Spostare l’orizzonte di Eugenio Finardi e Antonio G. D’Errico

Spostare l’orizzonte di Eugenio Finardi e Antonio G. D’Errico

Spostare l’orizzonte di Eugenio Finardi e Antonio G. D’Errico

Spostare l’orizzonte di Eugenio Finardi e Antonio G. D’Errico

Spostare l’orizzonte di Eugenio Finardi e Antonio G. D’Errico

LIBERI di LEGGERE

 “Spostare l’orizzonte” di Eugenio Finardi e Antonio G. D’Errico, edito da Rizzoli

 In questo libro Eugenio Finardi ripercorre insieme ad Antonio G. D’Errico la sua carriera musicale. E dimostra come si possa mantenere una propria rotta interiore anche nel turbolento mare del presente, obbedendo al comando del cantante e poeta russo Vysotsky: “Trova il punto estremo e sappilo varcare e vedi di spostare l’orizzonte”.

Potrete leggere passaggi come questi:

 

  • La mia generazione, al contrario di quella di mio padre, è venuta su nel dopoguerra, in un’epoca dominata dalla grande paura dell’atomica e dell’autoritarismo di destra, il fascismo, il nazismo. Per reazione abbiamo idealizzato le masse, l’internazionalismo, il proletariato, senza renderci conto che già allora si stava profilando una minaccia ancora più pericolosa: un’aria di dittatura plebea, populista, che si respira oggi in ogni atteggiamento-evento di massa, non solo in politica ma anche nel calcio, nella musica, nella comunicazione. C’è una sorta di esaltazione collettiva che stravolge completamente il senso reale, profondo, delle cose. Come se il senso fondamentale di una questione fosse irrilevante: prima ti chiedono da che parte stai e poi da lì deducono il resto.
  • Spesso la mia rabbia è passione per la verità, una ribellione di fondo che si realizza nel rifiuto di ogni luogo comune. Sembra che si sia persa collettivamente la capacità critica, e che le cose diventino vere solo perché vengono spacciate come tali da un’industria della persuasione di massa. A ogni livello, in ogni ambito, si ritiene giusto solamente il giudizio che si è imposto ed è stato accettato come il migliore, senza nessuna verifica e analisi della realtà: dalla musica all’arte, dalle cose del vivere quotidiano a quelle più elevate, non c’è verità che non sia in odore di impostura.
  • Come in tutte le rivoluzioni, prima partono gli artisti, i sognatori, gli utopisti; poi arrivano gli esaltati, i facinorosi, i violenti… Alla fine i furbi.
  • (…) per i giapponesi il sentimento più elevato non è la felicità, che dura un attimo, ma la malinconia consapevole. L’accettazione dell’impermanenza…
  • (…) so per certo che Gaber è un maestro. L’ho rivisto ultimamente in dvd e mi sento di poter dire che era un grande illuminista, un vero libertario. Era uno che aveva visto l’Italia di oggi già trent’anni fa. Era un animo magnifico che aveva un grande affetto per l’utopia di sinistra; ma sapeva che non era nell’uomo la maturità sufficiente per questo tipo di ideale sociale e umano. Era un caldo e affettuoso disincantato, e cantava – lontano da ogni cinismo, perché non era cinico – le cose per quelle che sono al di là del tempo e delle mode. Se lo ascolti oggi hai la sensazione che stia parlando di questi giorni.
  • (…) direi che sono anarchico, nel senso che credo che il potere corrompa l’anima di chiunque lo detenga: bisogna essere uomini straordinari per resistere alle sue blandizie. Io ho avuto modo di vedere da vicino e conoscere uomini di potere e, in linea di massima, non mi sono sembrate persone all’altezza. Ci sono eccezioni chiaramente, ma ho conosciuto persone migliori in altri campi. Per questo idealmente ognuno dovrebbe essere giudice e custode di se stesso. Anarchia appunto. Ma questo presupporrebbe una onestà intellettuale ed emotiva assoluta. Un’utopia, per com’è l’umanità adesso…
  • (…) ventotto milioni di italiani sono funzionalmente analfabeti, come ha ribadito Andrea Camilleri tempo fa. Non so se sia vero ma mi sembra plausibile. Cioè, sanno leggere e scrivere ma non sono in grado di capire un articolo di giornale, di leggere un editoriale e coglierne il senso.
  • Il senso è nelle cose semplici (…). Infatti i cinesi, per maledire qualcuno gli auguravano di vivere in tempi interessanti, che potrebbe essere anche tradotto “di avere una vita interessante”… È una maledizione in quanto la vera felicità è poter condurre una vita semplice. In altri termini, il senso è nella bellezza della vita semplice, che è accordo e armonia con tutte le cose, senza desiderarle, senza volerle possedere, violare, offendere.
  • Tutte quelle definizioni del tipo: “Il Buon Pastore, il Signore, il gregge”… Io non penso di appartenere a un gregge, e non capisco come esseri dotati di intelligenza possano accettare di essere rappresentati da un’immagine così eccessiva e squalificante.
  • In realtà, la mia mancanza di fede, il mio non credere, il mio essere anarchico illuminista, non è voglia di vivere in assenza di regole, ma è una ricerca di maggior consapevolezza e responsabilità, che porti ogni essere umano a essere severo arbitro di se stesso. Io voglio una società senza polizia, senza carabinieri, ma perché nessuno ruba, nessuno si scaglia contro un altro, nessuno si approfitta dello spazio o di un bene che non è suo. Auspico una società senza Autorità ma perché ognuno ha il senso dell’autorevolezza dentro di sé, perché dentro di sé ha costantemente accesa la spia di ciò che è giusto e di ciò che è un abuso e una pretesa.

 

Nella premessa del libro, Finardi scrive: “Chiacchierando un giorno con Michele Serra, ho fatto una considerazione scherzosa: siamo come quelle strane formazioni a colonna che si trovano in Arizona.

Un tempo eravamo parte di un altopiano di sogni e valori condivisi da molti, quasi tutti, al punto che alcuni di noi vi hanno messo sopra una roccia di etica e di coerenza per consolidarli. Quando sono arrivate le piogge del disincanto, le sferzate del qualunquismo, le tentazioni dell’avidità, l’altopiano si è sfaldato.

Ma chi aveva messo una solida pietra sopra di sé si è eroso meno e ora si ritrova a essere, anche se involontariamente, un pilastro nel deserto”.

Marco Sommariva

 

 

 

 

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