Credo che il miglior complimento per un disco sia, una volta finito di girare sul giradischi, dirsi ad alta voce, fissando esterrefatti la parete, “non ci ho capito niente”. Non perché sia musica confusa o grossolana, ma perché talmente complessa da rendere difficile distinguere la realtà da un’esperienza talmente densa da far dubitare se sia accaduta realmente o se sia stata solo il frutto di una fantasia contorta. “In The Age of Data” dei Move 78 è così sofisticato e ricco di riferimenti assurdi che è impossibile coglierne l’essenza al primo o secondo ascolto. Ma anche al centesimo giro sul piatto, il risultato sarà sempre lo sguardo sbarrato, la bocca aperta e il cervello aggrovigliato su se stesso, in attesa di ottenere quei due vocaboli che suonano più o meno come “oh wow”.
I Move 78 nascono a Berlino nel 2017 dal fortuito incontro tra il produttore Aver, il tastierista Doron Segal e il batterista Nir Sabag. Le lunghe chiacchierate tra amici si trasformano in sessioni di improvvisazione, in collaborazioni spontanee e sperimentazioni jazz unite ai campionamenti di Aver, in particolare nel suo primo disco solista. Si uniscono poi alla formazione Hal Strewe al basso e Meravi Goldman al corno francese, in tempo per pubblicare nel 2021 l’album di debutto “The Algorithm Smiles Upon You”. Da qui la via da percorrere è segnata, e ha la forma di un esperimento unico nel suo genere, un jazz post-prodotto, dove il confine tra l’esecuzione dal vivo e il montaggio digitale si fa sempre più sottile. “Automated Improvisation”, “Game Four” e “Grains” sono i progetti successivi: la tecnica si fa più articolata, archi e momenti concettuali iniziano a farsi strada, il confine tra unplugged e post produzione si fa sempre più labile, fino ad approdare con “In The Age Of Data” a un sound estremamente filosofico. Il tema è quella continua conversazione tra umano e virtuale che nasce da una partita Go (un antico gioco da tavolo cinese) tra l’allora campione del mondo e un programma per computer. La mossa vincente del giocatore per battere la macchina si è rivelata un perfetto esempio di umanità capace di battere un’intelligenza da essa inventata, e ha preso il nome, guarda caso, di Move 78.
Ho già ammesso in partenza di non aver capito il disco, ma esaminarlo traccia per traccia sarebbe il torto più grande che potrei fargli. Significherebbe sottovalutarlo, sminuirlo, frammentare quel flusso continuo che in quanto concepito come tale va rispettato nella sua forma originale per essere apprezzato il meglio possibile. Si apre con un flebile “why dont’ you just let go”, un invito a lasciarsi andare alla corrente di una musica avvolgente, calda, pervasiva. E poi d’un tratto si presentano una a una le protagoniste di tutto il progetto, le voci: confuse, lontane, estranee. Sono i sussurri di pionieri del proprio campo, dalla musica all’arte, fino al cinema, alcune più famose, altre sconosciute ai più. Ci sono la principessa del soul britannico Cleo Sol, l’attore americano Willem Dafoe, il rivoluzionario artista Rammellzee, il produttore hip-hop MF Doom, la scrittrice afrofuturista Octavia Butler. Come tanti fantasmi rievocati nella stessa stanza, discutono di processi creativi, di idee, di espressione umana.
Il jazz subisce influenze ambient da ogni dove, tra texture mescolate alla musica dal vivo, come in “Don’t Become What You Hate”, dove bambini che giocano e macchine in frenata diventano parte integrante di una musica fortemente distopica. Tra le voci degli spiriti che abitano il disco, emerge quella della pittrice americana Grace Hartigan. Nel progetto nulla è lasciato al caso, e nemmeno è un caso che nel pensiero dell’artista risiede l’anima del concetto di “In The Age of Data”: come la Hartigan rifiutava la freddezza distaccata della Pop Art per un’arte viscerale, così i Move 78 usano come pretesto campionamenti, synth, e glitch meccanici per creare un suono traboccante di un’umanità che nessuna macchina saprebbe mai replicare.
Tra i fantasmi intenti in lunghi sproloqui sui temi più disparati, interviene anche la pionieristica teorica musicale Pauline Oliveros, presentando “l’arte di ascoltare l’ascolto” nella nona traccia dell’album, “Quantum Listening”. La band traduce le sue teorie in una relazione simbiotica tra ascoltatore e suono, usando la sintesi granulare per polverizzare la materia acustica e amalgamarla all’improvvisazione. Il brano si ispessisce minuto dopo minuto, tra percussioni vivaci e un incedere inarrestabile, finché il brano non si trasforma in qualcosa di inafferrabile, effimero, ultradimensionale. Contribuisce anche la voce di Monica Mussungo lungo tutto il disco a scontrarsi con i glitch meccanici e i campionamenti digitali di Aver, in un corpo a corpo tra il calore umano e il ghiaccio del digitale, una tensione costante difficile da spegnere. Tutto converge nel finale di “The Process Is The Purpose”, dove sassofono e corno francese svaniscono tra i discorsi rarefatti, aprendo un varco a una nebbia di sintetizzatori che si fa strada nella stanza. Un ultimo scorcio di pensiero, ancora una riflessione sul genio umano, prima che la nube riporti ogni spirito al corrispettivo corpo, lasciando dietro di sé uno scroscio di applausi a chiudere il disco.
In questo svanire, resta un dubbio: è stata la macchina a vincere, soffocando le aspirazioni umane, o è stata l’umanità a ritirarsi intatta, lasciando all’algoritmo solo un guscio vuoto? “In The Age of Data” è un tipo di musica che non ho mai sentito, e che non riesco a smettere di ascoltare. Non so definirla e non so paragonarla a nient’altro, facendomi riflettere su quanto conosciamo così poco del mondo che ci circonda. È un’esperienza rara, che seppur in parte fatta di dati e codici binari, pulsa di vite vissute per davvero, immerse in un’arte che non ha bisogno di essere spiegata ma solo sentita. I Move 78 arrivano a un quinto album sperimentale ma maturo, in cui uniscono jazz e elettronica in modo impeccabile: forse alla fine la “mossa 78” non è battere il sistema, ma abitarlo il tempo necessario per regalargli quell’emozione di cui non è capace.
Move 78 – Quantum Listening
Move 78 – In The Age of Data tracklist
- Dusty But Digital (Suite: Pt. 1-6) 09:24
- Don’t Become What You Hate 05:13
- In The Age Of Data (feat. Monica Mussungo) 03:20
- Quantum Listening 08:23
- Microcosmus (feat. Ayjay Nils) 03:10
- The Process Is The Purpose (feat. Cassie Kinoshi) 07:36










