Shabda – Pharmakon Pharmakos

Shabda – Pharmakon Pharmakos 1 - fanzine

Shabda – Pharmakon Pharmakos

In ogni discussione devono essere poste delle premesse, quindi poniamo le nostre.
Tutta la musica è politica, nel senso proprio della parola, ovvero cosa della città, cosa pubblica.

Quando si produce un’opera e la si rilascia nel mare magnum essa diventa quindi pubblica, di tutti.
La musica degli Shabda è maggiormente politica perché illustra delle cose, non è mero intrattenimento, con l’unico scopo di farci passare del tempo piacevole, ma tenta di far nascere dentro di noi qualcosa. In questo caso i canavesani tentano di farci trovare una cura a noi stessi.
Il discorso, logos, di questo disco è enorme, smuove argomenti enciclopedici ma anche assai semplici.
Gli Shabda provano a darci un pharmakon, uno strumento attraverso il quale noi possiamo curare le nostre ferite, ma il farmaco può essere anche negativo, inquinando le nostre dimensioni più sottili.
La musica degli Shabda è perfettamente geometrica rispetto alla loro poetica, risolvendo una grossa frattura. Essi uniscono l’Occidente all’Oriente senza taglaire nulla. Gli Shabda non ti richiedono di aderire a qualcosa ripudiando il sistema precedente, ma provano, riuscendovi, a creare un ponte fra le due culture.
L’Occidente ha una tradizione imponente ed importante, che è stata dimenticata, poiché abbiamo deciso volontariamente di affidarci al magus, alla tecnologia, che diventa magia, senza che noi riusciamo a capire il perché, ma solo chiedendo il come.
Nel primo dei due pezzi da venti minuti l’uno che compongono l’album ed intitolato Pharmakon, si hanno dodici e più minuti di musica tradizionale orientale, poi si inserisce la distorsione occidentale diventando qualcosa di noise, quasi sludge, sicuramente un unicum.
Se noi occidentali abbiamo il noise, il metal ed altro, due domande dovremmo farcele, ma in senso positivo. Non si deve buttare via nulla, ma riscoprire il tutto e ricondurlo all’Uno, discorso molto difficile, poiché ci mancano gli strumenti per poter ricomporre la nostra realtà.
Gli Shabda mettono in musica un discorso di tripartizione dell’essere, di comunione fra fratelli, di comprensione dell’importanza dell’altro da noi.
Cose molto difficili da descrivere in una recensione, ma che finalmente sfatano anche il mito della recensione, la musica la dovete capire da voi, noi possiamo soltanto segnalare un qualcosa.
La seconda traccia, Pharmakos, è un altro discorso.
I greci antichi la sapevano lunga, poiché nutrivano e facevano crescere una persona o più persone molto brutte e ripugnanti e poi le scacciavano o le sacrificavano, esorcizzando così la paura della comunità. Questa creazione antica del folk devil è forse una derivazione diretta del sacrificio umano, del dovere del tributo, ma è una cosa che si compire ancora oggi in maniera ancora più complessa, basti pensare ai rom, o gli immigrati. Gli Shabda mettono in musica l’angoscia di questa persona, la consapevolezza di essere rifiutati, ma anche il compito di essere un involontario salvatore. Il concetto che qualcosa si debba sacrificare bisogna riportarlo anche nel nostro piccolo, ovvero nella necessità di bruciare qualcosa di nostro, operazione assai dolorosa, ma necessaria e che provoca fratture, e siamo tornati al discorso del pharmakon.
Ogni nostra decisione ci fa seguire una via, ma dobbiamo essere convinti di quella via, e dobbiamo sentirla coi sensi e con lo spirito, come la fantastica musica degli Shabda.
Un disco che è molto più di un disco, ed è enormemente prezioso.
In più per ogni copia venduta il dieci percento andrà alle popolazioni del Nepal colpite dal terremoto.

Tracklist:
1. Pharmakon
2. Pharamkos

Line-up:
Marco Castagnetto
Riccardo Fassone
Anna Airoldi

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