Hot Face, Nordicwinter, Rå, Scorpion Milk e Stärker. Queste le frecce che scagliamo oggi contro la noia per una stagione piovosa che purtroppo sta volgendo al termine. Il sole e il suo fastidioso calore sono già pronti a prendersi la scena, ma noi abbiamo scelto di restare chiusi, in casa, in ascolto di questi cinque album. Consapevoli che il freddo vero lo portiamo dentro.
Hot Face :: Automated Response
Automated Response è un album che non mi sarei mai aspettato di segnalare in questo spazio. La prima volta che l’ho ascoltato non mi aveva particolarmente colpito. Deciso a dare una seconda possibilità (a cui è seguita una terza, e una quarta) l’ho rimesso da capo in un momento diverso, in cui ero meno preso dalla triste realtà che ci avvelena l’esistenza, e tutto è cambiato. Attenzione però, non siamo davanti a the next big thing, ma a un album che mostra una realtà in grado di catturare l’ascolto in modo totalizzante per essere un album di debutto, e quindi ricco di imperfezioni e dettagli da sistemare.
Ma forse sono proprio questi (presunti) difetti a renderlo ancor più intrigante. Del resto le cose perfette non mi sono mai piaciute, quell’alone di sporcizia sonora è una delle costanti con cui sono cresciuto, e che ho piacevolmente ritrovato nel debutto degli Hot Face. Poco meno di mezz’ora in cui la band londinese concentra tutta la voglia di scatenare l’irriverenza sonora attraverso una rivisitazione della psichedelia dai forti connotati garage punk.
Rigorosamente registrato in presa diretta agli Abbey Road Studios di Londra Automated Response ci consegna una band che non ha paura di mostrare il proprio lato più selvaggio, che, tra le altre cose, è anche quello più sincero. Un disco praticamente dal vivo, che riflette quindi l’anima direttamente proiettata verso la naturalezza dell’esibizione di una band che non avrebbe senso se rinchiusa in studio per settimane a cercare quel sono che possiede già e che deve solo lasciar uscire.
L’album degli Hot Face si caratterizza per un sound sporco e ruvido, che non concede soste, e prosegue inarrestabile nella sua corsa frenetica, ma che guarda comunque alla melodia, o per lo meno cerca di non lasciarla troppo defilata. Concettualmente è un disco intelligentemente costruito intorno a posizioni antiedonistiche, che raccontano dipendenze, e più in generale storie di tutti i giorni. Più punk di quanto non si pensi.
Nordicwinter :: Solitude
I canadesi Nordicwinter incarnano alla perfezione la deprimente esistenza di chi è condannato a vivere nella desolazione del nord più estremo, a diretto contatto con le terre in cui la neve è eterna, e i raggi di un tiepido sole non scalfiscono il regno di ghiaccio in cui il tempo non scorre mai.
I sei brani che compongono Solitude vanno esattamente in questa direzione, sublimando l’assenza di calore attraverso la celebrazione di un paesaggio che, per forza di cose, diventa anche uno stato dell’anima. L’album, l’ottavo per il progetto di Evil Lair (registrato come Yves Allaire all’anagrafe di Cornwall, Ontario), unico membro effettivo ad oggi riscontrabile, si snoda attraverso un viaggio sonoro unidirezionale che non contempla accelerazioni, e che si compiace del suo tenore atmosferico e opprimente. Solitude riesce a sostenere il peso di un concept dilaniante, e lo fa con intelligenza, senza eccedere mai, cercando di rendere reale il rumoroso silenzio di una distesa di neve che copre ogni cosa, esaltando la forza della natura e cantando la purezza di un mondo per noi alieno. Un album malinconico che riesce quasi a cullare l’ascoltatore, totalmente immerso nella straziante litania, da cui non sente il bisogno di alienarsi.
