Morte, una luce che muore bruciando, e l’eleganza della semplicità…
ABYSMAL GRIEF
“Taetra philosphia” su Avantgarde Music è la nuova opera degli Abysmal Grief, a quattro anni di distanza dal precedente disco. Il suono degli Abysmal Grief non è meramente musica o intrattenimento, è un culto che ha una sua precisa ortodossia, è lo studio della morte e della sua presenza accanto e dentro di noi, è un guardare oltre il fragile velo d’illusione che ci fa vivere le nostre ridicole vite. Il gruppo originario di Genova ha avuto una carriera dove ogni disco assume un significato profondo e dove ogni nota arriva nell’etere carica di un significato che è sottile e va interpretato.
Questo nuovo lavoro vede il ritorno alla formazione a tre elementi dopo diversi dischi fatti a quattro, e quindi Regen Graves alle chitarre e batteria, Labes C. Necrothytus tastiere e voce e Lord Alastair al basso. Il suono di questo disco è quello classico Abysmal Grief, un marchio immediatamente riconoscibile, un qualcosa che al primo ascolto innesca una spirale alla quale è difficile sottrarsi se si ha una mente contorta e malata.
La morte come sempre e come nelle confraternite medioevali è la protagonista, avendo una ricchezza di significato che da sempre affascina ed atterrisce l’uomo e il suo corpo, perché la paura di morire è il timore di perdere il nostro corpo, il nostro simulacro su questo pianeta, tenendo poco in conto la possibile vita eterna della nostra anima. Il trio risponda a modo suo a queste domande con il suo suono catacombale, le chitarre ed il basso con toni ribassatissimi, la batteria che pulsa come il battito del cuore di uno zombie e le tastiere che sono forse il vero motore primo di questo suono, colonna sonora di antichi riti che non sono mai morti, perché loro davvero non possono morire.
Le sette tracce sono sette aspetti differenti di un culto che ci porta sottoterra e dentro la nostra testa, alla maniera di un gruppo che ha fatto la storia di un certo genere, mettendo assieme doom, elementi gotici, qualcosa del black metal e soprattutto la tradizione italiana in un certo suono come Death Ss e Mortuary Drape. Il risultato è un disco meraviglioso e che darà i brividi a chi ama le sonorità tenebrose senza pose, fin dalla copertina si capisce quale sarà il viaggio, e il gruppo non tradisce mai, il disco è pressoché perfetto nella sua missione dannatrice, o forse ci mostrano meglio loro quale sia la nostra realtà piuttosto di come la inventiamo noi. Come sempre i brani sono stati scritti e registrati al Chrismon Studio, base del culto, e poi mixati in un’unica sessione da Regen Graves ed Emanuele Cioncoloni a Genova, presso l’El Fish Studio.
Non c’è salvezza, ma ci sono gli Abysmal Grief che ci aspettano oltre la soglia.
SATOR
“The dying light” sulla meravigliosa etichetta italiana Dusktone è il nuovo ep dei genvoesi Sator, un trio molto rumoroso che pratica uno sludge metal psichedelico e molto pesante. Il gruppo ha visto un nuovo ingresso nella formazione, con Gelso alla batteria ed è quindi arrivata questa loro quinta fatica discografica. Il gruppo genovese ha fatto molta strada e dopo il fondamentale “The cleansing ritual” del 2022 ha aperto una nuova stagione per la loro musica, parabola musicale che trova pieno compimento con questo ep di sei tracce che mostra tutto il catalogo sonoro di questo gruppo, che definire sludge è molto riduttivo. Il loro suono è pesante, a volte più lento e cadenzato, altre più veloce e figlio di certo hardcore come il brano “Mindfucked”, i nostri possiedono un ampio spettro sonoro dal quale attingere.
