Autunno tedesco di Stig Dagerman

“Autunno tedesco” di Stig Dagerman

Autunno tedesco di Stig Dagerman

Nel 1946 furono molti i cronisti che accorsero in Germania per raccontare quel che restava del Reich finalmente sconfitto, ma dal coro di voci si distinse quella di uno scrittore svedese di ventitré anni, intellettuale anarchico e narratore dotato di una sensibilità fuori dal comune, inviato dall’ Expressen per realizzare una serie di reportage poi raccolti in un libro.

Mentre le testate di tutto il mondo offrono il ritratto preconfezionato di un paese distrutto, Dagerman si muove fra le macerie di Amburgo, Berlino, Colonia, Essen e Francoforte, su treni stipati di senzatetto e in cantine allagate dove ora vivono masse di affamati e disperati, cercando di capire la sofferenza dei vinti.

Ne emerge un quadro molto più complesso di quello che è comodo figurarsi.

 

Potrete leggere passaggi come questi:

 

  • I medici che raccontano agli intervistatori stranieri le abitudini alimentari di queste famiglie dicono che è indescrivibile quel che cucinano in tali pentole. In realtà non è indescrivibile, come non lo è tutto il loro modo di esistere. La carne di dubbia provenienza che in un modo o nell’altro riescono a procurarsi o le verdure sporche trovate dio sa dove non sono indescrivibili, sono profondamente disgustose, ma quel che è disgustoso non è indescrivibile, è solo disgustoso.
  • Si è chiesto ai tedeschi delle cantine se stavano meglio sotto Hitler e loro hanno risposto di sì. (…) Si chiede a qualcuno che fa la fame con due fette di pane al giorno se stava meglio quando la faceva con cinque, e senza dubbio si riceve la stessa risposta. (…) Si sentono voci dire che era meglio prima, ma le si isola dal contesto nel quale si trova chi ha parlato e le si ascolta allo stesso modo in cui si ascolta una voce nell’etere.
  • (…) è in realtà un ricatto analizzare l’atteggiamento politico dell’affamato senza contemporaneamente analizzare la fame.
  • Un problema è se sia ora corretto o se non sia a sua volta crudele considerare le sofferenze dei tedeschi (…) come giuste in quanto indubbie conseguenze di una fallita guerra di conquista. Già da un punto di vista giuridico questo modo di considerare le cose è estremamente errato, poiché la sofferenza tedesca è collettiva mentre le crudeltà tedesche, nonostante tutto, non lo furono. Inoltre la fame e il freddo non sono incluse tra le pene comminabili dalla giustizia per lo stesso motivo per cui non lo sono la tortura e il maltrattamento (…).
  • (…) l’accusa collettiva nei confronti del popolo tedesco riguarda l’obbedienza in absurdum, l’obbedienza anche in quei casi in cui la disobbedienza sarebbe l’unica cosa umanamente legittima. Ma in fin dei conti non è questa stessa obbedienza quel che caratterizza il rapporto dell’individuo con l’autorità in tutti gli Stati del mondo? Nemmeno in regimi che esercitano una coercizione molto blanda è possibile evitare che il dovere di obbedienza del cittadino verso lo Stato si scontri con il suo dovere all’amore e al rispetto per il prossimo (l’ufficiale giudiziario con mandato di sfratto che getta sulla strada i mobili di una famiglia; l’ufficiale che lascia morire un suo subalterno in una battaglia che non lo riguarda). In ultima istanza l’essenziale è il riconoscimento dell’obbligo all’obbedienza in quanto principio. Una volta ammesso questo si fa presto a constatare che lo Stato che esige obbedienza ha a propria disposizione i mezzi per ottenerla anche nei casi più ripugnanti.
  • (…) la fame è una pessima maestra. Chi ha davvero fame ed è privo di mezzi non accusa se stesso per la sua fame, bensì quelli da cui crede di potersi aspettare aiuto. La fame non favorisce certo la ricerca delle cause, e chi è permanentemente affamato non riesce a stabilire alcun’altra relazione che la più immediata, per cui in questo caso accuserà chi ha rovesciato il regime che prima provvedeva al suo mantenimento, sostituendolo con un trattamento peggiore di quello a cui era abituato.
  • Personalmente, la cosa più ripugnante che ho sentito è stata l’affermazione di un direttore di banca di Amburgo secondo cui i norvegesi avrebbero dovuto, nonostante tutto, essere contenti dell’occupazione tedesca, visto che si erano date loro un bel po’ di strade di montagna!
  • Vivendo alla soglia-limite della sopravvivenza non si combatte innanzitutto per una democrazia, ma per allontanarsi il più possibile da tale limite.
  • Quando tutte le consolazioni sono ridotte a zero, è necessario scoprirne di nuove, anche se dovessero essere assurde. Nelle città tedesche capita spesso che la gente chieda conferma al visitatore straniero che la loro città è proprio la più bruciata, distrutta e squassata di tutta la Germania. Non si tratta di trovare un conforto tra le afflizioni, è l’afflizione in sé a essere diventata un conforto. La gente si rattrista se le si dice che altrove si sono viste cose peggiori. Forse non si ha nemmeno il diritto di dirlo: ogni città tedesca è la peggiore a doverci vivere.
