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Recensione : Whale Sark – One Time I Went to South America and Threw Up

Avere vent'anni, il tempo che passa e un futuro incerto fanno venire la nausea, ma non temete: i Whale Sark forse hanno trovato la cura, a base di shoegaze, jazz sperimentale e testi suggestivi.

Whale Sark - One Time I Went to South America and Threw Up

Ci sono degli album di cui senti senti l’odore, il sapore sulla lingua, sembra di vederne i colori, allungando una mano ne si possono sfiorare addirittura le parole. “One Time I Went To South America And Threw Up” dei Whale Shark è sinestetico, un viaggio metafisico in un Sud America a tratti turbolento, che mescola lo stomaco e ci fa vomitare tutto il pranzo a base di shoegaze e jazz sperimentale.

I Whale Sark sono Elina Sandström, Ingmar Pettersson Olsén, Adam Kohls Josefsson, Filip Wernerheim, Teodor Gleisner e Robert Nilsson, band originaria di Göteborg, in Svezia, che affonda le proprie radici nell’unione di shoegaze e jazz, attraversando pezzi malinconici e affondi rock senza curarsi di uscire fuori dagli schemi. Partono però pur sempre da una base cantautorale, e al centro rimangono i testi, cuore dell’album a dare lustro alle emozioni di quel cruciale viaggio in Sud America. Del jazz ci sono il sassofono e il pianoforte, dello shoegaze la chitarra folkeggiante e la batteria di sottofondo, in pezzi che ricordano i Beach House e il capolavoro troppo poco considerato dei Cocteau Twins “Heaven or Las Vegas”. La voce di Elina somiglia invece alle voci R&B di ogggi, sbavata qua e là quanto basta per non essere fastidiosamente perfetta, simile al graffiato di Joy Crookes unito al timbro sognante di Yebba

La cosa strana è che tra i suoni del disco non c’è assolutamente niente che ricordi il Sud America: non un accenno di bossa nova, niente chitarre frizzanti suonate da uomini in completo e sombrero, nemmeno un accenno di cumbia o samba. È un America Latina umida, uggiosa, che dalla prima nota di “SPS” sprigiona una nebbia fitta che ci rende ciechi, accompagnati solo dai sussurri di Elina, chitarra e batteria e dall’assolo di sassofono a guidarci fuori. Quello che ci riempie le narici è il profumo inconfondibile delle piogge estive, mentre ci facciamo strada sull’erba bagnata pensando al testo poetico di di “I Saw a Shark Today”, un’ode al passare inevitabile del tempo, interludio prima di “Panama CIty”. Passano davanti agli occhi foto su pellicola di persone stranamente familiari, scattate tra le strade confusionarie di Panama, ora un un ricordo indelebile che prende vita. L’outro è la parte migliore del pezzo, direttamente proporzionale a un sassofono che non sbaglia una nota in tutto l’album.

Segue una giro in barca attraverso i Caraibi in “Chew the Gum / Spit It Out”; sembra di sentire quel chewingum masticato per evitare il mal di mare, a ritmo di un testo sul sentirsi fuori posto lontani dal proprio porto sicuro. È un soft rock malinconico, uno shoegaze che emerge in tutta la sua forza sul finale, insieme a una linea di basso che si mantiene salda su tutto il pezzo. C’è un piccolo easter egg in “Curveballer”: sul finale Elina cant, quasi a cappella, “We go to chase what TLC advice us from / Just to sing along”, parafrasando il testo di “Waterfalls” delle TLC, su come l’ambizione possa essere un bene ma anche un pericolo come le cascate. Rimane tutto molto piatto, minimale fino all’attacco del ritornello di “Brownie”, che stravolge l’atmosfera lounge del pianoforte con un sassofono quasi rock. Torna sempre questo filo conduttore del tempo che avanza, dell’età come numero difficile da contare, “I wanna lose my breath in a ball pit” cantano i Whale Sark in “Dopp och tal”, subito dopo aver condannato i 21 anni appena compiuti nella confusione più totale. Inutile girarci intorno, il momento migliore di ogni pezzo è quando il sassofono attacca il suo ritornello, creando quella magia, quella nebbia biancastra che ci trasporta ovunque vogliamo.

I Whale Sark sono andati in Sud America e hanno vomitato, non potevano essere più chiari di così. Ma perchè? Il mal di mare? Cibi diversi? Cambio d’aria? Oppure emozioni troppo forti, verità che si nascondevano in bella vista e che alla luce del sole diventano reali, pensieri cacciati talmente in fondo che quando salgono in superficie fanno venire la nausea? Hanno vomitato tutto in un album sorprendente, confezionato su misura per un pubblico più generalista possibile senza cadere nel pop banale ma sempre navigando su quei sottogeneri di cui si fanno fieri sostenitori. Se è un altro viaggio da capogiro quello che serve ai Whale Sark per scrivere musica così magnetica e suggestiva, speriamo abbiano già un volo prenotato.

 

Whale Sark – Panama City

Whale Sark – One Time I Went to South America and Threw Up tracklist

  1. SPS 04:04
  2. I Saw a Shark Today 01:19
  3. Panama City 04:34
  4. Chew the Gum / Spit It Out 07:55
  5. Curveballer 02:40
  6. Brownie 03:15
  7. Dopp och tal 04:55
  8. My Girls 04:46

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