Helvete’s Kitchen File

Helvete’s Kitchen File

Quando ero all’inizio di questa mia esperienza su IYE mi capitò di recensire un gruppo Garage Rock, tendente all’Hard Rock, di quelli che in formazione vantano nomi dai trascorsi musicali piuttosto considerevoli; ricordo che ne scrissi piuttosto bene ma, in fondo all’articolo, commisi un errore che poi, a pensarci bene, proprio errore non era:

scrissi che il risultato finale, da un punto di vista ovviamente sonoro, era un po’ troppo pulito dato il genere di riferimento.

Lì per lì niente di che: qualche cuore su Instagram, qualche pollice su facebook e null’altro. Dopo un po’ di tempo mi arriva un’email da parte del chitarrista del gruppo Garage Rock, tendente all’Hard Rock, dove, con toni comunque piuttosto cortesi, mi faceva notare che il disco in questione non poteva avere un SOUND troppo CLEAN poiché avevano registrato in LIVE TAKE dentro a degli STUDIOS di Amsterdam per poi registrare i SOLOS a L.A. e concludere il tutto con le VOCALS registrate non mi ricordo più dove ma sicuramente era una Città-metropoli-molto-grande-e-famosa-il-cui-nome-suscita-un-immediato-senso-di-inferiorità-in-chi-ascolta e, ANYWAY, il PRODUCER era il medesimo del RECORD precedente quindi che cazzo dicevo io che era troppo pulito?

A questo punto, e proprio alla luce di quanto esposto dall’amico fritz, pensai che ci avevo preso in pieno: era un disco dai suoni puliti per forza di cose.

i dischi ruvidi e galeotti si registrano in una serata, dentro un posto che non è uno studio ma una stanza insonorizzata alla bene e meglio, con una sola finestra affacciata su di un mondo grigio e senza spirito; al freddo o al caldo, tra ragnatele e sogni infranti, bottiglie di birra rovesciate al suolo, sporcizia, delirio, frammenti…

In ultima istanza, a fronte di quel suo linguaggio da rappresentante di cosmetici (alternare l’ italiano con termini specifici in inglese per simulare un alto livello di competenza o, se preferite, una piena padronanza di SKILLS e AWARENESS) preferii non rispondergli perché, detto brutalmente, quella mail mi aveva provocato più sbadigli che sensi di colpa per le mie, presunte, mancanze in sede di giudizio.

A pensarci bene, tuttavia, avrei potuto rispondere inviandogli due link Bandcamp con due dischi atti a dimostrargli che cosa vuol dire per me avere un suono ruvido, ferino e irruento.


THE DIRTS “II” 2022-Helvete’s Kitchen.



Per registrare questo secondo disco mi sa tanto che i Dirts non si son mossi dalla sala prove o, tutt’al più, devono aver fatto tutto in una sola presa (magari sovraincidendo solo la voce) in uno studio piccolo, una stanzina dove stavano a malapena in cinque e dove mancava l’aria, la luce e la speranza (la mancanza di speranza rende il Rock n’Roll ancora più umano e facile ad intercettare empatia).

Esigenza espressiva, furia esecutiva, rabbia inespressa e lasciata a tacere fin quando non si imbraccia uno strumento e si inizia a riversare le proprie frustrazioni in musica;

tutto questo ha il dovere intellettuale di essere sporco, affogato sotto quintali di suoni saturi, magari pure viziato da alcuni piccoli errori sfuggiti durante la registrazione e lasciati correre perché così tutto è più vero, più vivo, più sincero.

Reduci dall’esperienza negativa del loro primo, omonimo, debutto su vinile (il gruppo aspettò più di un anno prima che la fabbrica portasse a termine le stampe) a questo giro i Dirts prediligono la cassetta in qualità di supporto fisico: ancora più frastuono, perdizione, bassa risoluzione.

Il Lo-Fi è uno stile di vita, un raccontarsi in un mondo pieno di vicissitudini, intoppi, continui tentativi cui seguono continue delusioni e questo disco racconta molto, racconta tutto, senza censure né veli. Un Punk ‘n’Roll tra Saints, Pagans, Radio Birdman, Lazy Cowgirls ma anche, come verrà spontaneo pensare, Hellacopters, Puffball, Gluecifer e, perché no?, quei maledetti degli Anal Babes.

La rabbia disperata di Waste Of Time che si risolve negli assalti di They’re Talking e Don’t Think About It fino a diventare un mid tempo dai fraseggi in odore di tardi anni ’60 sotto l’egida del neo-nato Hard Rock in Mental Problem; e così via, lungo una retta che non è mai superficie liscia ma sempre e comunque ruvida, tra pezzi immediati, lancinanti, il cinismo di Go To Hell, la mestizia rabbiosa di Useless e il finale malinconico ma giammai rassegnato di All By Myself.

Nonostante il disco abbia riferimenti molto chiari, in realtà non è per niente ospitale in termini armonici: nessuna armonia amichevole, nessun ritornello da cantare, nessun amore da dimenticare, nessun appiglio cui donar fiducia; un odio serrato e spietato, senza soste intermedie o pause di riflessione:

qui si corre col rischio di farsi male e, quando ci si fa male, si continua imperterriti lasciando una scia di sangue e lacrime.

