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Recensione : Alan Vega – Alan Vega / Collision Drive (reissues)

La Sacred Bone Records ha ristampato e rimasterizzato i primi due album solisti di Alan Vega, visual artist e compianto frontman newyorchese (e agitatore musicale/culturale) che ci ha lasciati prematuramente dieci anni fa. Quest’anno il debutto omonimo (originariamente uscito nel 1980) e il successivo “Collision drive” (dato alle stampe 1981) sono stati oggetto di una operazione di reissue messa in atto dalla label indipendente statunitense.

Voce del pioneristico e sovversivo duo elettronico avanguardistico dei Suicide (fondato insieme al compare Martin Rev nel lontano 1970) figli(o) delle atmosfere malate e depravate della New York delle strade imbottite di droghe e dei quartieri malfamati raccontati dai Velvet Underground, ma anche folgorati dai concerti selvaggi del proto-punk degli Stooges e amanti del rock ‘n’ roll dei Fifties, del jazz e del doo-wop, decisero di frullare tutte queste influenze e impastarle con una delirante componente di musica elettronica cupa e apocalittica (ottenuta attraverso strumenti scrausi e di seconda mano) per dar vita a una creatura sonora minimalista assolutamente rivoluzionaria, esordendo – dopo anni di esperimenti – nel 1977 col seminale disco omonimo che ha ispirato una quantità incalcolabile di musicisti e li ha consacrati come precursori dell’elettronica tout court, dell’industrial, dell’alternative rock, della house e della techno music, ma in perfetta sintonia coi tempi, sguazzando nel contiguo terremoto musicale/etico/concettuale generato dall’espolosione del punk rock su scala mondiale, in primis fomentato dalla scena germogliata al mitologico CBGB, che vide esibirsi anche i Suicide di Alan e Martin. E, come spesso accade, all’epoca non furono capiti, la loro proposta fu sbeffeggiata e denigrata da stampa, pubblico generalista e “addetti ai lavori”, e poi, col passare dei decenni, rivalutata e oggi incensata da un mondo di gente (basti pensare agli endorsement di colossi come Bruce Springsteen).

Alan Vega” uscì nel 1980, anno in cui era stato pubblicato anche il secondo album dei Suicide, “Alan Vega + Martin Rev“, prima dello scioglimento (i due, in seguito, avrebbero ripreso il discorso sul finire degli Eighties con un terzo Lp) realizzato con mezzi più professionali, con la loro etichetta che spingeva per un disco dai toni più morbidi, tentando di trasformare i nostri in nuovi idoli disco-dance alla stregua di una Donna Summer o Moroder, volontà che ovviamente era in contrasto con l’identità artistica del duo. E mentre nel mondo musicale mainstream e underground il nuovo decennio si apriva all’insegna di un uso massiccio dell’elettronica (sdoganato anche dalla produzione e diffusione di massa di strumenti e accessori elettronici più a buon mercato rispetto al decennio precedente) tra l’altro “patrocinato” dagli stessi Suicide – seppur con uno spessore artistico più rilevante rispetto alla mera new wave “danzereccia” – l’Alan Vega solista scelse di andare in una direzione contraria al trend imperante, tornando alle origini del suo amore per il rockabilly e il rock ‘n’ roll primordiale degli anni Cinquanta, recuperando certe sonorità essenziali e ridotte all’osso, un R’N’R asciutto basato sul principio del “less is more“, da contrapporre al pacchiano e plasticoso pop da classifica.

Sempre alla ricerca di nuovi stimoli per reinventare la sua musica e la sua estetica, Vega si circondò di nuovi musicisti per il suo progetto in proprio, prima assoldando il chitarrista Phil Hawk e, in seguito, reclutando una band in carne e ossa per l’incisione di “Collision drive“. Le strutture minimaliste rimasero, ma l’elettronica avanguardistica di Rev era stata sostituite dalla chitarra scheletrica à la Eddie Cochran di Hawk che conferiva ai brani un tocco più tradizionale (vedasi il rockabilly “Jukebox babe” e “Speedway“, dall’irresistibile tiro 50’s, o “Fireball” che sembrava quasi scimmiottare il cantato di Springsteen, o era il contrario?) in cui risalta dal passione di Alan per gli eroi del primo rock ‘n’ roll come Elvis Presley e Gene Vincent, “sporcandoli” con un mix di elementi acustici ed elettronici e dilatazioni retaggio della follia visionaria dei Suicide (presente in brani come la scatenata frenesia di “Bye bye Bayou“, in “Kung foo cowboy” che trasuda quella tensione “marziale”, mentre “Ice drummer” poteva ricordare le atmosfere di “Cheree“). Ma c’era anche spazio per il blues (nella struggente “Love cry” o nella più languida “Lonely“).

Collision drive” vide la partecipazione di un ensemble in piena regola (col chitarrista Mark Kuch, il bassista Larry Chaplan e il batterista Sesu Coleman a coadiuvare Vega) e un sound più indurito rispetto al full length omonimo (che è stato ristampato anche in versione deluxe in doppio Lp) dove viene rinsaldato l’amore per il rockabilly del frontman (presente nelle esuberanti “Rebel“, nelle due “Magdalena 82” e “Magdalena 83“, nella cover di “Be-Bop-a-Lula” di Gene Vincent resa in versione punkizzata, in “Outlaw” a fare da controparte a ciò che “Jukebox babe” era stata sul long playing precedente, e in “Raver” si sconfina nello psychobilly Crampsiano) che si autocita rivistando “Ghost rider” dei Suicide e trasformandola quasi in un pezzo dei Ramones, assegnando alla componente blues del lotto una “I believe” che fungeva da controparte alla succitate “Lonely” + “Love cry”. L’opera veniva chiusa dalla folgorante “Viet vet“, quasi tredici minuti di ritmi minacciosi e martellanti e un noise rock delirante (che, per certi versi, anticipò ciò che avrebbero fatto, di lì a poco, gruppi come gli Swans e affini) che rendono questo perverso anthem il gemello di “Frankie teardrop” dei Suicide, con Vega che stavolta squarciava l’aria descrivendo la storia di un veterano della guerra del Vietnam incazzato col suo Paese (che aveva perso quell’assurdo conflitto) che lo ha fatto diventare un individuo alienato e spersonalizzato, che si ritrova a commettere piccoli furti e viene inseguito dalla sbirraglia.

Due dischi imprescindibili per capire lo spirito outsider di Alan Vega e comprendere al meglio l’essenza del suo percorso artistico spigoloso e turbolento. UUUUUH!

TRACKLIST

“ALAN VEGA”

1. Jukebox Babe
2. Kung Foo Cowboy
3. Fireball
4. Love Cry
5. Speedway
6. Ice Drummer
7. Bye Bye Bayou
8. Lonely

“COLLISION DRIVE”

1. Magdalena 82
2. Be Bop A Lula
3. Outlaw
4. Raver
5. Ghost Rider
6. I Believe
7. Magdalena 83
8. Rebel
9. Viet Vet

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