Il sound di Nordicwinter è infatti un qualcosa di estremamente accogliente, che proprio nel suo saperci circoscrivere in un mondo algido finisce invece per avvolgerci di calore. Non ci sono grosse divagazioni sonore, l’album prosegue infatti incanalato nella falsa riga di un approccio fortemente atmosferico, e questo, a seconda dei casi può rappresentare sia il punto di forza del disco, che il suo unico limite riscontrabile.
Al netto del fatto che siamo solitamente attratti da tutto ciò che esula dalla rigidità dei dogmatismi, in questo caso sposiamo l’iconoclastica e tradizionale visione dei Nordicwinter, che non si spostano di un millimetro dai canoni del genere a cui hanno consacrato la propria esistenza. Non abbiamo infatti mai pensato a Solitude come a un album che potesse sorprenderci con voli pindarici o soluzioni innovative.
Non è per questo che è nato, e non è per questo che ci piace. In questo caso troviamo una forte connessione tra ciò che il disco voleva rappresentare e ciò che ci rimanda durante l’ascolto. E tanto ci basta per continuare a coltivare la nostra mai sopita anima depressa.
Rå :: Rå
Nel folklore scandinavo, e in particolare in quello svedese Rå sta a indicare uno spirito guardiano, quello che noi cristianocattolici chiameremmo angelo custode. Nella vita di tutti i giorni, Rå è il progetto tra la svedese Isa Myling e il belga Déhà (alias del pluristrumentista Olmo Lipani), che ha da poco esordito su Transcendace Records con l’album omonimo. La loro storia è abbastanza recente, il progetto è nato nel duemilaventiquattro e l’anno seguente ha immediatamente pubblicato il primo album, come detto omonimo.
Rå nasce per l’esigenza di Isa di provare a elaborare il lutto della perdita del marito Asgeri Amort degli Herzog (band in cui militava lo stesso Déhà), morto di cancro a soli 30 anni. Con una premessa di questo tipo era inevitabile che il duo andasse a cercare di esacerbare e lenire il di lei dolore, attraverso un disco incentrato su disperazione e sconforto. Da un punto di vista sonoro Rå si caratterizza per il tentativo di restare in bilico tra il dark folk scandinavo e il black metal di stampo atmosferico. Tentativo che sentiamo di poter definire come brillantemente superato.
L’album, in cui Isa si occupa solo della voce, lasciando tutto il resto delle incombenze all’altro 50% del progetto, è un canto funebre a tutti gli effetti, in cui possiamo quasi toccare con mano il dolore lancinante conseguente alla prematura dipartita di Amort. Un canto in cui le litanie di Isa si alternano tra disperati assalti furiosamente urlati e momenti più dilatati in cui fa risuonare il silenzio del lutto attraverso una straziante interpretazione di pulizia vocale che contribuisce ad accrescere qualitativamente la sua performance, e più in generale quella di tutto il disco.
Rå riesce ad essere anche marziale in alcuni passaggi, con l’evidente tentativo di rendere omaggio alla memoria dello scomparso, attraverso un rituale funebre che sentiamo di condividere. Un disco che si divide tra la freddezza di fondo che permea l’ascolto indirizzandolo verso l’eternità di tutto ciò che caratterizza quello che esiste oltre la vita, e un senso di calore impermanente che stempera l’austerità sottolineando la forza dell’amore di una donna per il proprio uomo. Un calore che pare in alcuni frangenti in grado di sciogliere l’eternità dei ghiacci che circonda i due e che chiude il cuore di chi resta in una gelida morsa da cui non sarà mai possibile liberarsi.
Scorpion Milk :: Slime Of The Times
Mat McNerney è una figura di grandissimo spessore in ambito sonoro. Lo ritroviamo oggi alle prese con il suo ultimo progetto Scorpion Milk, ma non dimentichiamo il suo ruolo chiave con Grave Pleasures, Hexvessels e Dødheimsgard. Il suo è un progetto post punk nel senso più classico del termine.
