Fanzine e altre storie

Fanzine e altre storie 1 - fanzine

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Se digitate su google la parola “fanzine” e cliccate sul link di wikipedia troverete questa definizione:

“Il termine inglese fanzine nasce dalla contrazione delle parole fan (da fanatic, appassionato) e magazine (rivista), e può essere tradotto in italiano come rivista amatoriale.

Indica quelle riviste realizzate da esperti o semplicemente appassionati di un particolare argomento, genere o fenomeno culturale (quali possono essere letteratura, musica, fumetto, cinema) e rivolte a un pubblico specifico di interessati.

Le fanzines circolano in genere gratuitamente o per un prezzo nominale, al fine di ammortizzare le spese di spedizione o di produzione.

Vengono spesso scambiate con pubblicazioni similari o date in cambio di contributi, articoli o commenti, pubblicati sulle stesse”

Ecco wikipedia giustamente ci dà questa definizione lineare, ma se dovessi dare io una definizione di fanzine userei pochi aggettivi:

“pop/cazzuta/irriverente/grezza/libera”

non credo vi serva sapere altro

tutti questi aggettivi racchiusi in un materiale alla portata di tutti, la carta, in un formato tascabile, facilmente nascondibile in zaini, nel sotto sella dei motorini, nelle mutande, insomma scegliete voi il luogo più adatto.

Sono secoli che rimugino sull’idea di farne una mia, ma come la maggior parte dei treni che mi partono nel cervello l’avevo accantonato nel cassetto, sbirciandolo ogni tanto, con una certa malinconia, fino a quest’anno, perché a giugno ho concluso la realizzazione della mia prima fanzine.

Ovviamente non è una fanzine nell’accezione più comune, legata cioè all’ambito musicale o politico della scena punk/hardcore.

Diciamo che in un certo modo ne riprende l’estetica (?) nel linguaggio fotografico (perché è una fanzine di foto) ma solo per un mio gusto personale di ricerca fotografica, la tematica ovviamente segue il filo dei miei lavori, la figura femminile e il nudo.

“Venus in Furs” è il titolo, forse banale (?), nessun collegamento con il romanzo di Leopold von Sacher-Masoch né con la canzone dei Velvet.

L’idea di base su cui ho sviluppato il progetto era fotografare la femminilità nella sua naturalezza, allo stato brado, come se la modella fosse un animale e io la visitatrice di un parco naturale, ne sono uscite 38 pagine totalmente in bianco e nero con 4 bellissime veneri al loro interno, il tutto stampato su della modestissima carta da copisteria e rilegata con ago e filo dalle mie manine sante.

Nel caso vi stiate chiedendo se ad oggi le fanzine hanno ancora senso, la mia risposta è sì.

Parlando della mia esperienza dal punto di vista della divulgazione della fotografia nel mondo dell’internet, direi che la stampa in generale riporta valore e unicità a immagini che altrimenti nel medium digitale perdono valore e significato a causa della fruizione che il medium digitale permette, il digitale svaluta mentre l’analogico (il manufatto cartaceo) ridona valore e concretezza a qualcosa che negli ultimi anni, causa anche i vari social e le trilioni di immagini che ci passano davanti ogni giorno, sta perdendo lentamente spessore.

Detto questo, siccome tutto questo pippone non mi bastava, ho fatto un paio di domande ad un mio amico, Nicola Albertin, che ha deciso di sua volontà di donare il fegato per la causa dell’editoria indipendente, per la precisione con A.alphabet (http://aalphabet.tictail.com/), con cui divulga fanzine fotografiche sia proprie che di altri fotografi

Az: Ciao Nicola, come sei entrato in contatto con il mondo delle fanzine?

N: La prima fanzine di cui ho sentito parlare è stata Coscia, il link riporta 1998 come data ma penso sia più corretto il 1988, dato che la trasmissione è andata in onda dal 1988 al 1989.

La TV non sempre fa male, basta sapere cosa guardare.

Sicuramente quella di un tempo era migliore di quella attuale.

– http://abantiquoreperta.blogspot.it/2007/11/coscia-n-1.html

– https://it.wikipedia.org/wiki/MegaSalviShow

A metà anni ’90, poi, erano l’unico mezzo di diffusione dei graffiti e io ne ero un gran collezionista.

Az: Cos’è che ti ha affascinato di questo medium?

N: E’ molto semplice, lo puoi toccare e lo puoi sfogliare.

Il fatto che sia molto semplice non deve portare a fraintendimenti, come molti molti fanno. Una fanzine può avere solamente otto, dodici o sedici pagine ma spesso mi perdo per delle ore a sfogliarla.

