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Recensione : :: ACUFENI :: FASTIDI AURICOLARI CONTEMPORANEI #43

Human Leather, Kult Masek & Petr Vrba, Joanne Robertson, Leucotome e Rest Symbol

Human Leather, Kult Masek & Petr Vrba, Joanne Robertson, Leucotome e Rest Symbol. Cinque mondi completamente diversi in cui lasciarsi andare. Cinque modi di pensare la musica e il suono.

 

Human Leather :: Here Comes The Mind, There Goes The Body

Here Comes The Mind, There Goes The Body è il debutto discografico per gli Human Leather, duo britannico proveniente da Brighton, nel sud est dell’Inghilterra. I due si erano fatti notare diversi anni fa, con la pubblicazione autoprodotta di Succulent, 12″ uscito intorno al 2020, che raccoglieva i due split della band, Succulent e Getting to Spend Time in The Canoe. Amée Chanter (basso e voce) e Tom Close (batteria) non fanno mistero di sentire l’oppressione del mondo moderno, e ce lo gridano a gran voce, con un album che appare caotico, ma che con l’ascolto risulta invece perfettamente bilanciato, in grado di fomentare la nostra rabbia con un assalto feroce alle concessioni che quotidianamente facciamo all’oppressione del potere nei nostri confronti.

Il loro è un muro di suono inarrestabile, che ci schiaccia anche attraverso il delirante cantato di Amée che ci trascina in un girone infernale da cui non sembra esserci modo di uscire. Gli ideali del duo sono sostanzialmente sovrapponibili a quelli per cui ci battiamo anche noi, e cioè quelli figli di un approccio anarcopunk allo stigma sociale che ci castra l’esistenza.

Here Comes The Mind, There Goes The Body è un disco che rivela una grande varietà sonora, in cui le soluzioni pur restando concentrate sull’intransigenza e sulla pesantezza riescono a diversificarci consentendoci di apprezzare il disco in ogni sua componente. Il loro è un album che sentiamo di dover collocare in quel calderone a metà tra lo sludge e il noise rock che oggi va per la maggiore, soprattutto quando si tratta, come in questo caso, di band “monche”.

Quello che però realmente conta, quando si parla di Human Leather, è che la rabbia che li spinge viaggia sul quel piano anticapitalistico e anticonsumistico che spesso scordiamo di percorrere.


Kult Masek & Petr Vrba :: Fumarola

Abbiamo scoperto la Mappa Editions, etichetta slovacca, grazie alla recensione dell’album di Adam Badí Donoval nell’episodio #39 di :: acufeni :: e, da allora, non perdiamo occasione di guardare alle loro produzioni ogni qual volta se ne presenta l’occasione.

Oggi facciamo la conoscenza di Michael Nechvátal (qui in veste di Kult Masek), figura di spicco a livello sonoro, con Raw Deal e Jasnovidec, ma anche come master mind dell’etichetta hard core Stoned To Death Records. Fumarola è l’occasione per sperimentare ulteriormente il potenziale del proprio repertorio sonoro, incentrato sull’intrigante, e rituale ricerca a base di synth malinconicamente orientati verso la desolazione e l’isolazionismo, insieme a Petr Vrba, trombettista ceco, dedito alla sperimentazione e all’improvvisazione proprie della musica contemporanea più libera della Sound Art di Praga.

I due esplorano tutto il potenziale del suono, attraverso l’astrazione dello stesso, in un percorso che guarda alla densità del rumore, in un approccio oscuro che richiama dinamiche da soundtrack, ma che riesce a trovare, al tempo stesso, una dimensione propria distaccata dalla realtà terrena.

Fumarola è un viaggio che ci porta direttamente al centro della Boemia, nell’altopiano centrale della Repubblica Ceca, dove sopravvive un’enclave stanziata in un’area caratterizzata da insediamenti rurali organizzati in piccoli borghi, dove il tempo pare davvero essersi fermato ai secoli scorsi. Un mondo incantato che i due cercano di far rivivere e di portare ai nostri occhi e alle nostre orecchie, attraverso un album che racconta proprio questa terra abbandonata, un tempo regno di antiche civiltà, ora completamente scomparse. Attraverso un ibrido tra field recordings, synth e inserti di tromba, il duo crea una serie di litanie con cui riportano alla luce le tradizioni e i suoni di allora, prendendoli direttamente dalla quotidianità.

Litanie che si caratterizzano per il non voler mai esagerare, per non rompere la forza di quel silenzio continua a custodire segreti che forse non è ancora il tempo di rivelare. Disco complesso ma stimolante.

Joanne Robertson :: Blurrr

Joanne Robertson, cantautrice e pittrice inglese di Manchester, da anni vive a Glasgow nelle Lowland scozzesi.

È lì che ha trovato il proprio mondo ideale. Quello che le permette di realizzare album incredibilmente affascinanti come Blurrr, la sua ultima creazione uscita sul finire dello scorso anno, ma che solo oggi riusciamo a raccontare nel nostro spazio. L’album sancisce la sua decima uscita discografica dal duemilaotto ad oggi, la sesta come solista, la seconda con la AD93 Records di Londra. Blurrr è un album sognante e intimo, caratterizzato da un performance quasi sussurrata da parte di Joanne, che mette in risalto l’oscurità che permea i nostri pensieri.