Questo disco è inoltre un ulteriore tassello sonoro di un percorso musicale in costante movimento. Rispetto ai lavori precedenti “The dying light” è orientato ad una maggiore ricerca musicale, introducendo nuovi suoni nel loro magma sonoro. In alcuni momenti del disco sono presenti passaggi sonori che sono molto vicini alla psichedelia pesante e che arricchiscono un suono molto carico e sinuoso. Il suono dei Sator è al livello dei maggiori nomi mondiali del settore, anzi è meglio di molti che sono più seguiti di loro. Come sempre ci sono inserti sonori tratti da film che rendono ancora meglio l’atmosfera e la potenza di questo suono.
I Sator saturano l’ambiente con il loro suono, con continui saliscendi sonori intrisi di riffs potenti e vorticosi anche quando sono più lenti, con una sezione ritmica che fa saltare il banco quando necessario. I Sator sono di quei gruppi che non si fermano mai, e che attingono tanto dai loro ascolti e dalle loro esperienze sonore in altri ambiti, che vanno dal post rock all’hardcore punk, e tutto ciò si riflette in un suono unico, figlio di tante serate passare in saletta a cercar di andare oltre i propri limiti, e i Sator riescono sempre ad andare oltre. In questo lavoro è racchiuso un ulteriore nuovo passo in avanti del loro suono, più psichedelico e dilatato, un’aggiunta che già c’era nel loro suono, ma che qui viene ulteriormente ampliata e dilatata.
Il suono dei Sator è di una bellezza devastante, picchia duro come quanto fa sognare come in “The dancing plague” un pezzo di una potenza psichica molto grande. Un ottimo ep per un gruppo fra i più notevoli in Italia nel panorama della musica pesante, un ensemble che lavora duro e picchia durissimo.
Altre recensioni dei Sator
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Sator Sator
Sator Satori Junk
Sator Cleansing Ritual
KOZMINSKI
Chitarra, basso, batteria e tastiere, una formula semplice per creare un universo sonoro composito e molto vario, che spazia fra alternative, cantautorato, rock, indie, tanto pop, un tocco di new wave, ecco “Un oceano di zeri” dei Kozminski per NOS Records. Il gruppo torna a sei anni di distanza dal precedente disco e migliora ulteriormente il proprio suono, perfezionandolo e portandolo ad un altro livello. I Kozminski fanno un qualcosa che assomiglia all’ultimo Battisti, un suono particolare con testi alla Jannacci per intenderci, a volte surreali, a volte tremendamente sinceri e potenti nella loro presunta semplicità.
I Kozminski hanno un suono dolce che sembra cullare i nostri cervelli, mentre la voce accompagna i nostri pensieri su cosa sta dicendo, con un italiano strutturato benissimo, e mentre ci sembra tutto dolce e semplice i Kozminski ci mostrano belle immagini di una quotidianità che diventa poesia altra, sospesa fra pop e i Cccp come in “Nebbia bastarda”, la migliore canzone di sempre sulla nebbia padana.
I Kozminski trattano le cose e la musica con amore e cura, cesellano, dipingono e traggono il meglio da una dotazione minimale che diventa ricchissima grazie al loro talento e al loro gusto. Lasciando perdere i generi e le etichette, “Un oceano di zeri” è un disco soffuso, caldo, essenziale, dolce e tremendamente sincero, con una forza invidiabile e radici profondissime, un suono molto particolare e testi mai banali, ad esempio una canzone come “L’attesa” è un pezzo che è davvero raro da ascoltare, per bellezza e per profondità.
I Kozminski sono un gruppo unico sospeso in un limbo tutto loro e molto stimolante, coprono tutta la gamma delle emozioni, e quando emozionano lo fanno in maniera potente e definitiva, cantando la vita e i nostri giorni. IL disco è da sentire dall’inizio alla fine per poi risentirlo ancora, in ogni ascolto c’è sempre la meraviglia, la sorpresa di sentire accostare così bene musica e parole, musica che riscalda l’anima e massaggia il cervello.
La produzione di Giuliano Dottori è magnifica e sontuosa, tutto funziona molto bene. Un disco dal gusto antico che parla di cose moderne, di noi e degli altri.










