratteri umani pur considerati sotto la luce dell’empatia, tenendo conto persino dei peggiori d’essi: canzoni sul tradimento, sul perdono, sulla riconciliazione), abbellita dalla poetica strumentale e dalla scelta di una piega musicale soffusa di pop (in alcuni episodi più marcata, vedi “Second Hand Smoke”,  “Wait For Me”) volta a mirare, nella sua riservatezza pacata, al raggiungimento di livelli comunicativi ed evocativi eccezionali, dall’aura particolare.

Lo splendido dialogo interiore gocciola di pervasive sensazioni, fiorendo scisso dalla metà femminile che è il fuoco natio dell’albo.

Assecondando la vena intimista di William Fitzsimmons traversiamo i circa 40 minuti musicali del disco con chiara levità e scura gravità… il bianco e nero del viso in copertina, pure evidenzia il penetrante e sofferente reale momento che lo ha reso consapevole e creativo; ma per ascoltare “Mission Bell” dovremmo ritagliarci un angolo personale ed entrarvici in assoluta confidenzialità, condividendo ogni tratto del messaggio uditivo.

Un disco che ridà al tempo la giusta proporzione, senza proiezioni eccessive o sublimazioni accelerate e quant’altro di distorsivo; Fitzsimmons restituisce un’esclusività che rallenta il ritmo cardiaco e ci trasla in una dimensione fresca, un po’ come tornare ragazzi, ritrovando genuinità e semplicità nell’aria, nello sguardo da apporre sulle cose importanti.

Le suggestioni panoramiche, visive, riflessive, le blande colorazioni, le soluzioni spaziali ‘minimalmente’ geniali, suggeriscono vari momenti in cui fantasmi di altri artisti avrebbero potuto contribuire con i loro tocchi stilistici alle canzoni; ed ecco una svisatina di Knopfler, un accordo calcato di Drake, un fraseggio di K.D. Lang, frammenti di deserto della Nastasia, camminamenti alla Sufjan Stevens, pop alla Mann, and more; echi, davvero echi minuti, si sparpagliano involontariamente ovunque spendendo e arricchendo tutto il potenziale artistico ai limiti dell’immaginazione dell’ascoltatore.

Sarebbe ancor più affascinante raccontare le songs una per una, un piacere fluido che lascio saggiamente alla sensibilità partecipe dell’esploratore.

ETICHETTA: Groenland Records

TRACKLIST
1. Second Hand Smoke
2. Distant Lovers
3. 17+Forever
4. Angela
5. In The Light
6. Lovely
7. Never Really Mine
8. Leave Her
9. Wait For Me
10. Afterlife

LINE-UP
William Fitzsimmons – chitarra, voce
Abby Gundersen – violino, piano, voce
Rosie Thomas – voce, piano, chitarra acustica
Adam Landry – produttore, effetti elettronici

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