:: acufeni 41 :: ovvero Primitive Man, Sainte Obyana du Froid, The Devil’s Trade, Tralalas e Zaratus. Cinque proposte tra loro distantissime, tutte comunque legate all’idea di trovare una dimensione propria, al momento, in parte, ancora incompleta, ma che guarda all’espressione di un sentimento isolazionista da cui partire per un domani diverso.
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Primitive Man :: Observance
Serve a poco introdurre i Primitive Man. Anzi, si rischia di cadere nel ridicolo. Si tratta di una realtà ormai più che affermata, e conosciuta, anche da chi mastica di rado un certo tipo di sonorità. La band di Denver è infatti attiva in ambito estremo da oltre un decennio. Da quel P//M, che, nel duemilatredici sancì il loro debutto ad oggi, abbiamo avuto modo di apprezzare il trio statunitense sotto molteplici vesti, tutte comunque riconducibili ad un disegno di insieme che ruota intorno ad un muro di suono incredibilmente opprimente. Ma i Primitive Man non sono solo questo. L’altro lato della medaglia infatti, racconta una band che mette gli aspetti etici prima ancora della musica.
Anche questo Observance, uscito da alcuni mesi per Relapse, oltre ad essere, come da copione, totalmente devastante, non perde occasione per ribadire quelli che sono i mali della nostra società, e lo fa senza risparmiare critiche feroci a ciò che stiamo vivendo, e come lo stiamo facendo.
I Primitive Man non offrono risposte, quelle starà a noi trovarle, si limitano a chiamare le cose con il loro nome, e questo, nel mondo che stiamo vivendo, per certi versi è già abbastanza. L’album è un concentrato di tristezza raccontato attraverso un approccio sonoro opprimente, in cui non è possibile scorgere un solo raggio di luce. Un disco in cui non esistono speranza e redenzione, e che risulta per certi versi quasi irritante.
Un disco che diventa un incubo da cui non sarà facile liberarsi, in cui i brani (tutti assestati sui dieci minuti di durata l’uno) raccontano uno scenario che colloca la band in uno stato di forma eccellente, in grado di coinvolgere totalmente la nostra attenzione. Non sappiamo se davvero di grandezza si tratta, o se siamo particolarmente recettivi a questo tipo di sollecitazioni in un contesto come quello che stiamo vivendo. Sta di fatto che sentiamo crescere in noi, durante l’ascolto, la voglia di specchiarci in un album che picchi realmente duro, che ci faccia male sul serio, e che ci aiuti a vedere ciò che gli altri continuano (volutamente) ad ignorare . Observance è un album che trasuda depressione senza la pretesa di inventare nulla. Esattamente ciò che ci aspettavamo, e di cui avevamo voglia.
Sainte Obyana du Froid :: The Purest Ending
Fino ad oggi avevamo inquadrato Hylgaryss come il tastierista dei francesi Dark Sanctuary, band di culto che negli anni non ha minimamente smarrito il proprio fascino oscuro. Lo riscopriamo oggi impegnato nell’ennesimo progetto collaterale, questi Sainte Obyana du Froid, in cui si occupa praticamente di tutti gli strumenti, tranne la voce, a cui è stata destinata tale Obyana, figura di cui non si conosce praticamente nulla. The Purest Ending è infatti il biglietto da visita con cui si presenta, accompagnando Hylgaryss in questo viaggio delirante, caratterizzato da tre brani che si assestano su una durata complessiva di quarantacinque minuti, equamente ripartiti.
Quello dei Sainte Obyana du Froid è un black metal atmosferico piuttosto essenziale (e per questo di nostro totale gradimento) caratterizzato da una freddezza glaciale che esalta tematiche come il suicido e il desiderio di compiere il gesto estremo in una simbiosi con la natura che possa sancire l’unione indissolubile tra l’uomo e la terra. il suicidio visto quindi, non come la conclusione, ma come l’inizio della comunione con la natura, e il distacco dal materialismo terreno che ci ha corroso il cuore portandoci a smarrire la nostra purezza iniziale.