Un album con cui si mette a nudo, invitandoci a fare altrettanto, provando a sposare la bellezza, attraverso un connubio con la dolcezza della solitudine. La sua è una rilettura delicata e appassionata del folk contemporaneo, in cui sono i silenzi, le pause, i riverberi, gli strumenti che predilige per fare breccia nel nostro intimo.

Joanne è un’artista multidisciplinare che non nasconde l’intenzione di guardare all’improvvisazione, individuandola come il motore essenziale delle sue manifestazioni artistiche, sia in ambito sonoro, che pittorico.

Blurrr è un disco sostanzialmente “mentale”, in cui il romanticismo dei brani guarda alla cura di quell’anima che abbiamo dilaniato troppe volte, e con troppa violenza. Costruito in maniera essenziale, intorno a voce, chitarra e violoncello, il disco ci permette di riscoprire la forza dirompente della delicatezza, e di riconciliarci con la nostra parte più interiore. Un album assolutamente prezioso, da ascoltare a fondo, ripetutamente, per coglierne ogni singolo aspetto, che ci aiuta a dimenticare concetti come tempo e spazio, elementi del tutto inutili in un mondo incantato come quello di Joanne Robertson.

Leucotome :: Leucotome

Le Leucotome sono un trio femminile di Manchester dedite ad un interessante crossover tra i suoni postindustriali e il mondo folk più classico, quello legato alle tradizioni locali britanniche. Il loro è un cerimoniale austero che sposa un approccio post punk a livello concettuale, e per certi versi anche estetico. Evelyn, Fionnuala e Meganm, che si dichiarano fieramente femministe, cercano di tradurre i sentimenti attuali attraverso la lente della storia, riprendendo cioè la cultura e il folklore locale della Gran Bretagna.

Il loro è un sound spoglio, a tratti sporco, ma sempre e comunque meritevole di attenzione proprio per il fatto di essere diretto, senza troppi abbellimenti.

Quella delle Leucotome è una teatralità che avevamo smarrito ma che torniamo a sentire come necessaria, per proiettarci all’indietro nel tempo, in cerca di quel raggio di sole che possa squarciare le tenebre che ci tengono prigionieri oggi. Il loro è un esordio sicuramente imperfetto, ma è proprio il fatto di non aver ancora dichiarato dove intendono portarci che fa delle tre un qualcosa a cui guardare con grande interesse.

Si definiscono “una setta folk industriale, precursore dell’era apocalittico – medievale”.

Al netto del reale significato delle loro parole, ciò che di veramente buono c’è nel loro esordio è il fatto che siamo alle prese con una demo tape, scelta di nicchia, in totale controtendenza, che non può che riportarci ai tempi andati, in cui tutto era vissuto con più leggerezza, ma soprattutto con più entusiasmo e con più sincerità. Cercando di dare un senso al proprio mondo il trio spiega anche come la scelta del nome sia ricaduta su Leucotome, il dispositivo medico utilizzato per eseguire lobotomie nel passato, per evidenziare il fatto che la band abbia un rapporto piuttosto intenso con la salute mentale. In proposito la stessa Evelyn ha dichiarato: “Non posso parlare per il resto della band, ma in passato ho avuto problemi di sanità mentale. Leggere di quante donne sono state lobotomizzate, meno di 50 anni fa, mi avrebbe fatto sentire una candidata ideale.

Mi ha terrorizzata perché avrei perso la mia personalità.”


Rest Symbol :: Rest Symbol

Album di debutto per i Rest Symbol, trio londinese improntato alla ricerca sonora in ambito elettronico. Il disco, originariamente uscito nel duemilaventitrè, nella sola veste CD, per la AN1MA, vede oggi la luce anche in vinile, con una traccia bonus, grazie a Brian Foote (Kranky Records) che proprio con Rest Symbol inaugura la sua avventura con la FO Records, la sua nuovissima etichetta. L’album mostra immediatamente il proprio impatto, grazie ad una produzione accurata che evidenzia tutto il potenziale sonoro del trio, caratterizzato da un sound moderno dal forte taglio cinematografico, che sposa un approccio di stamp fantascientifico.

Un disco che riesce ad adattarsi alla nostra esigenza di sperimentazione, e che ci porta ai limiti del cosmo, e dello spazio conosciuto, guidandoci attraverso distanze siderali e atmosfere fumose. Un autentico trip evocativo, di grande spessore artistico, che riesce a sublimare la nostra curiosità per tutto ciò che non riusciamo a razionalizzare in tempo reale.

I Rest Symbol sono una realtà che pare in grado di proiettare il proprio credo surrealista verso un futuro, e lo fanno grazie ad un disco caldissimo e intenso, che diventa ammaliante e dolcemente suadente, senza cadere mai di tono, restando pressoché sempre a fuoco, in ogni sua parte. Mentre fuori dalle nostre stanze spoglie piove da non ricordiamo più neanche quanto tempo, e la luce non riesce a illuminare nulla di ciò che ci circonda, Rest Symbol risuona nel silenzio, invitandoci a seguire il trio britannico nel suo percorso, costruito intorno a una rilettura dei canoni del downtempo, a metà strada tra l’avanguardia e l’ambient più raffinato.

Un album intimista e tristissimo, ma proprio per questo affascinante, oltre che di caratura notevole, che individuiamo adattissimo per tutte quelle menti paranoiche che cercano risposte anche (e forse soprattutto) laddove non ce ne sono.

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