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Recensione : :: ACUFENI :: FASTIDI AURICOLARI CONTEMPORANEI #40

Con Ildaruni, Martröð, Mellowdeath, Monograf e Murmur :: acufeni :: arriva al quarantesimo episodio.

Ildaruni, Martröð, Mellowdeath, Monograf e Murmur

Con Ildaruni, Martröð, Mellowdeath, Monograf e Murmur :: acufeni :: arriva al quarantesimo episodio. E lo fa cercando di trovare quei dettagli che non permettono ad album intensi e sentiti di elevarsi al rango di imperdibili. Cinque dischi che avrebbero potuto, ma… Cinque dischi che meritano però più di un ascolto, perché hanno un valore che solo il tempo rivela.

Ildaruni :: Divinum Sanguinem

Divinum Sanguinem segna il cambio di passo per gli Ildaruni, band armena che ha scelto di mettere (momentaneamente?) da parte le radici pagane vicine ad un certo tipo di folk black atmosferico, per andare ad abbracciare un sound totalmente crudo, e pienamente inserito in quei canoni black metal che fanno dell’aggressività il proprio marchio di fabbrica. In pratica, mentre tutti cercano di rallentare, loro fanno esattamente l’opposto, e aumentano l’intensità della propria proposta. L’album arriva a cinque anni di distanza dal loro debutto Beyond Unseen Gateways, uscito anch’esso per la svedese Black Lion Records.

Il disco guarda, come detto, al tentativo di costruire un nuovo modo di concepire il proprio approccio sonoro, grazie ad un’orchestralità di fondo che si sposa con un’elegante capacità di sublimare una resa sonora che sia realmente collettiva. Se il primo album mostrava grandi potenzialità, ma era ancora, per certi versi, acerbo, oggi gli Ildaruni possono vantarsi di aver raggiunto una maturità compositiva di prim’ordine.

Il quartetto di Yerevan mostra tutta una serie di ottime idee, sapientemente declinate attraverso un album davvero molto ispirato, caratterizzato da una coralità di fondo fatta di momenti tanto epici quanto atmosferici, in grado di dare del tu alla bellezza. Da un punto di vista concettuale Divinum Sanguinem ruota intorno al mitraismo (ovvero la religione misterica diffusa nell’Impero Romano tra il I e il IV secolo d.C., incentrata sul culto del dio Mitra, divinità di origine persiana, ma in questo caso, reinterpretato in chiave ellenistico-romana).

Un tributo che si può realizzare solo attraverso la sublimazione degli aspetti più occulti e pagani, gli unici in grado di sposare l’assalto sonoro della band armena. Nel momento in cui gli Ildaruni riusciranno a crearsi uno spazio ancora maggiore, attraverso una personalizzazione del suono, e dell’approccio, siamo certi che potremmo, anzi dovremmo, considerarli parte di quell’elité in ambio estremo che continua ad assotigliarsi, riducendo all’osso le proposte realmente interessanti e prive di cliché. Un disco a tratti stranziante che mescola aggressività, oscurità e abilità musicale.

 

Martröð :: Draumsýnir Eldsins

Quella dei Martröð è una realtà che negli anni ha vissuto intensi cambiamenti, soprattutto a livello di line-up. Tra il primo e il secondo album sono intercorsi ben nove anni, in cui la formazione è stata più volte stravolta, fino alla versione attuale che ha registrato questo Draumsýnir Eldsins di cui vi parliamo oggi, ridotta a soli due membri ufficiali, vale a dire lo statunitense Alex Poole e l’islandese Hafsteinn Viðar Lyngdal.