Un progetto che gli permette di mostrare ancora una volta tutta l’ecletticità di cui è ricchissimo, e che ci riporta agli anni d’oro del movimento, quando si stava esaurendo l’energia distruttiva del punk e occorreva trovare un qualcosa verso cui incanalare la necessità espressiva di una generazione inquieta. Slime Of The Times è un album che un tempo non avrei mai detto di poter vedere pubblicato dalla Peaceville, etichetta che in gioventù per me ha impersonato il ruolo di Sancta Sanctorum, dando modo a realtà a cui sono tutt’ora legato, come Katatonia, Darkthrone, Paradise Lost, Opeth, Cradle Of Filth, My Dying Bride e Anathema, di vedere la luce.
Il disco racconta un mondo che abbiamo dimenticato, e lo fa con l’entusiasmo di chi torna a godere di quei suoni come fosse la prima volta. In una ricerca dell’oscurità e della dissonanza a cui donare le proprie emozioni. Slime Of The Times è un album quasi ipnotico, che trascina l’ascolto in un contesto apocalittico ma non cacofonico, in cui la ricerca della bellezza, che, pur se nascosta, riusciamo a intravedere nella maggior parte dei brani. Un disco che cambia spesso registro, per non dare troppo per scontato il proprio carattere, e non risultare, conseguentemente noioso.
Dato che dietro al progetto troviamo un genietto come Mat McNerney non potevamo aspettarci un disco in questo senso deludente e scontato. McNerney con Slime Of The Times mostra ancora una volta tutto il proprio intelletto, portandoci a spasso in tutta una serie di direzioni che, per quanto diverse, conducono al medesimo indirizzo finale, quello di un album inatteso che si rivela accattivante e ricchissimo di carattere. Un album che apre l’ennesimo scenario a cui guardare con la massima attenzione, non fosse altro che ci riporta alla spensieratezza di un tempo che sappiamo non tornerà. Ma che celebriamo volentieri in compagnia degli Scorpion Milk.
Stärker :: Spectral
Gli Stärker (duo franco- canadese composto da Frederic Arbour e Martin Dumais) arrivano finalmente alla pubblicazione del loro primo album. E lo fanno confermando quanto di interessante avevamo avuto modo di notare con i loro precedenti EP, che negli ultimi anni li avevano posti all’attenzione di tutti coloro che cercano sonorità industriali che sfiorano la techno. Per i meno attenti ricordiamo che Fredric Arbour è il fondatore della Cyclic Law.
Basterebbe quindi questo a farci capire che il progetto ha un background che ci impone un ascolto attento. Rispetto agli esordi Spectral rappresenta un passo avanti per il duo, che riesce ad ampliare la propria gamma sonora, esplorando territori alieni, ma decisamente meno intransigenti che in passato.
Resta la cupezza di fondo che li ha sempre caratterizzati, ma con questo album gli Stärker mostrano una maggiore profondità sonora, e un carattere che se appare meno dinamico, è in realtà molto più intenso di quello che si potrebbe pensare inizialmente. Un album evocativo, ricchissimo di frequenze che sublimano un approccio volto ad evidenziare un suono di insieme in cui i bassi gestiscono il tutto da una posizione di privilegio. Un album che guarda alla ritualità ma lo fa esaltando il proprio carattere multistratificato, attraverso pattern minimali che riflettono gusto e avanguardia. Nessuna concessione alla violenza fine a se stessa, ma solo la voglia di andare a sperimentare soluzioni sonore in grado di uscire dai canoni prestabiliti del genere.
Spectral è un disco che seduce anche chi non è solito flirtare con queste asperità acustiche, proprio grazie al suo smalto che lo allontana dagli eccessi, invitando l’ascoltatore a immergersi in queste nebbie sonore, in cerca di quella comfort zone in cui tutto diventa possibile, anche accorgersi che stiamo ascoltando lo stesso disco da molto più tempo di quello che pensavamo. Un disco che gioca sulle percezioni, stimolate con un intelligente crescendo costantemente a fuoco.