Un disco che quindi rende quanto mai algida l’atmosfera con il suo tentativo (peraltro riuscitissimo) di rappresentare l’assenza di qualunque forma di calore umano, in una rappresentazione perfetta dell’incapacità di provare emozioni dell’umanità attuale, arida dentro e spenta fuori. The Purest Ending è un ottimo esempio di come si possa andare a creare un sound iconoclasticamente orientato ad un annichilimento pressoché totale, che risulti al tempo stesso spettralmente rituale e malinconico.
L’album è infatti costruito su tutta una serie di contrasti e contrapposizioni che permettono al disco di elevarsi ben al di sopra della media, e che guardano all’inverno dei sentimenti ancor prima che al manto nevoso individuato dalle liriche come il letto di morte ideale. Ai Sainte Obyana du Froid dobbiamo concedere tutto il nostro credito, non fosse altro che per la loro capacità di accendere il fuoco che abbiamo dentro e che ci dilania il cuore. Se il male arde nel nostro petto è infatti grazie a un disco come il loro, in cui ripetuti momenti dilatati accescono il pathos di un concept che si mantiene rigidamente adeso all’idea di insieme e che garantisce un’esperienza intrigante, magari non geniale, ma intelligentemente organizzata attraverso un approccio quasi solenne.
The Devil’s Trade :: Nincs Szennyezetlen Szép
The Devil’s Trade è il progetto solista di Dávid Makó, musicista ungherese che dopo un passato a cavallo tra lo sludge e l’hardcore ha scelto di cimentarsi con questo ibrido a metà tra il dark folk e il neofolk. Nincs Szennyezetlen Szép è il suo ultimo album, il secondo con la Pelagic Records, uscito sul finire dello scorso anno. Il quinto di una carriera che lo sta consacrando come una delle voci più interessanti in ambito neofolk europeo.
L’album mostra tutto il lato più atmosfericamente depresso di un progetto che si posiziona esattamente a metà strada tra la malinconia e la tensione impermanente. Al netto di queste definizioni che lasciano il tempo che trovano, Nincs Szennyezetlen Szép è un album emotivamente toccante che racconta come non esista nulla che non sia stato (o che possa venire) contaminato dall’oscurità e dalla morte.
Quella di Makó è una voce ossessionata che urla tutta la sua rabbia attraverso un rituale liberatorio e catartico che trasuda non solo dolore, ma anche e soprattutto una bellezza sopita. Un album che prova a esorcizzare la sofferenza di vivere, e il tormento di chi non trova pace dentro sè stesso. La malinconia della vita, radicatasi in noi attraverso una costante presenza del male che pare impossessarsi di tutto ciò che ci circonda, deriva da un approccio pessimista che rende il concept dell’album quasi tangibile grazie ad un sound diretto che martella pur senza scivolare nella cacofonia gratuita.
The Devil’s Trade è un progetto che arriva al suo primo decennale, celebrato con un album che cerca di mescolare il southern gothic statunitense con melodie tradizionali est europee. Nincs Szennyezetlen Szép (traducibile con “nessuna bellezza è pura”), in estrema sintesi, è un album monotematico ma decisamente multisfaccettato, intensissimo e cupo con cui celebriamo la sofferenza in funzione catartica.
Tralalas :: Ornament
Il musicista danese Morten Alsinger torna all’analogico in un percorso a ritroso rispetto alle atmosfere electropunk che avevano caratterizzato il suo passato più recente. E lo fa con Ornament, un album che sancisce il debutto della sua nuova incarnazione Tralalas. Un disco intimista che scava nel profondo del suo autore, grazie ad un approccio orientato verso un southern gothic statunitense, se non fosse che siamo a Copenaghen, in Danimarca e la temperatura è un tantino diversa, così come lo scenario. Un album sostanzialmente folk a cui Alsinger ha lavorato quasi da solo, che ce lo mostra sotto una veste inedita, ma molto più interessante rispetto ai suoi lavori con Vertical.