  • (…) può essere vero che la maggioranza dei tedeschi è povera e che molti, prima agiati, hanno perduto il loro patrimonio, ma nella Germania d’oggi c’è una differenza tra i meno poveri e i più poveri che è maggiore di quella tra i ricchi e i proletari di una qualsiasi società normalmente funzionante. Mentre i più poveri occupano le cantine dei ruderi, i bunker o le celle delle prigioni in disuso, e i mediamente poveri affollano i casermoni popolari superstiti con una famiglia per ogni stanza, i meno poveri abitano nelle loro vecchie ville (…) oppure negli appartamenti più grandi della città, dove nemmeno i mediamente poveri possono permettersi di alloggiare. (…) Un frequente verdetto dei processi di denazificazione è che l’imputato, se è stato un attivista, venga privato del suo appartamento e che questo venga concesso a un ex perseguitato politico. Il gesto è bello ma spesso, purtroppo, privo di senso, perché i perseguitati politici si trovano dal punto di vista economico tra i mediamente poveri o tra i più poveri e non possono quindi permettersi di pagare l’affitto per il grande appartamento dell’attivista, che finisce così per essere preso da gente con i soldi, gente che grazie al nazismo e durante il nazismo si è arricchita.
  • (…) le bombe inglesi hanno ignorato i confini di classe (anche se i quartieri delle ville, meno densamente popolati, hanno senz’altro riportato danni minori degli agglomerati di case), bisogna però aggiungere, a difesa della lotta di classe, che i conti in banca non sono stati bombardati.
  • Quando parla dell’occupazione tedesca della Norvegia, dove è andato come medico militare dopo la laurea, racconta di meravigliose discese con gli sci al chiaro di luna nelle località di montagna. A sentirlo sembra quasi che i tedeschi abbiano occupato la Norvegia per amore degli sport invernali.
  • (…) i contadini lo scorso autunno scambiavano ancora generi alimentari per vestiti e biancheria ma ora, con la progressiva inflazione di vestiti nelle campagne, pretendono oro, argento e orologi in cambio di patate, uova e burro.
  • Nei partiti e nei sindacati i giovani si scontrano con i più anziani in un’inutile lotta per il potere, potere che i più anziani non intendono lasciare nelle mani di quella gioventù che, dicono, è cresciuta all’ombra della svastica, e che i giovani, da parte loro, non desiderano affidare a una generazione considerata responsabile del crollo della vecchia democrazia.
  • I ventenni gironzolano per le stazioni delle piccole città fino a quando fa buio, senza avere un treno o qualcosa d’altro da aspettare. Qui si assiste a piccoli, disperati tentativi di furto da parte di adolescenti nervosi che buttano fieramente all’indietro il ciuffo con un colpo di testa quando vengono presi, si vedono ragazzine brille che si attaccano al collo dei soldati alleati e se ne stanno quasi sdraiate sui divani delle sale d’aspetto in compagnia di negri ubriachi. Nessuna gioventù ha mai vissuto un simile destino (…). Hanno conquistato il mondo a diciotto anni, e a ventidue hanno perso tutto.
  • (…) Hitler era un uomo riconosciuto da tutto il mondo. Gli statisti venivano qui e stipulavano trattati. Il Papa è stato il primo a riconoscerlo. Ho visto coi miei occhi una foto dove il Papa gli stringe la mano.
  • (…) le aule spoglie nei palazzi di giustizia semibombardati, (sono) senza più alcun segno della sadica eleganza di cui la legge abitualmente ama circondarsi.
  • Parla uno dei testimoni ebrei: “Nello stabile del signor Sinne abitava un alto funzionario del partito, ma, com’era tipico, non avevamo mai paura di lui. Del signor Sinne invece avevamo paura tutti. Il signor Sinne non apparteneva ai vertici nazisti, era una di quelle ruote dell’ingranaggio così silenziose, fedeli e spaventosamente efficienti senza le quali la macchina nazista non avrebbe funzionato un solo giorno.
  • Niente al mondo è più solitario e abbandonato di un’enorme strada vuota nel freddo mattino di una città bombardata.
  • I genitori cercano i figli scomparsi al fronte con cartelli scritti in stampatello e appesi alle pareti. Un astrologo che abita fuori Norimberga promette di fornire loro informazioni in cambio di venti marchi spediti con vaglia postale.
  • In Germania ci sono treni in cui fa buio anche di giorno perché i finestrini sono stati coperti con tavole di legno inchiodate. Se si desidera la luce ci si può sedere negli scompartimenti senza tavole, ma lì fa più freddo e piove dentro.
  • (…) è appena tornato dalla Russia e in stridente contrasto con la maggior parte dei reduci è diventato un filo-russo fanatico perché non è stato fucilato alla cattura. L’hanno preso a Stalingrado e ora racconta ininterrottamente di come una volta i suoi commilitoni rivestirono il parapetto di un ponte di cadaveri russi nudi, per il divertimento di scattare una fotografia davvero unica. Non riuscirà mai a capacitarsi che gli sia stato concesso di sopravvivere.
  • Il giornalismo è l’arte di arrivare troppo tardi il più in fretta possibile. Io non la imparerò mai.

 “Autunno tedesco” di Stig Dagerman

Cos’altro dire?

L’idea della colpa collettiva, e quindi quella della punizione collettiva, appare a Dagerman un inganno teso a giustificare lo stato delle cose.

In questa sua voglia di capire, in questo sforzo di leggere una realtà tanto brutta da essere a fatica osservabile, la sua posizione politica si rivela un prezioso strumento conoscitivo: in quanto anarchico è libero da ogni tentazione di parzialità, non è legato da sentimenti di solidarietà né con le democrazie occidentali né con l’Unione Sovietica, non ha alcun interesse a difendere l’operato né dei cristianodemocratici né dei socialdemocratici, la sua emotività è tutta con la gente delle cantine, il suo sguardo è libero da veli ideologici e può fissarsi sulle contraddizioni e i paradossi della Germania postbellica.

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