Io amo la carta.

Quando abbiamo fondato Aalphabet. (tra il 2006 e il 2007) e non c’era nulla noi lavoravamo sia con le classiche fanzine a punto metallico sia con il formato libro e la brossura. La scena (ora si chiama mercato) non era intasata di fanzine, libri e libretti curatissimi (ma anche no) a livello di contenitore ma tristissimi come contenuti.
Non ci siamo mai posti il problema della finitura.

Un prodotto valido lo è indipendentemente da come è stampato e da come è finito.
Quindi sorrido quando gente del settore fa queste distinzioni stupidissime – le stesse che fanno con la fotografia – per poi cambiare idea quando l’acqua inizia ad arrivare alla gola.

Dico “sorrido” ma dei grossi calci nei denti sarebbero meglio.

Az: Perché hai deciso di intraprendere la strada delle pubblicazioni indipendenti?

N: Le molle sono state due: la passione (che ho da sempre) e la noia.
Apro una parentesi: amo la fotografia e pur non considerandomi un fotografo al 100% scatto centinaia di fotografie ma detesto la maggior parte dei fotografi. Sono persone inutili e convinte sempre di essere indispensabili, egocentriche e noiose. Paolo, il mio ex socio, una volta rispose in una maniera molto più semplice e funzionale: a me i fotografi fanno cagare.

Az: Raccontaci in quattro righe sulla tua esperienza con Aalphabet.

N: Non è finita come speravo ma mi è servita moltissimo. Ora posso cavarmela in completa autonomia. Ed è da quando posso cavarmela in autonomia che praticamente Aalphabet. è in stato di morte apparente.

Due righe! Anzi tre!

Az: Pensi che sia ancora un mezzo di comunicazione valido nel 2017?

N: Penso di sì nonostante il mercato sia altamente saturo, essendosi ibridato con il più classico libro fotografico. Ed è un peccato perché in mezzo a tanta robaccia escono delle perle di rara bellezza. E’ una cosa bella e con costi relativamente bassi. Purtroppo, gli italiani – notoriamente convinti di essere esperti in tutto e quindi in grado di fare tutto e bene – e la moda hanno fatto il resto.

Il tempo come sempre sarà un giudice implacabile.

Diciamo anche che la fanzine fotografica in Italia non è mai stata capita e apprezzata. Da quando poi anche l’idraulico (che fa un mestiere più dignitoso e probabilmente ha cose più interessanti da dire dell’artista fotografo/artista noioso e annoiato) vuol fare il libro fotografico la fanzine è capita ancora meno. Non sono il filo refe e la sovra coperta in lino serigrafata a trasformare una serie di fotografie modaiole in un libro.

Adesso la moda è il libro fotografico, chi ha la coda di paglia se la faccia bruciare pure quanto vuole. Un bel testo applicabile a qualsiasi cosa – nel senso di talmente fumoso e onnicomprensivo che pubblicato su un libro di ricette di Suor Germana non stonerebbe affatto – ed ecco pronto un bel libro fotografico.

Se chi compra lo facesse con la sua testa, con il suo gusto e non con la testa di altri, le cose forse sarebbero migliori. Personalmente compro solo cose che mi piacciono, non cose che mi dovrebbero piacere o cose che altri sostengono siano indispensabili.
E dico ancora una cosa che è molto importante: purtroppo anche chi dovrebbe essere dalla nostra parte – parlo delle librerie specializzate e delle pseudo distribuzioni – spesso ci snobba in maniera clamorosa.

Andrea Boscardin di Rumore Nero un giorno mi disse che dovrebbero essere soprattutto queste realtà a dare spazio alle nostre cose. I libri degli editori di professione, di nicchia o meno, si trovano ovunque online. Le edizioni indipendenti prodotte da micro case editrici invece difficilmente sono acquistabili su Amazon o presso la grande distribuzione.

Aveva ed ha ragione.

Ho chiesto a Nicola di scegliere un brano

N: Lunedì mattina (17 luglio 2017) ero al bar a fare colazione con mia fratello e mia nipote e in radio hanno passato Cornutone de Gli Squallor. Solo la prima strofa e il ritornello naturalmente, il dj aveva paura della censura, ma è stato quasi commovente. In mezzo a tanti tormentoni spazzatura finto sudamericani una perla rara.

Ecco, Gli Squallor andrebbero studiati a scuola.

Squallor – Cornutone – https://www.youtube.com/watch?v=MA3OVz-dpzI

Squallor – Cornutone

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