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Recensione : Orbits – Blood Red Sky

Con "Blood Red Sky", il super-trio formato degli Orbits trasforma l'angoscia in un’opera electro-jazz stratificata, esplorando il disordine dei sentimenti tra ritmi funky, derive psichedeliche e atmosfere orchestrali.

Orbits - Blood Red Sky

È un’emozione nuova, strana quella che perseguita la musica di “Blood Red Sky”. Non è tristezza ma nemmeno gioia, non è rabbia ma neanche serenità, somiglia a un’angoscia buona, da guardare in faccia e risponderle a suon di musica

Nati grazie a una canzone confezionata insieme per il Moldejazz Festival nel 2022, il trio è composto da Lars Horntveth, fondatore dello storico gruppo jazz norvegese Jaga Jazzist, il produttore Erlend Mokkelbost e la cantante Natalie Sandtorv. Esperienze diverse ma componibili come in un gioco di costruzioni, firmano nel 2024 il loro primo singolo, “SYNTHETIC SWEETNESS”, che da subito li proietta tra i musicisti norvegesi da tenere d’occhio. Il loro primo EP “Bad Mantras” è manifesto del loro sound stratificato, che parte dal jazz e lo trasforma in qualcosa di più complesso. È un po’ il nostro subconscio: un’emozione talmente semplice come un assolo di sassofono viene talvolta esagerata dalla nostra mente contorta in ritmi confusionari pieni di synth e percussioni veloci. Registrato in una palestra, il loro album di debutto “Blood Red Sky”, uscito su Jazzland Recordings, segue questo filo conduttore sentimentale che conduce su strade tortuose non sempre facili da percorrere. Un esplorazione dei sentimenti che non cade mai nello sdolcinato, ma rimane per tutte le 8 tracce critica e analitica.

In “BROKEN GLASS” la protagonista è una relazione tanto romantica quanto nociva, un amore inevitabile che porta a distruggersi in pezzi di vetro taglienti, spezzettati come il ritmo del pezzo. Intorno al terzo minuto cambia vertiginosamente, tra gli strumenti dell’orchestra si fanno spazio i synth giocosi che accompagnano per tutto il disco, trasformando il brano in un frastuono funky incorniciato dai “you will always get to me” ripetuti dalla cantante, sintomo dell’inesorabilità della storia d’amore. Le influenze R&B e soul tipiche dei Hiatus Kaiyote e dei Jaga Jazzist si fanno sentire in “FALLING APART”, melensa e psichedelica. Ricorda la fluidità al basso della cantante franco-caraibica Adi Oasis, o un pezzo estratto dal capolavoro di Kadhja Bonet del 2018 “Childqueen”. È un continuo saliscendi melodico, un cadere sempre più in basso dopo la fine di un sentimento che ancora lega indissolubilmente a qualcuno, nonostante gli sforzi per andare avanti. Il terzo brano, è in un certo senso il primo: è il singolo che gli Orbits hanno forgiato per il Moldejazz e che li ha uniti nel loro nuovo progetto, “SYNTHETIC SWEETNESS”. Si presenta come un alt-pop ricercato, ricco di synth che stridono tra loro e percussioni che danzano con gli arrangiamenti elettronici di Lars, in un climax ascendente estremamente funky e divertente. Se la prima traccia è l’impatto esplosivo della fine di un amore, la seconda è l’elaborazione del dolore, e infine sigilla la trilogia una realizzazione audace: nonostante tutto sia artificiale, sintetico, non naturale, “with you, I’m better” risuona per tutto il brano come un mantra.

Sotto un inquietante “BLOOD RED SKY”, gli Orbits iniziano a tessere una trama jazz che li accompagnerà per tutte le tre tracce finali. L’assolo di sax al centro del brano regala uno dei momenti migliori di tutto l’album, Natalie gioca con tonalità nuove, la band sembra gettare gli spartiti per improvvisare un sound freschissimo. Insieme ai tre componenti, ad affiancarli è un’intera orchestra, con membri provenienti dalla band Arc Iris, capitanata dal tastierista prodigio Zach Tenorio, e dal trio norvegese progressive rock Elephant9. Mai come in “FIRST SWIM”, ogni strumento è messo in luce in modo impeccabile: cambi di ritmo improvvisi, chitarre impazzite e virtuosismi alla tastiera che chiudono il pezzo in un trip allucinogeno dai toni dark, un tassello che nonostante non faccia parte del puzzle si incastra alla perfezione.

“FADED LOVE” parte piano, mantenendo la parte strumentale per quasi tutto il brano, un neo-jazz studiato per camuffarsi da pop. È sensuale e intrigante, le percussioni ricordano un arrangiamento dei Sade, così come la voce di Natalie verso la fine del brano sa di quegli amori sfumati tanto amati dalla cantante della band inglese. Chiude il disco “BAD MANTRAS”, un jazz esoterico e sperimentale accompagnato dal ritmo funky della band e dall’orchestra.  Quasi sciamanica, la traccia si apre in un finale da catarsi sonora, in cui l’ultima parola pronunciata “untouchable” suggella perfettamente il cerchio iniziato con i frantumi di “BROKEN GLASS”.

In “Blood Red Sky” gli Orbits trasformano il disordine dei sentimenti in un’opera coesa,  con la consapevolezza che quell’angoscia indescrivibile che tutti ci portiamo dentro può diventare una corazza di cui farci carico. Se questo debutto è il manifesto di ciò che il nuovo jazz norvegese può fare se sporcato di pop e elettronica, allora il cielo rosso sangue degli Orbits è un orizzonte da non smettere di fissare.

 

Orbits – Blood Red Sky tracklist

  1. BROKEN GLASS 05:40
  2. FALLING APART 05:30 
  3. SYNTHETIC SWEETNESS 06:17
  4. BLOOD RED SKY 04:58
  5. FIRST SWIM 08:34
  6. FADED LOVE 08:00
  7. BAD MANTRAS 08:20

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