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Recensione : La rosa Robert Walser

“La rosa” è l’ultima pubblicazione voluta da Robert Walser nel 1925, prima di entrare nel lungo silenzio degli anni nella clinica per malattie mentali; un libro di camuffate confessioni, che si avvicina alla terra di nessuno della follia.

La rosa Robert Walser, edito da Adelphi

La rosa Robert Walser

“La rosa” è l’ultima pubblicazione voluta da Robert Walser nel 1925, prima di entrare nel lungo silenzio degli anni nella clinica per malattie mentali; un libro di camuffate confessioni, che si avvicina alla terra di nessuno della follia.

 

Potrete leggere passaggi come questi:

 

  • Mai si vendicava per un torto subito, e forse in tal modo si vendicava a sufficienza. Coloro che non lo trattavano come voleva, li lasciava, come si dice, cadere, il che significa che si abituava a non pensare a parecchie cose spiacevoli. Così proteggeva la sua vita interiore dall’inselvatichirsi, i suoi pensieri da una durezza malsana. (…) Allorché perse un amico si disse: “Perde tanto quanto me”. Adorò una tale finché lei commise un errore e a lui non fu più possibile pensarla con nostalgia. Un’avventatezza da parte della donna ebbe come conseguenza che lui se la ridesse di lei, e di ciò fu contento. Compiangendo l’amica, non aveva più bisogno di compiangere sé stesso. Rimaneva giovane e utilizzava questa forza per acquistare rispetto, e farne uso, verso coloro che più di tutti hanno bisogno di non essere guardati di sfuggita, con occhio insensibile: i deboli e gli anziani.
  • Finora ho vissuto come ho ritenuto più giusto e opportuno, e non mi ha spaventato la possibilità che qualcuno mi dimostrasse che m’ero sbagliato, poiché a buon diritto io dico: errare è umano. Tuttavia riconosco che sia bello adeguarsi a una nobile concezione e sottrarre qualcosa alla gioia di vivere a vantaggio dell’adempimento dei doveri, che sia bello intendere la felicità anche in un’altra forma che non sia il buonumore, non rendendosi dipendenti da quest’ultimo, temendo ogni ora per esso, preoccupati di conservarlo: no, piuttosto, mettendolo a nudo, meglio sacrificare la propria felicità e forse perciò riconquistarla.
  • Vagabondando nella notte mi sono ritrovato sull’isoletta del Rodano che è abbellita dal monumento a Rousseau, e mi sono tolto il cappello davanti a quest’irremovibile che suscitò tanto movimento.
  • Di gente mai contenta di sé ne ho incontrata spesso. Qualcuno non sta bene perché vuole piacersi troppo.
  • Uno dei miei compagni di scuola era, già da fanciullo, paurosamente rispettabile. Noi altri lo tenevamo in poco conto; la sua ubbidienza ci era antipatica.
  • L’altro venne castigato per la sua impeccabilità. A Dio non importa molto che gli uomini siano irreprensibili. Quale divertimento ininterrotto ci procuravano i cosiddetti stupidi. Li ringraziavamo per questo? No; ma gli volevamo bene, li rispettavamo senza che facessero niente per impressionarci. Contavano qualcosa; mentre l’altro, nulla più che diligente, era sentito come un estraneo. Quanto è brutto essere così impeccabili.
  • Mangiare pane e formaggio in una locanda di campagna procura un piacere non minore che essere serviti di qualcosa di più raffinato in un ambiente elegante.
  • (…) spesso sono i contrasti, non le consonanze, a imporsi alla nostra attenzione.
  • L’oste mi ha seguito di soppiatto e mi ha costretto alla resa dei conti, al che l’ho placato esibendogli un biglietto da cinquanta. Un portafogli ristabilisce i rapporti e fa cambiare le opinioni. Ciò che è caduto in pezzi, il denaro lo rincolla con incredibile rapidità.
  • La pace è un problema difficile.
  • (…) al teatro cittadino ho assistito a una commedia spiritosa. (…) La commedia, rappresentata con brio, nasce dalla penna di un uomo che, per una trasgressione da lui commessa, la società ripudiò. Strano piacere, quello di sollazzarsi con delle scene il cui artefice è finito così male. (…) Parlo di Oscar Wilde.
  • La singolarità si assottiglia ogni giorno di più. Sembra che ci sia una fabbrica al lavoro per la normalizzazione dell’insolito.
  • Chi è inginocchiato può rialzarsi, e gli pare poi di stare in piedi con tanto più vigore.
  • I forti talora si ritengono troppo forti.
  • Io non posso affidarmi a nessun altro che a me stesso: solo io so come guidarmi e quindi a me devo ubbidire.
  • C’è gente che passa sovente per capace perché alza la voce: una prova, questa, dell’importanza della superficie. Se mi mostro superficiale, allora piaccio alla gente. Con la frivolezza la si può conquistare.
  • Ho sentito di una donna ricca e sempre di malumore; presumibilmente donerebbe volentieri a chiunque il malumore ma non le sostanze.
  • La sincerità obbliga, ma fa felici.

 

Cos’altro dire di questo libro?

Forse val la pena aggiungere quel che disse l’autore stesso: “La rosa è uno dei miei libri migliori (…) in questo libro molto c’è da capire e molto da perdonare. È il più maleducato, il più giovanile dei miei libri”.

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