Qui l’unica cosa che conta non è salvarsi la vita ma rendere questa un’esperienza degna di essere raccontata, diffusa e compresa. I Dirts sono maestri di sopravvivenza, spirito combattivo e, in conseguenza a tutto questo, maledetto Rock n’Roll figlio di uno sciacallo e di un maniaco omicida; poesia da strada e prosa da galera, un connubio perfetto per generare note che, dal nastro, entrano nei cuori con la delicatezza di un coltellaccio da cucina.



CRIME WAVES “crime_waves”, 2022-Helvete’s Kitchen





A dire Synth Punk Rock n’Roll verrebbe quasi da pensare a un qualcosa di lindo, perfetto, dai SUONI UN PO’ TROPPO PULITI, ma purtroppo tra i primi a mettere insieme ritmiche ed armonie Punk ‘n’Roll con dei Synth in odore di Wave anni ’80 ci furono Aljcia Trout e Jay Lindsay coi loro Lost Sounds e quindi, no, il Synth Punk ‘n’Roll è tutto tranne che lindo, perfetto e dai SUONI UN PO’ TROPPO PULITI. A conferma di ciò ecco un altro necessario tassello dell’intera costruzione: i Crime Waves.

Se siete nuovi a tali pratiche vi consiglio di vivere la cosa in questi termini: siamo in un romanzo di fantascienza anni ’60 ambientato nel 2022 e già ci ritroviamo, quindi, in mezzo a macchine che volano, agglomerati urbani che sfidano le leggi della fisica, fabbriche che sostituiscono gli operai con macchinari ad alta tecnologia la cui accensione e manutenzione viene operata da ingegneri dell’automazione antipaticissimi e strapagati, robot come domestici di grassi capitalisti impossibilitati nel provare empatia verso coloro i quali vivono ai margini di questa società immaginifica (ma neanche troppo in fin dei conti): da questa sorta di lumpen proletariat si erge una banda di rocker sconsiderati (impossibile non pensare ad un futuro, alternativo o meno, dove non si pratichi il Rock n’Roll come forma di divertimento e di protesta) che si fa chiamare Crime Waves.

L’unica speranza per gli esclusi e i miserabili sono proprio loro e, grazie ad ascolti quali Pagans, Saints, Screamers, Suicide e la lettura di un testo proibito, “Inventare il futuro” di tali Srnicek e Williams (incredibile come l’autore del romanzo riesca a predire nomi di gruppi e titoli di saggi ed autori con un anticipo di per lo meno venti anni!!!):

alla rigidità routinaria del sistema vigente contrappongono la perdizione e la dissolutezza nei costumi appresa da dischi di Punk ‘n’Roll selvaggio e di Punk Rock generato da strani strumenti che ricordano i pianoforti ma che producono strani suoni ambientali e futuristici; in opposizione alla condizione di povertà ed abbandono cui son relegate le categorie marginali, propagandano l’appropriazione dei mezzi di produzione, la lotta incessante per un reddito universale e l’ideale della disoccupazione totale.

Ad una filosofia così è impossibile resistere, e i nostri Crime Waves raccolgono sempre più proseliti di giorno in giorno fino alla vittoria finale.

Per amare un gruppo come i Crime Waves, così come fu per quel tornado sonoro emesso dai Lost Sounds, occorre fantasia, proiezione, progettualità e salde radici piantate nella storia della musica di confine, di margine appunto.

I Crime Waves non scordano il passato (prova ne è la bellissima cover di “Boy Can I Dance Good?” dei Pagans che, oltre a farci cogliere la bontà delle loro origini musicali, pare anche servire come collegamento con l’iconico aforisma di Emma Goldman su danza e rivoluzione) e ne fanno base per divagazioni tra Kraut Rock e Synth Wave (ottima la prova del Synth, giri epocali e ipnotici dai quali è meraviglioso lasciarsi guidare e perdere).

Pezzi originali come Head on Fire , Nervous Wreck, No Reason 2 Live e il bellissimo e decadente finale di I Wanna Be Dead, sono prova di una già acquisita e ben strutturata maturità compositiva: pezzi perfetti nella loro bassa risoluzione e antemici nel loro non volerlo essere affatto: inni buoni sia per la festa che per la lotta.

Tutto questo con una presa diretta, pochi spicci e tante idee.

Ho scritto tutto questo non solo in tributo a Helvete’s Kitchen, etichetta indipendente che si è presa la briga di patrocinare e garantire per questi due favolosi dischi, ma anche per spiegare cosa sia davvero suonare, pensare e vivere a bassa risoluzione: un metodo, un approccio, una filosofia di vita che porta, per esasperazione, per mancanza di mezzi, per disperazione, a disegnare mondi, creare alternative, immaginare sempre qualcosa di differente e renderlo possibile con sforzo, improvvisazione e tantissima poesia. Basta poco per arrivare a tanto, alle volte anche niente.

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Luca Ottonelli. E’ nato a Genova nel 1969 e ho completato i primi studi artistici avendo come maestro di Figura G. Fasce.