Quattro brani soltanto, per un totale di circa trentasette minuti, che trasportano l’ascoltatore in un viaggio spettrale caratterizzato da una dissonanza dai toni esoterici che esalta un approccio schizofrenico che impone immediatamente un ritmo sostenuto non appena ci azzardiamo a premere play sul lettore. I Martröð hanno scelto di orchestrare il proprio album di ritorno dopo quasi una decade di assenza secondo un pattern di violenza e aggressività che si prende la maggior parte della scena. Non mancano però momenti più catartici che, se da un lato spezzano il respiro angosciantemente soffocato che ci stava costringendo alla resa, dall’altro vanno ad impreziosire la resa complessiva, in un gioco di alternanze che suonano costantemente coerenti con il progetto complessivo, che per quanto intricato, riesce a mostrarsi sufficientemente fluido. Se l’album è inquadrabile come un tornado che travolge qualunque cosa si presenti sul suo percorso, da un punto di vista concettuale il disco è da inserire in quel filone che guarda l’occultismo attraverso una ricerca del concetto di caos e di oscurità.

Complessivamente possiamo pensare al rientro in pista dei Martröð come a un nuovo punto di partenza caratterizzato da una proposta qualitativamente elevata, che lascia trasparire ottime prospettive per il futuro più prossimo.

Se la band riuscirà a mantenere costante la tensione e la claustrofobia con cui ha colorato di un nero intensissimo il suo album, possiamo essere portati a guardare ai Martröð come a una di quelle realtà in grado di sfornare album davvero terrificanti da cui non sarà facile alienare la nostra dipendenza. Peccato che non diano altrettanta attenzione alla componente visiva. La copertina dell’album è infatti una delle più adolescenziali e scontate che ci sia capitato di vedere. E quindi inaccettabile.

Mellowdeath :: Mellowdeath

I Mellowdeath sono un duo tedesco tutto femminile che vive e opera in una zona che possiamo individuare all’incirca nel tratto che separa Berlino e Bielefeld. Il loro esordio è datato 2018. anno in cui hanno pubblicato Deadly Stares, il loro primo EP autoprodotto. Oggi a distanza di sette anni arriva il debutto discografico vero e proprio con l’album omonimo uscito per la Cruel Nature Records di Newcastle, UK. Il disco cattura immediatamente la nostra attenzione grazie ad una vena sperimentale incisiva intorno a cui il duo composto da Sara Niedorf e Isabel Merten ha costruito i brani. La sperimentazione come autentica ragione di vita, potremmo essere portati a pensare. Le due infatti è proprio attraverso la ricerca sonora che provano a stravolgere il concetto di musica, per come siamo solitamente abituati a intenderlo. Se dal vivo ripropongono per quanto possibile la formazione originale in duo, su disco Sara e Isabel hanno aperto le porte dello studio a tutta una serie di ospiti che hanno garantito (e permesso) un allargamento della gamma sonora a disposizione con contributi quali violoncello, trombone, synth, chitarra e theremin.

Quello che per molti è il loro punto di forza, per noi assume e determina l’effetto esattamente opposto. Vale a dire la facilità della fruibilità del disco. L’album scorre infatti molto lineare, senza scossoni e senza dinamiche che possano risultare particolarmente ostiche. Ed è proprio qui che individuiamo il limite. L’album infatti non deflagra praticamente mai. Non sbalordisce, non colpisce duramente togliendo il respiro, in un crescendo di dissonanze.

Resta cioè allineato alla falsa riga iniziale senza grossi scossoni. Non fraintendeteci però, non si tratta di un disco da lasciar perdere, anzi. Il fatto è che non fa abbastaza male, o meglio non ci regala tutto il male (necessario) di cui abbiamo bisogno.

Peccato, perché avessero avuto quel colpo di genio che hanno lasciato per strada, le due avrebbero realizzato un album coi controcazzi, che resta però, soltanto un buon disco, eseguito in modo egregio, ma troppo scolastico, senza quelle sbavature e quelle storture che avrebbero garantito un cambio di passo tanto isterico quanto necessario.

Monograf :: Occultation

I norvegesi Monograf sono una realtà variegata decisamente interessante di cui non avevamo mai sentito parlare, ma che ha conquistato la nostra attenzione, grazie ad un approccio che cerca di non lasciare punti di riferimento, che colpisce proprio per il fatto di riuscire a metterci nella condizione di non sapere che cosa aspettarci dall’ascolto.

