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Recensione : Kariti Still Life

Kariti Still Life: siamo ancora all'interno di quell'ambito oscuro che i più colti chiamano "dark folk", ma guardiamo le cose da un diverso punto di vista.

Kariti Still Life

Riallacciamo il nostro rapporto con Kariti a distanza di poco più di un anno. E lo facciamo con piacere, dato che abbiamo ancora nelle orecchie quella solenne gravità carica di bellezza derivante da un album come quel “Dheghom” di cui abbiamo a lungo parlato nel corso del 2024. Si trattava di un album che ci aveva immediatamente sedotto, grazie a quel suo approccio (rivelatosi poi vincente) che guardava all’impermanenza di un “american gothic” a cui siamo consapevoli di dover guardare nel momento in cui proviamo a rendere conto di tutte quelle ferite interiori che non riusciamo a risanare come vorremmo.

Mentre siamo ancora alle prese con questa imperfetta cicatrizzazione ecco, finalmente arrivare “Still Life”, nuovo capitolo del percorso di Kariti, anche questa volta edito insieme all’olandese Lay Bare Recordings.

L’album mette subito le cose in chiaro. Siamo ancora all’interno di quell’ambito oscuro che i più colti chiamano “dark folk”, ma guardiamo le cose da un diverso punto di vista. Kariti ha scelto infatti di andare a sondare territori ancor più intimistici del suo pensiero, e del suo vivere (presente, passato e futuro). “Still Life” guarda infatti a quell’infinito oceano di sensazioni e di suoni che richiamano un immaginario capace di stregare l’ascoltatore con un carico ipnotico da cui emanciparsi risulta tutt’altro che facile.

È inevitabile quindi stoppare in noi l’idea che si tratti di un disco che va a sancire un deciso (e misurato) passo avanti per lei e per il suo progetto. Un album che guarda ad una maggiore maturità che deve per forza di cose essere supportata dalla necessaria determinazione che possa permetterle di proseguire nel percorso di ricerca che ha in mente.

Il sound di “Still Life” apre all’idea di volersi spogliare del superfluo, in un tentativo (riuscito) di sondare nuove strategie con cui comunicarci il suo pensiero. Una sorta di “less is more” orientato alla massima apertura emotiva possibile, per una dichiarazione quasi a cuore aperto con cui Kariti si mette davvero a nudo. Se è vero che il mondo che ci circonda continua ad essere pervaso da una coltre di negatività che solo gli stolti possono pensare di negare, Kariti sfrutta proprio questa condizione per esaltare la sua disillusione attraverso i nove brani (otto più intro per i più fiscali) che ci regala.

Ci piace pensare che Ekaterina (vero nome di Kariti), russa di nascita, ma italiana di adozione, colga nel proprio passato i demoni che l’hanno accompagnata nell’adolescenza, quando viveva sotto l’egemonia dell’URSS.

E che la scelta di andare a stabilirsi all’estrema periferia est del paese, in quella Trieste che rappresenta il confine tra l’occidente, e quel mondo ancora non del tutto svelato che, partendo dai resti della Jugoslavia guarda (con nostalgia?) ad oriente, sia conseguenziale a questa sua inquietudine interna. Si tratta però soltanto di una nostra suggestione, non abbiamo nulla di concreto in mano che possa farci protendere verso una dichiarazione di questo tipo, ma, dato che siamo, sempre e comunque, degli incalliti sognatori, ci piace crearci questo tipo di dinamiche cerebrali.

Al netto di tutto questo “Still Life” è un disco che non risente della fretta del nostro quotidiano, e che quindi deve essere gustato con le dovute tempistiche, in un netto rifiuto del “tutto e subito” che impera, e quindi assaporato con calma, come un liquore pregiato da tenere in bocca, a contatto con il palato, per poter essere apprezzato come merita.

Ma non solo, possiamo anche andare oltre e tornare a guardare alla sua autrice, al punto che ci spingiamo a considerarlo come l’occasione per guardare ad una nuova versione di Kariti, una versione mutata (e mutevole), pronta ad aprirsi ai nostri occhi senza alcuna vergogna, e che ci mostra tutto il suo profondo sentire, in un contesto malinconico in cui il carico emotivo risulta preponderante.

Un disco notturno, che anche essere caldo, accogliente, e quasi rassicurante, se non fosse che si tratta di un disco che celebra le difficoltà della vita in modo deciso, senza fare sconti. Un album che – come detto – parla parla di disillusione, riuscendo però a parlare anche alla disillusione, attraverso un percorso di immersione totale, fatto di una quiete apparente che rivela tutta la sua inquietudine nell’attesa di una deflagrazione che in realtà non arriverà mai.

Ascoltatelo con attenzione e siamo certi che converrete con noi che si tratta del modo migliore per accogliere il gelo invernale.

(Lay Bare Recordings, 2025)

Kariti Still Life Tracklist

  • spine 00:44
  • nothing 04:37
  • stems 04:35
  • still life 04:12
  • purge 04:33
  • suicide by a thousand cuts 05:27
  • fragile 05:15
  • naiznanku 04:20
  • baptism 04:00

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