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Recensione : Sophia Mitiku – all sickness is homesickness

All'interno di una pietra sacra rimbomba la voce di Sophia Mitiku: basta poggiare l'orecchio per sentire le voci di intere generazioni, un pop alternativo ancestrale e tante tradizioni che si sovrappongono una sull'altra

Sophia Mitiku - all sickness is homesickness

All Sickness Is Home Sickness, libro scritto nel 1987 dall’esperta di agopuntura Dianne Connelly, non è un trattato sulla mancanza di casa. E “all sickness is homesickness”, album della finlandese Sophia Mitiku, non parla di nostalgia. Sono invece opere di due donne alla ricerca di un centro cosmico in cui ritrovare l’equilibrio perduto, dopo che le correnti della vita gli hanno spostato il baricentro. I loro sforzi vibrano come una ruota del Dharma incagliata, uno stridore trip hop sporco e ipnotico che fa da spina dorsale all’album. La ruota gira, tra storie antiche di diaspore e migrazioni, lutti e memorie lontane, verso l’unica direzione possibile: quella di casa.

Nata in California ma di origini coreano-etiopi, e oggi fiera finlandese, Sophia Mitiku è un’artista a 360 gradi: musica, performance e installazione sono manifestazioni di un’unica visione artistica trasversale. Il primo album “Copacabana”, autopubblicato nel 2022, è un’esplorazione al microscopio del suo io più profondo, e le è valsa una nomination come “Newcomer of the Year” ai Finnish Indie Awards e una menzione d’onore nella categoria Pop Experimental dal GigaHertz Award for Experimental Music and Sound Art. Al contrario, “all sickness is homesickness” rinuncia alla dimensione privata del primo progetto per annunciare pubblicamente di essere malati di una malattia tremenda, che solo chi è lontano da casa prova. Casa per Sophia è l’Etiopia, la Corea, la Finlandia, ma soprattutto quel centro gravitazionale dentro di sé da cui sente di essersi inesorabilmente allontanata. L’album è un rito per cercare di avvicinarcisi di nuovo, 30 minuti in cui sfiora e poi colpisce, accarezza e poi attacca, solleva e poi lancia a terra. Il genere è un trip hop stratificato, un pop alternativo alla Bjork, con sfumature alternative R&B nello stile di Kelela, strizzando l’occhio all’elettronica di FKA twigs e Oklou. Resta sempre lontano l’artificialità sterile della musica digitale, per per dare spazio a registrazioni sul campo, suoni ambient e musiche tradizionali.

Nella tradizione coreana, la roccia in copertina potrebbe essere un Suseok, microcosmi calcarei modellati dalla natura, che rappresentano al loro interno interi paesaggi naturali. E appena possiamo anche solo pensare che il centro dell’universo di Sophia sia la sua parte coreana, decide di aprire il progetto con “tizita”: dall’etiope “memoria”, è una delle scale pentatoniche fondamentali nella musica tradizionale del paese. Mentre un continuo ripetersi di note si destreggia sotto il parlato, lei accenna a cambiamenti, a rituali e cerimonie, a promesse non mantenute che sfociano nel finale confuso dalle distorsioni. “Take me to Lalibela” canta nel secondo pezzo “samsara”, invocando un pellegrinaggio sacro verso La Mecca etiope, in un canto solenne dai ritmi elettronici. “Delta” è un’eco che rimbalza tra le montagne di Seoul e le mura di Lalibela, “111” un R&B alternativo che ricorda i pezzi più ritmati di “Girl In The Half Pearl” dell’americana Liv.e.

Le corde di uno strumento che fremono, la voce spezzata, il ritmo tellurico che si fa strada nel ritornello urlato: in “they make a desert and call it peace” Sophia butta fuori tutto in un turbine di sentimenti contrastanti e suoni polverosi. “Honest hands” incarna la serenità zen della filosofia asiatica, a partire dai sussurri e tamburi delicati a tradurre l’essenza della spiritualità coreana più antica. Tra i fori e pori del Suseok respira attraverso la parole di “love, don’t cross that river” la sorella dell’artista, autrice della poesia poi trasformata nel penultimo brano del disco. Forse l’alternative pop meglio riuscito dell’album, più introspettivo e sentito, che rimbomba tra le pareti minerarie della roccia e colpisce esattamente il centro. E poi c’è il gioiellino di “the body can change”: un po’ FKA twigs un po’ Annahstasia, parla di un corpo mutevole, versatile, in continuo cambiamento, estremamente vulnerabile e esposto come il calcare scavato dalle intemperie.

Quella nostalgia di casa, di un centro universale, di un qualcosa a cui tornare forse è troppo difficile da elaborare in 9 canzoni, forse anche in una vita intera. La musica di Sophia Mitiku è viscerale per lei e per chi la ascolta, smuove qualcosa dentro che è difficile scrollarsi di dosso dopo che il vinile smette di girare. In mezz’ora racconta la sua storia, quella dei suoi antenati e quella di chi verrà dopo, parlando per metafore e suoni atavici rinchiusi in una roccia cava. Sulla pietra, Sophia scolpisce il proprio ritratto con la voce, il cui eco rimane impresso inconsciamente, per sempre, in chi vi poggia l’orecchio.

 

Sophia Mitiku – 111 (Official Video)

Sophia Mitiku – all sickness is homesickness tracklist

  1. tizita 03:09
  2. samsara 03:07 
  3. delta 03:11
  4. 111 03:00
  5. mala 03:38
  6. they make a desert and call it peace 03:04
  7. honest hands (feat. Nyokabi Kariũki) 03:47
  8. love, don’t cross that river 03:30
  9. the body can change 03:51

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