Wünderkammer Ep. 1: i dieci dischi più interessanti del primo semestre 2022

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Wünderkammer Ep. 1: i dieci dischi più interessanti del primo semestre 2022

Wünderkammer: la stanza delle stranezze di Üto.

Un luogo dedicato al bizzarro, allo stravagante, al sorprendente.

Ep. 1: i dieci dischi più interessanti del primo semestre 2022

 

Al giro di boa dell’anno di grazia 2022, molte le uscite di peso: Kendrick Lamar (su tutti), Black Country New Road (attesissimi), Yard Act (incensati dalla critica), Animal Collective, Burial, FKA Twigs, Charli XCX, Beach House, Voivod, Fontaines D.C., SAULT, Sharon Van Etten… la lista dei dischi popolari su cui varrebbe la pena spendere qualche parola potrebbe proseguire ancora, non fosse che ne ha già parlato praticamente chiunque, quindi più che (ri)parlarne, tanto vale leggere quanto di (più o meno) autorevole è già stato detto, concentrandoci piuttosto sull’ascolto (questa sì, in un’epoca in cui l’hype dura tanto quanto il battito d’ali di una farfalla, è pratica assolutamente imprescindibile, cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza ecc.).

Preferisco quindi volgere l’attenzione ad altro e inaugurare questo mio nuovo spazio, dedicato a curiosità, stranezze e bizzarrie varie, dicendo quattro-cose-quattro su quelli che, a mio parere, sono i dieci album più interessanti, insoliti, inaspettati e, al tempo stesso, meno ovvi tra quelli usciti nel corso del primo semestre dell’anno.

Vi do ufficialmente il benvenuto nella mia personale stanza, in cui tutto è sottosopra, l’alto è in basso e viceversa, gli opposti sono uniti, la contraddizione domina incontrastata.

Le porta è aperta, entrate pure.

 

10) Immanuel Wilkins, The 7th Hand (Blue Note Records). Sassofonista USA targato Philly, ci regala questo meraviglioso saggio di pura trascendenza di stampo coltraneano. Si tratta di una lunga suite divisa in sette movimenti, in cui è l’improvvisazione a farla da padrone, il tocco magico di un gruppo di musicisti mostruosamente bravi, una vera e propria prova di ascetismo mistico.

 

 

9) Ben Lamar Gay, Open Arms to Open Us (International Anthem). Questo compositore polistrumentista di Chicago propone una sorta di avant-jazz dalla forte componente ritmica e sostenuto da un gusto particolare per lo spoken word. Ricco di contaminazioni, il nostro offre una nuova visione del concetto di “panamericana”, in cui nord, centro e sud del Nuovo Mondo si incontrano in un meraviglioso connubio.

 

 

8) Eric Chenaux, Say Laura (Constellation Records). Più che un musicista, un mago, in grado di incantare con la sua innata capacità di creare melodie geniali. Scarno, essenziale e minimale, il canadese si affida unicamente a una chitarra (spesso suonata e accordata in maniera non convenzionale), qualche effetto elettronico e soprattutto a una voce meravigliosa e struggente.

 

 

7) Buñuel, Killers Like Us (Profound Lore Records). In questo gruppo canta uno dei miei idoli assoluti di tutti i tempi: Eguene Robinson degli stratosferici Oxbow, qui accompagnato da un terzetto tutto italiano (Xavier Iriondo degli Afterhours, Franz Valente del Teatro degli Orrori e  l’eclettico Andrea Lombardini). Si tratta di un noise violento, oscuro e malato, per nulla accessibile, in cui i quattro disegnano paesaggi sonori lenti, dilatati e densi di rumore metallico alternati a strutture angolari e vorticose.

 

 

6) Kee Avil, Crease (Constellation Records). Stesso paese (Canada) e stessa scuderia (Constellation) di Chenaux, Kee Avil (al secolo Vicky Mettler), chitarrista geniale e inconsueta, dallo stile oblioquo e storto, avvolge totalmente l’ascoltatore con una musica sperimentale, astratta, inquietante e dissonante.

 

 

5) MAI MAI MAI, Rimorso (Maple Death Records). Il progetto solista di Toni Cutrone è forse la cosa più interessante scaturita dal nostrano stivale negli ultimi anni: mescolanza di musica tradizionale del sud Italia ed elettronica drone/ambient, che rianima i fantasmi di un’epoca perduta e in cui è la cantilena che ipnotizza, la formula magica che, attraverso la ripetizione rituale, trasporta in una dimensione altra, in un tempo passato che si eterna nel presente.

 

 

4) Trupa Trupa, B Flat A (Glitterbeat). Questi polacchi sono fautori di un post punk immersivo ed emozionale, intenso e con punte davvero toccanti, caratterizzato da aperture melodiche e soluzioni armoniche di straordinaria bellezza.

 


 

3) Springtime, Night Raver EP (Joyful Noise Recordings). Supergruppo australiano, composto dal trio Gareth Liddard (Tropical Fuck Storm), Jim White (Dirty Three) e Chris Abrahams (The Necks). I nostri si affidano alla difficile arte dell’improvvisazione nel segno di una sorta di noise-free-alternative che si concretizza in composizioni piuttosto lunghe. La differenza nella ripetizione.

 


 

2) C’mon Tigre, Scenario (Intersuoni). Duo bolognese attorno al quale ruota un folto gruppo di musicisti eccezionali e in cui sono l’esplorazione, la libertà e la convivenza tra culture ed epoche differenti a farla da padrone.

 

 

1) Soul Glo, Diaspora Problems (Epitaph). Ok, forse questo è un disco fin troppo chiacchierato per una classifica del genere, però è talmente figo che non potevo non metterlo al primo posto. Da Philadelphia arriva una vera e propria bomba Hardcore che si spinge oltre i limiti del genere fino a lambire i confini del Grind da una parte e dell’Hip Hop e della Trap dall’altra. Strepitosi. Fondamentali.

 

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ÜTO
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Inadatto a vivere, cerco di tirare avanti dividendomi tra amore per la musica, devozione per la filosofia e paura per il domani

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