“L’isola dei pinguini” di Anatole France

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“L’isola dei pinguini” di Anatole France

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“L’isola dei pinguini” di Anatole France, edito da ISBN

 “L’isola dei pinguini”, romanzo pubblicato nel 1908 e messo all’indice dalla Chiesa cattolica nel 1920, fu capace di far arrabbiare i bigotti e infuriare i borghesi. La storia è questa: siamo più o meno nell’anno mille e un vecchio monaco quasi cieco sbarca su un’isola bretone popolata di pinguini; scambiandoli per esseri umani, li battezza. Peccato che, dalla conversione in poi, i pinguini sviluppino avidità e invidia, prepotenza e conformismo, ambizioni e vergogna.

 

Potrete leggere passaggi come questi:

 

  • Coltivare la terra è una cosa, possederla è un’altra, e queste due cose non vanno confuse. In materia di proprietà, il diritto del primo arrivato è incerto e contestabile. Il diritto di conquista, invece, riposa su fondamenti solidi: è il solo rispettabile perché è il solo che si faccia rispettare. La proprietà ha per unica e gloriosa origine la forza: essa nasce e si conserva con la forza, e non cede che a una forza più grande.
  • I morti non hanno altra vita all’infuori di quella che i vivi attribuiscono loro.
  • La vita di un popolo non è che un susseguirsi di miserie, crimini e follie.
  • Sotto ogni regime vi sono dei malcontenti. La repubblica, o cosa pubblica, in un primo tempo ne creò molti fra i nobili spogliati degli antichi privilegi (…). Poi creò malcontenti anche tra i piccoli commercianti che, per complesse ragioni economiche, non riuscivano più a guadagnare a sufficienza e ne attribuivano la colpa allo Stato, da cui si allontanavano ogni giorno di più. I banchieri, sia cristiani che ebrei, divennero, per la loro insolenza e cupidigia, il flagello del paese, che spogliarono e avvilirono, nonché lo scandalo di un regime che non intendevano abolire né conservare, sicuri com’erano di poter agire indisturbati sotto qualsiasi governo. Tuttavia le loro simpatie andavano a un governo assoluto, considerato l’arma migliore contro i socialisti, loro avversari deboli ma ardenti.
  • Il popolo è stanco di un governo che lo rovina e non fa nulla per lui. Ogni giorno scoppiano nuovi scandali. La repubblica annega nella vergogna. È ormai perduta.
  • Le promesse costano meno dei doni e valgono molto di più. Non c’è dono al mondo che valga più della speranza.
  • Precedute dal drappo nero della povertà e da quello rosso della rivolta, sfilarono le delegazioni operaie, truci e rassicuranti.
  • In tutti gli Stati civili la ricchezza è cosa sacra; nelle democrazie è l’unica cosa sacra.
  • (…) facilmente si crede ciò che si desidera (…).
  • (…) la facoltà di dubitare è rara fra gli uomini: solo un numero molto limitato di intelletti ne porta in sé i germi, che non si sviluppano senza cultura. È una facoltà rara, raffinata, filosofica, immortale, trascendente, mostruosa, piena di malizia, pericolosa per le persone e le proprietà, ostile alla polizia degli stati e alla prosperità degli imperi, funesta per l’umanità, negatrice dei princìpi divini, disprezzata dal cielo e dalla Terra.
  • Le testimonianze false valgono più di quelle vere, perché vengono create espressamente per le necessità della causa, su ordinazione e su misura, e quindi risultano esatte e particolareggiate. Sono preferibili perché trasportano le menti in un mondo ideale e le distraggono dalla realtà, che, in questo mondo, purtroppo, non è mai senza ombre…
  • Le brigate nere della polizia ponevano fine alle risse calpestando imparzialmente i sostenitori dei due partiti sotto le suole chiodate.
  • Separata dallo Stato che la sosteneva, la Chiesa di Pinguinia sfiorì come un fiore reciso.
  • Il governo della repubblica restò sotto il controllo delle grandi società finanziarie, l’esercito fu consacrato esclusivamente alla difesa del capitale, la flotta serviva soltanto ad arricchire gli armatori; i ricchi rifiutavano di pagare la loro quota di imposte che i poveri, come per il passato, pagavano al posto loro.
  • La Pinguinia (…) si vantava della propria ricchezza. Chi produceva beni indispensabili per vivere, non era ricco, mentre lo era abbondantemente chi non produceva nulla. (…) Il grande popolo pinguino non aveva più tradizioni né cultura né arte. I progressi della sua civiltà si manifestavano nell’industria bellica, in speculazioni infami, nel lusso smaccato. La sua capitale, come tutte le capitali del tempo, aveva un carattere cosmopolita e finanziario; il brutto vi regnava in modo sconfinato e regolare. Il paese godeva di una perfetta tranquillità. Era all’apogeo.
  • (…) i miliardari si dedicavano alle austere attività bancarie e industriali. Molti di loro, non concedendosi alcuna gioia né piacere né riposo, conducevano una vita miserabile chiusi in una camera priva di aria e di luce, arredata soltanto da apparecchiature elettriche. Lì vivevano cibandosi di pane e latte e dormendo in una branda. Grazie al semplice sforzo richiesto per premere con il dito un pulsante di nichel, quei mistici ammassavano ricchezze di cui non conoscevano nemmeno l’entità e si assicuravano l’inutile possibilità di soddisfare desideri che non provavano mai.
  • L’irregolarità della produzione, dovuta al regime capitalista, determinava una forte disoccupazione e in molti rami dell’industria, non appena veniva dichiarato uno sciopero, gli operai licenziati prendevano il posto degli scioperanti.
  • La ricchezza è un mezzo per vivere felici, ma oggi è diventata l’unico scopo della vita.
  • I giornalisti credevano a quello che scrivevano, e avevano il loro tornaconto.
  • Un mattino, all’improvviso, un albero mostruoso, una palma fantasma alta tre chilometri, fu vista alzarsi dal gigantesco palazzo dei telegrafi, che venne distrutto in un colpo.

 

Cos’altro aggiungere? L’autore, chiaroveggente al pari di Orwell, muore nel 1924 all’età di ottant’anni, portandosi nella tomba le mutandine di Madame de Caillavet, moglie di un ministro e cara amica.

Marco Sommariva

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