La prima certezza che facciamo nostra è che non si tratta di una band che guarda alla cacofonia come cardine del proprio pensiero sonoro. E questo è decisamente un ottimo punto di partenza per Occultation album che arriva a sei anni dal debutto, e che sancisce il passaggio dalla Throne Of Bone Recordings alla Overhead Productions (sottoetichetta della Nordic Mission). Il quintetto norvegese si caratterizza per il suo background variegato che permette alla band di aumentare la propria cifra stilistica, portandoli in una collocazione avulsa da qualunque logica di dogmatismo sonoro.

Come gran parte delle realtà scandinave, anche loro non hanno avuto dubbi nel momento in cui si è palesata l’opportunità di inserire strumenti tradizionali che potessero aprire nuove soluzioni sonore. C’è una grande alchimia tra le varie anime della band, e di conseguenza anche tra i brani che compongono il disco. Il progressive nordico è sicuramente una della fonti di ispirazioni maggiori per la band, che però riesce a tributarlo senza eccedere in leziosismi, finendo per annoiare o dilungarsi. Una band che mostra cioè di aver imparato la lezione. E mette in pratica gli insegnamenti. Quello dei Monograf è un sound melodico, ma triste e intenso allo stesso tempo, che cerca d suonare pensante, ma con delicata armonia, passando da un’atmosfera all’altra in un modo quasi inevitabile, secondo un ordine naturale.

Un disco per certi versi ipnotico, che cerca a suo modo di rincorrere la bellezza, ma solo a determinate regole, le proprie. Un disco che racconta il distacco dalle nostre radici, e che riflette sulla condizione umana contemporanea. Un album complesso e multistratificato in cui regna, tra le altre, la malinconia dei giorni più bui di un inverno eterno, caratterizzata da un tono austero che sfocia in momenti di calma apparente e grande impatto emotivo. Serviranno diversi e ripetuti ascolto per farlo vostro, ma tanto non avete niente di importante a cui dedicare le vostre giornate, di che vi preoccupate?

Murmur :: Red Hill

I Murmur hanno chiuso il duemilaventicinque con la pubblicazione di Red Hill, EP che ce li consegna in uno stato di forma che li vede intenti a proseguire in quella che è la falsa riga a cui ci avevano abituato con il precedente Pvtrefactio, uscito tre anni fa. La band madrilena ha scelto di continuare con l’autoproduzione, in modo da poter gestire in completa autonomia ogni singolo dettaglio della propria idea di musica. Red Hill va a sondare in profondità gli aspetti sociali odierni, ma con un approccio che introduce elementi filosofici legati a tematiche occulte e rituali. Il risultato è quindi un EP ricchissimo di misticismo, che cerca di sovvertire l’ordine, e ripristinare il corso delle cose, eliminando l’oblio calato sulla nostra storia, e in particolare sulla dittatura franchista benedetta dalla Chiesa.Un disco politico a tutti gli effetti, con cui ribadire quella che è la posizione della band in ambito sociopolitico e storico. Composto di tre momenti separati che sfiorano i trenta minuti complessivi, il disco non fa mistero di puntare tutto su un’intensa atmosfera decadente, che permette alla band di creare un ponte con quel passato che è bene tenere a mente, e non dimenticare, soprattutto oggi.

Il loro è quindi da leggere come un memoriale storico ricco di simbolismi più o meno espliciti, che deve fungere da monito per il futuro. Da un punto di vista strettamente musicale Red Hill cerca di esaltare la dissonanza individuandola come elemento fondante di una rincorsa verso l’annientamento acustico, che guarda al black metal come al mezzo e non più come il fine ultimo. Il sound dei Murmur (conosciuti in patria anche come Murmur Xatafi) intriso di una venatura intimista che guarda all’anima e alla sua dilaniante condanna, è orchestrato dal quintetto spagnolo con la naturalezza di chi dimostra di essere pienamente padrone dei propri mezzi. Un disco che lascia trasparire una maestosità, che oltre a rasentare l’epicità cerca, di diventare inappellabile come il giudizio della storia.

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