“Il coraggio del pettirosso” di Maurizio Maggiani, edito da Feltrinelli
Figlio di un fornaio anarchico italiano emigrato ad Alessandria d’Egitto dopo la Seconda guerra mondiale, Saverio Pascale racconta la storia di Pascal – balivo di Carlomagno – che sogna ogni notte, come fosse un romanzo a puntate. Sullo sfondo di questo romanzo del 1995, la Storia: la vicenda degli Apuani e della loro guerra coi Romani, Ungaretti e il senso di tradimento dei “compagni” anarchici di Alessandria, la guerra del padre di Saverio e la Palestina di quegli anni.
Potrete leggere passaggi come questi:
Mio padre era (…) un giovane e aitante fornaio, e come tutti i fornai anche lui era un libertario, un anarchico. Perché tutti i fornai erano anarchici? Perché di notte c’è modo di avere più coraggio e più libertà, perché il pane è la misura della giustizia, perché l’acqua e il fuoco non fanno rumore e non confondono il cervello, e via discorrendo. E poi perché al suo paese lo erano in tanti. Non ne sapeva dire il motivo, ma era così.
Andò lassù sui monti del marmo che era poco dopo l’8 settembre del ’43 e ce lo tirarono giù molto dopo il 25 aprile del ’45. Era arruolato al battaglione Lucetti e c’è una canzone che dice: “… il battaglion Lucetti son libertari e nulla più, fedeli a Pietro Gori lor scenderanno giù” come a dire che sarebbero tornati dalle loro guerriglie solo per l’anarchia e niente di meno. Li andarono a prendere nel rigoglio dell’estate in parecchie centinaia tra carabinieri e badogliani riformati con tanta di quella catena da legarci il Monte Scurone. Altro che anarchia. Un po’ di galera e poi via, levarsi dai coglioni di corsa.
(…) cosa ne sapevo io dell’anarchia, del vero ideale, di socialismo e libertà? Figurarsi. Quand’ero bambino, mio padre mi parlava in un certo modo che a me l’anarchia sembrava qualcuno come una zia, una zia lontana e buona. Mi parlava di lei senza intenzione, senza voglia di spiegarmi e convincermi, anche quando ho avuto abbastanza cervello per capirci qualcosa. Gli bastava che io fossi e mi sentissi in qualche modo diverso dagli altri (…).
Zia Anarchia era lontana, ma i suoi benefici influssi mi avrebbero fatto migliore, più coraggioso e più bello, diverso dalla massa dei servi che non osavano alzare la testa.
La Via Romana ha segato in due le genti e ha separato un destino e lo ha reso singolare nei secoli dei secoli. (…) da una parte noi, i libertari dell’anarchia, i montanari col cuore grosso, i cavatori indomiti, i braccianti senza terra; dall’altra i fascisti, i contadini egoisti e grassi, gli avvocati dei padroni. E se non avevo provveduto io a farmene una ragione, ci pensavano i figli di quelli di là a ricordarmelo, a furia di sassi, di gragnuolate, di prendingiro. E anche se per passare la strada bastava fare otto passi – otto di numero – si sapeva che era un valico.
Io non avevo il mio dio come gli altri.
Le posso assicurare che conosciamo lei, i suoi amici, i suoi nemici, tutto quanto la riguarda, abbastanza bene per parlare a ragion veduta, e comportarci di conseguenza. Guardi che non ne facciamo una questione di idee. Ah, le idee sono una gran bella cosa, ci mancherebbe. Le dirò che se dovessi confessarmi, se dovessi dire proprio la verità, non escluderei di avere simpatie non troppo lontane dalle sue. Simpatie, si capisce, affinità di idee. Ma (…) io faccio il poliziotto, questa è la mia rovina. (…) Le idee, lei che è giovane, se le conservi. Le nutra e le difenda. Ma qui la faccenda è che dalle idee si passa ai fatti. E noi siamo al servizio dello stato perché certi fatti non accadano. Almeno quelli peggiori, se ci riusciamo.
(…) mi parlava della sua religione, ma non mi ha mai fatto alcun cenno alla sua fede, né ha mai cercato di approfondire il fatto che io fossi ateo o miscredente o che altro. Mi considerava uno svantaggiato, uno che deve fare più fatica a cavarsi d’impaccio con l’universo; così si è espresso l’unica volta che siamo entrati in argomento.
(…) in questi giorni ho cercato di aggiornare le mie conoscenze, superficiali purtroppo, sull’anarchia e alcune cose ad essa connesse. Mi ha sorpreso constatare che l’anarchia non è altro che Dio con qualche problema di identità. Voi occidentali siete maestri nel complicare le cose fino al punto di renderle inservibili. Ma l’anarchia non è troppo complicata, assomiglia a Dio. Gli assomiglia soprattutto nella sua qualità principale: è la vita che chiede conto agli uomini della morte, chiede a loro di rinunciare a ciò di cui pare non sappiano fare a meno. Anche lei poco intelligente, si affanna a tentar di ripulire l’umanità dal suo carico. Non ci riusciranno, non Dio e neppure l’anarchia. (…) Dio litiga con gli uomini da quando sono nati. Vorrebbe poterli fare candidi di innocenza e se li ritrova davanti rossi di sangue. Non è forse la stessa cosa che si ostina a sperare l’anarchia? Non fanno forse altro i suoi profeti che litigare con gli uomini? Bada, con gli oppressi non meno che con gli oppressori, con le vittime non meno che con i carnefici.
Dio e l’anarchia sono gli instancabili – e un po’ stupidi – progettisti di quella che voi anarchici chiamate La Futura Umanità. Un’idea piuttosto campata in aria, vista da quaggiù. Noi da molti secoli ci stiamo chiedendo se il nuovo mondo, al nostro Dio così invecchiato da tanti millenni di delusioni, potrà venirgli migliore di quello che ha creato negli anni della sua spensierata giovinezza. L’anarchia, se mai si deciderà, sarà al suo primo tentativo, ma già non si contano le imitazioni e i falsi. Non resta che augurarsi che almeno uno dei due ci riesca.
(…) sono passati i venditori di frittelle, di brache e di cervogia; a nugoli come folaghe (…) e non ci hanno visto e sono transitati oltre. Ritorneranno e ci vedranno; subiremo il tanfo delle loro zozze mercanzie? E loro appresso sono passate mille baldracche, che ebbre suonavano i loro zufoli inseguendo i venditori; torneranno e ci vedranno: dovremo subire le loro lusinghe? E sono passati innumeri in processione preti e vescovi e chierici, e cantando le lodi di domine Iddio inseguivano le baldracche; le loro mitrie splendevano d’oro e le loro croci d’argento erano brandite come forche, e i loro canti erano melodiosi. Torneranno e ci vedranno; dovremo patire le loro prediche e sopportare le loro forche?
(…) l’anarchia non smette mai di chiedere (…).
Marco Sommariva
https://www.marcosommariva.com










