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Recensione : THE CHATS – GET FUCKED

Secondo album per gli esuberanti australiani the Chats, che danno un seguito all'Lp di debutto "High Risk Behaviour", orfani del chitarrista e membro fondatore Josh "Pricey" Price, ma con un Josh Hardy (ex Unknowns) in più.

THE CHATS – GET FUCKED

Secondo album per gli esuberanti australiani Chats, che danno un seguito all’Lp di debutto “High Risk Behaviour“, orfani del chitarrista e membro fondatore Josh “Pricey” Price, ma con un Josh Hardy (ex Unknowns) in più. Il trio di Sunshine Coast (Queensland, stesso stato che ha dato i natali alle vecchie glorie del rock ‘n’ roll aussie Saints) non ha perso sarcasmo e causticità, tant’è che ha intitolato il loro nuovo disco “Get Fucked” e prosegue nel solco tracciato per chi, come i nostri giovinastri, è cresciuto a pane, alcool e rock ‘n’ roll: sbattersi nel portare in giro il proprio shed rock, viaggiando in lungo e in largo su furgoni scassati e puzzolenti (come l’immaginario “6LTR GTR“, che apre l’album) suonare ovunque, in ogni angolo, in ogni cesso, per farsi conoscere e spargere il verbo R’N’R, venendo molto spesso pagati pochi spiccioli (che servono giusto per non restare a secco di benzina per il viaggio di ritorno) o ricompensati con la cena, un panino e qualche birra. Questo è il destino riservato a chi non ha trovato (o voluto) la pappa pronta della gloria patinata e ha fatto dell’arrangiarsi un’arte (“We jam econo“, Minutemen docent).

 

Canzoni e storie che trattano, tra il serio e il faceto, di alcune storture e situazioni della vita quotidiana, dal “Ticket inspector” del trasporto pubblico agli attacchi di panico di “Panic Attack“, il dannato bisogno di denaro per sopravvivere (“Paid Late“) allo sbronzarsi come stile di vita, o per dimenticare le amarezze che costellano la propria esistenza (“I’ve been drunk in every pub in Brisbane“) all’aumento inflattivo dei prezzi in generale (e dei “fumi” in particolare, in “The price of smokes“) l’utilizzo di slang locali (“Boggo breakout“, cioè la fuga dalle prigioni) la tossicodipendenza coi suoi annessi e connessi (“Southport Superman“) l’essere sbattuti fuori di casa e finire a vivere in strada (“Out on the street“) e razzismo narrato attraverso la degenerazione di certa cultura surf in spiaggia per soli bianchi e autoctoni (“Emperor of the beach“).

 

Tredici schegge di punk rock scapestrato e ruspante, e chi non è avvezzo a certe sonorità lasci pure perdere e passi oltre, questa non è roba per viziati fighetti figli di papà coi risvoltini che si fanno i selfie agli aperitivi bio, studiano alla Bocconi, parlano di resilienza, guardano “Amici” e “X Factor” e affollano lo stadio San Siro al concerto dei Coldplay, col biglietto del package VIP a trecento euro, convinti di assistere all’evento rock dell’estate. La musica fragorosa dei Chats, invece, ci ricorda di quanto è bello tornare a seguire i concerti nei piccoli locali, spendendo pochi soldi, condividendo il piacere di vivere le emozioni dei live in tempo reale insieme ai gruppi che suonano a un metro dalle vostre facce, avendo la possibilità di interagire con le band in carne e ossa, senza filtri di giganti maxischermi né contenuti premium. Spero di non rimangiarmi presto ciò che ho scritto, avendo saputo dell’imminente tour dei Guns ‘n’ Roses in Australia, i cui concerti verranno aperti proprio dai Chats (insieme ai Cosmic Psychos). Sarò forse ingenuo, ma voglio augurarmi che i tre ragazzi non si smarriscano nel mainstream e non cadano anche loro nella trappola del “successo” glamour, come è già accaduto, ahimè, coi loro connazionali Amyl and the Sniffers (folgorati sulla via delle sfilate di moda di Gucci) ma si può suonare nelle arene e su grandi palchi pur non perdendo credibilità, come insegna la parabola dei Mudhoney, tanto per fare un esempio. Speriamo che i Chats seguano il percorso di Mark Arm e soci, piuttosto che immolarsi al rockettino commerciale innocuo da heavy rotation su Virgin Radio.

LINE UP

 

Eamon Sandwith | vocals, bass
Josh Hardy | guitar, backing vocals
Matthew Boggis | drums

 

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