WINTER DUST – SENSE BY EROSION

WINTER DUST - SENSE BY EROSION 1 Iyezine.com

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WINTER DUST - SENSE BY EROSION 2 Iyezine.comSono passati dieci anni e i Winter Dust suonano ancora insieme con lo scopo di superare in maturità e bellezza le precedenti prove: del 2011 l’EP Existence, poi tre album, Autumn Years, 2013,  Tresholds, 2015, compreso il Sense By Erosion, del novembre 2018, ora in oggetto.

I sei musicisti propongono un lavoro meno influenzato dal piano, pur avendo esso un ruolo certamente decisivo, sebbene maggiormente concorrenziale, e sviluppato su avvampi emotivi di sicura presa scaturiti dalle sensazioni improvvise vissute, ottimamente rafforzato dalle chitarre, dal synth e dalla più che tonica sezione ritmica, elevando il contrasto intrinseco tra disfacimento e vitalità nell’intima costruzione delle liriche, procedendo lungo l’affondo egregiamente variegato dei toni.

“Quiet January” è uno di quei pezzi che fa sentir nascere nelle vene il mattino, sin dalle prime luci dell’alba, e non sai se ti trovi in una città ancora addormentata, tra le vie e i palazzi, oppure in una calda dimora di campagna, sulla quale il puro inverno spande nitida l’aria del vicino bosco, ricca di umidi effluvi.
Di sicuro c’è che è un grande opening per un disco che immagina (la partecipazione al testo, scritto e parlato, di Anna Baldissera è notevole gemma) al suono di efficienti arpeggi.

L’aggancio noise al prossimo brano, “Duration of Gloom”, serve da pendant ai raggi del giorno per svaporare le brume del primo mattutino, invitando a procedere nelle partiture solari. Siamo in marcia, entusiasti della iniziatica passeggiata; raggiungiamo il cuore delle sensazioni polverizzate dalla deflagrante voce, sfoderando magli perforanti acuti e straripanti di abrasiva sensibilità, facendoci strada con ardore nella avviata missione. Quei tamburi situati al vertice della piramide sonora vedono scendere verso la base dell’essere umano le falcidiate della chitarra e il gorgoglio del basso, che non si trattiene, spianando a tutto campo l’obiettivo oculare che registra le minute particolarità rinvenute nell’escursione, appunto: il potente maestoso incedere del forzuto sounding è avallato dal pulsare dei riverberi dell’eco chitarristico e assicurato dal synth; essi si espongono in fare naturale alla solarizzazione di magie estreme da godimento tellurico, beandoci dell’elastico sonoro che ne separa le vette, ristabilendo la respirazione, l’equilibrio fisico, sino alla chiusura in alleggerimento dell’energia chiarissima espressa dalle chitarre.

Il terzo capitolo, “All My Friends Are Leaving Town”, rimbomba atmosfere metal rinvenute nel devasto della voce, mentre i fratelli strumenti le fanno cerchio, come a far girare, o ondeggiare, un meccanismo, una giostra, ma piuttosto un ampio lenzuolo teso da più mani su cui innalzare la fresca melodia, e l’emozione la si vede dipanare a partire dal centro generativo dei pensieri: l’origine del pathos. (I have never been afraid to/ blend in with the landscape).
Il magnifico “Furnace” tesse un serio e tonante pattern collettivo intersecato dalla precisione e dalla bellezza melodica degli strumenti, la cui scansione è gioiello ritmico in progressione. Lasciando all’imperio del vocalist, Marco Vezzaro, la malia incontenibile, seguiamo le invettive soniche convesse, trovando infine atmosfere da fiordo scandinavo, le quali vengono sobillate dai massicci riff di elettrica.
L’album rappresenta un concept ‘walking on the path’, ma mette in sonoro anche un insieme integro che attrae a sé ogni track, stratificando le sensazioni e pure liberandole; così è proprio il pezzo “Composition of Gloom”, un evocativo che innesca pioggia che risale verso il cielo!

“Disharmony” sembra propensa alla distensione; però, a giudicare dal raddoppio chitarristico che funge da porta dimensionale, ci ritroviamo dentro strani sentieri boschivi ricchi di querce e castagni, scovando costruzioni seppellite dal tempo e dalla selvaggia vegetazione, ruderi di monasteri di ruvida trachite, enormi blocchi pietrosi periferici di basalti, porfiri porosi, inoltrandoci in un luogo vergine, trasognato, sostando rapiti nella genuina bellezza della camminata stessa che ci ha condotti nel curioso vagare, lì dove non avremmo mai immaginato, eppure ci siamo, palpitanti e vivi, carichi di meraviglia e briosità.

“Cruel June” è spiazzante per come evolve nelle partizioni strumentali; zampilla nelle gocce d’acqua che esplodono in aria a rallentatore, sollevando con le mani, dal mare, l’acqua salata che brilla al sole di riflessi vitrei: sfere di cristallo, armonia, calore e malinconia, ingrossano un sottile piacere uditivo ricolmo di flessuosa risonanza sentimentale/strumentale: un altro colpo messo a segno dai WDST (come da logo)!

Perciò restiamo, permaniamo in “Stay”, essa ci prega sommessamente di non abbandonare mai quelle prove inconsuete, nate dalla casualità di una impresa, tale si rivela, che potrebbe essere foriera, ne è questo il caso, di scoperte che inondano le tante profondità memorabili dell’esperienza umana figlia dell’amicizia, della originale osservazione, dell’esplorazione, della presa di coscienza che muovendoci dotati di spirito volto all’incontro, si possano dipingere scenari prossimi all’epicità e in virtù della crescita personale.
Tutto ciò può essere reso possibile, magari, instradandoci apertamente verso i WINTER DUST, e stringere forte le loro mani di ferventi alchemici del suono, affinché quel senso infinitesimale di erosione continua, ciononostante, riesca a restituirci un accettabile senso.

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TRACKLIST
1. Quiet January
2. Duration of Gloom
3. All My Friends Are Leaving Town
4. Furnace
5. Composition of Gloom
6. Disharmony
7. Cruel June
8. Stay

LINE-UP
Marco Vezzaro – vocals, guitar
Marco Belloni – piano, synth
Marco Lezzerini – bass
Marco Macchini – drums
Fabio Gallato – guitar
Carlo Belloni – synth, piano

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