Un disco permeato di grande intensità lirica e calore, ma anche un disco che ha una forte connotazione dark e che mostra un progetto non ancora completamente a fuoco che cerca di spingersi (probabilmente errando) in troppe direzioni, finendo inevitabilmente per perdere la bussola. Il potenziale è tanto, ma altrettanto ampia é la percentuale di errore. Prendiamolo come un episodio pilota. Un buon episodio pilota sia chiaro. Ornament parte deciso, ma poi si perde per strada, finendo per diventare un esempio di come si costruisce un disco di successo, ma che lascia il tempo che trova, o meglio non arriva in profondità fermandosi al primo step, quello di risultare gradevole.
Probabilmente siamo noi ad essere troppo pretenziosi, o forse l’inizio del disco ci aveva fatto pensare ad uno sviluppo diverso. Forse c’è solo da accettare la proposta di Alsinger esattamente per quella che è in realtà, e cioè un disco che prometteva molto, ma che alla fine ha regalato molto meno di quello che ci aspettava. È comunque un disco che piacerà, e non poco, dato che ha tutto per attirare l’attenzione del pubblico.
Ma resta comunque uno di quei dischi che alla fine, dopo il primo ascolto dettato dalla curiosità e dall’entusiasmo per l’acquisto, finirà a prendere la polvere insieme a quelli che non venderemo per non dover ammettere il fallimento dell’acquisto.
Zaratus :: Those Who Dwell Beyond
Stefan Necroabyssios dei Varathron (ma anche Kawir, Funeral Storm, e Thyrathen) è la mente pensante che nel 2019 ha dato vita agli Zaratus, progetto con cui ha debuttato proprio sette anni fa con un EP omonimo, e che ha rinforzato nel 2020 con il primo album In The Days Of Whore. Sul finire del 2025 ha realizzato il seguito, Those Who Dwell Beyond, disco con cui ha continuato a marciare in direzione contraria rispetto al mondo musicale da dove proviene, e in cui ha passato gran parte della propria esistenza. In un tempo contemporaneo in cui la velocità che caratterizza ogni nostro approccio – non ultimo quello musicale – Stefan ha deciso di andare verso un rallentamento di quelle che sono le sue attività artistiche e non. Scelta che non possiamo che sposare, non fosse altro che per il fatto di poterci dedicare a fondo all’ascolto della musica, in modo da intraprendere un viaggio in profondità che possa guardare realmente alla scoperta dello spessore dei dischi che scegliamo di fare nostri.
L’album si caratterizza per una sorta di concept legato ad un black metal sinfonico piuttosto classico con spunti epic che guarda alla discesa negli inferi come idea di base. Niente di particolarmente innovativo quindi, ma si tratta comunque di un disco sostanzialmente fatto bene, che rispetta tutti i canoni del genere con perizia esecutiva e adesione ai dogmatismi. Un disco decisamente teatrale, che cerca, e spesso trova, l’enfasi in un contesto che guarda all’ atmosfericità più che all’intransigenza sonora fine a se stessa e iconoclastica senza grosse sbavature. Un disco per integralisti (quindi non per noi) che per quello che ci riguarda si lascia ascoltare con piacere, ma che alla fine non aggiunge nulla a quanto detto finora.
Ci sono dei momenti interessanti sparsi nelle varie tracce, ma sarà il tempo a dirci se resteranno episodi isolati, o se da lì germoglierà il futuro per il duo ellenico. Al momento Zaratus è un nome che, per forza di cose, è solo lontano parente di quelle realtà greche che hanno fatto la storia dell’estremismo musicale più oscuro e infernale. Il tentativo di sganciarsi dall’ingombrante peso dei Varathron c’è, vediamo se saranno in grado di diventare un qualcosa di rilievo.










