Ten Years After: I maestri del blues rock britannico
I Ten Years After nascono a Nottingham nei primi anni ’60, passando per un paio di nomi (The Atomites, poi Ivan Jay and the Jaymen, poi The Jaybirds) prima di trasferirsi a Londra e firmare con Chris Wright, che li lancia nel circuito dei club della capitale con il nome definitivo — un omaggio, pare, al decennio trascorso dalla nascita del rock’n’roll nel 1956.
Gli inizi nella scena blues britannica
L'ascesa al successo: Woodstock e gli album iconici
Il contratto con la Deram Records porta ai primi due dischi, l’omonimo e “Undead” (quest’ultimo dal vivo, il modo migliore per capire cosa fossero davvero sul palco). Con Stonedhenge affinano il loro blues psichedelico, ma è a Woodstock nel 1969, con l’esecuzione di “I’m Going Home”, che diventano un nome noto su scala internazionale.
Seguono “Cricklewood Green” (con “Love Like a Man”) e poi “A Space in Time”, da cui arriva “I’d Love to Change the World” — probabilmente il loro brano più conosciuto fuori dal circuito dei fan storici. “Hear Me Calling” e altri pezzi hanno tenuto viva l’eredità sonora della band negli anni.
Lo stile musicale dei Ten Years After
Al centro di tutto c’è la chitarra di Alvin Lee: veloce, quasi ossessiva nella velocità di esecuzione, capace di assoli che sembrano dilatare il tempo. L’organo Hammond e una sezione ritmica solida completano il suono. Rispetto ai contemporanei — meno astratti di Hendrix, più diretti dei Fleetwood Mac dell’era Peter Green — i Ten Years After restano un blues rock condotto quasi sempre al limite.
Lo scioglimento e le reunion
Si sciolgono nel 1974. Alvin Lee prosegue da solista (arrivando a collaborare con George Harrison), Chick Churchill si sposta verso le colonne sonore. Ci sono state reunion negli anni ’80 e ’90, e un ricambio più stabile dal 2003 con Joe Gooch alla voce e chitarra (fino al 2014) e oggi con Marcus Bonfanti e Colin Hodgkinson, accanto ai membri storici Ric Lee e Chick Churchill.
L'eredità dei Ten Years After
Il loro modo di portare l’improvvisazione blues-rock a un pubblico di massa — a partire da quella esibizione a Woodstock nel ’69 — resta un riferimento citato ancora oggi da chitarristi come Joe Bonamassa e Gary Clark Jr., che indicano spesso Alvin Lee tra le loro principali influenze di stile e tecnica.
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