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Recensione : SENZABENZA – PUNK POP DILEMMA

SENZABENZA – PUNK POP DILEMMA

A quattro anni di distanza dal loro ultimo studio album, “Godzilla Kiss!“, tornano i veterani Senzabenza, punk rock band di Latina attiva dal 1989, una tra le principali protagoniste di quella stagione del rock ‘n’ roll italiano (anni Novanta-inizio anni Duemila) nota come scena “flower-punk”, movimento musicale che si nutriva dell’entusiasmo giovanile di uno stuolo di gruppi punk tricolori (oltre ai nostri, ricordiamo anche Paolino Paperino Band, i Punkreas, i Derozer, Bom Prò, Porno Riviste, Moravagine, Persiana Jones, Peter Punk, gli Impossibili, i Fichissimi, Latte+ e altri) che proponevano una versione aggiornata del punk rock ’77 (e dei Ramones in particolare) soffermandosi e calcando la mano soprattutto sul suo lato più goliardico, ludico e “disimpegnato” (specialmente a livello lirico, con testi delle canzoni che toccavano temi prevalentemente adolescenziali) quasi totalmente scevro dalla invettiva politica e dalla rabbia sociale che permeava sia il primo punk inglese, sia le successive scene hardcore punk angloamericane e italiane degli anni Ottanta, se non una concessione per il gusto dello sberleffo e di una leggera satira di costume, ma sotto i decibel della baldoria alcoolica e dell’irriverenza giovinastra aveva a suo modo una valenza sociale rivestita dal fatto di essere comunque un fenomeno aggregativo (seppur su piccola scala e rifiutando il contesto della “sacralità” da tribù che contraddistingueva la precedente scena punk/hardcore, per la quale l’unità di intenti del movimento punx era fondamentale) agendo come collante tra le varie realtà provinciali che avevano (e hanno ancora) la loro micro-scena punk e grazie alla fanzine, alle minuscole amatoriali etichette indipendenti e ai concerti (basati sul divertimento collettivo, sulla partecipazione attiva del pubblico, sul suonare per combattere le banalità e la noia della vita quotidiana e fiumi di alcool, veri motori del microcosmo flower-punk) entravano in contatto con le band e si scambiavano informazioni e materiale con altre realtà italiane, tutto questo poco prima dell’avvento totalizzante (e spesso destabilizzante) di internet e del mondo dei social network.

Giovani che imbracciavano strumenti senza pretendere il vezzo di essere chiamati “musicisti”, che durante i concerti cazzeggiavano insieme al pubblico e, nella stragrande maggioranza dei casi, non si atteggiavano a rockstar, non se la tiravano, perché erano “losers” ai quali non è mai fregato un cazzo di diventare “famosi”, di “sfondare” nel mondo della musica, di “arrivare” e di “farcela”, né è mai interessato diventare “professionisti” e campare grazie alla musica, agivano al di fuori del mainstream, creando un mondo alternativo che se ne sbatteva delle regole del mercato discografico. Austosostentamento, autoproduzione e non prendersi troppo sul serio. Queste erano le caratteteristiche della scena, le stesse che non hanno abbandonato l’essenza dei Senzabenza (perdonate la rima) che ancora oggi, con oltre tre decenni di percorso, “suonando forte e veloce“, non sono mai scesi a compromessi e hanno tirato dritto, andando avanti per la propria strada fatta di tante date in giro per lo Stivale e per l’Europa, chilometri, sudore, militanza, chitarre, cantine e garage come sale-prove, attitudine, sempre coi Clash e i Ramones nelle corde e nel cuore (ma senza dimenticare gli amati australiani Hard-Ons).

Col passare degli anni, però, il songwriting dei Senzabenza, un po’ come il buon vino, è notevolmente migliorato, arricchendosi di nuove soluzioni che vanno a rendere più varia la loro formula che, a riprendere il titolo-dilemma del long playing, ha sempre oscillato tra il punk rock di matrice ramonesiana (non dimentichiamoci che il loro terzo Lp nel 1996, “Deluxe – How To Make Money With Punkrock“, fu mixato nientemeno che da Joey Ramone e Daniel Rey) e (power) pop intriso di fresche ed efficaci melodie. “Punk Pop Dilemma” è il disco con cui il quintetto laziale celebra i trenta anni di avventura musicale, non discostandosi molto dai precedenti “Godzilla Kiss!” e “Pop From Hell” come coordinate soniche, corroborate dall’innesto in pianta stabile delle tastiere suonate da Daniele Nonne, che rivestono ormai un ruolo da protagonista, affiancate al consueto lavoro alle chitarre da parte del frontman Nando Ferdinandi e Giuseppe “Sebi” Filigi, sorrette dalla sezione ritmica formata dal batterista Max Bergo e dal bassista Jacopo “Paco” De Pinto.

Il full length si apre con un side A che incarna decisamente l’anima “punk” dell’opera, con brani come il duo iniziale “The lady from the shop” e “Whiskey and sorrow” a garantire l’immancabile approccio ritmico rapido ed elettrico tipico della band, che si riconferma scattante e fedele alla linea della sua natura punk/pop anche nelle successive “Monkey on my back” e “Still loving you“,  alle quali seguono “Foolish heart” e  “Money, drugs e girls” che, con i suoi fragori fritti in umori ska chiude il primo segmento sonoro “classico”, condito da ciò che ci si aspetterebbe sempre da un disco dei Senzabenza. Ma dalla settima traccia del lotto, “The Lucky Winner“, il gruppo inizia a sperimentare e a provare diverse soluzioni, inaugurando l’anima “pop” dell’Lp, che vede emergere la passione dei nostri per canovacci melodici Beatlesiani (come quello elaborato nel pezzo “For Sweet Deborah“, o nella conclusiva “Never ending sunday“, mischiati con fragranze Kinks/Barrett) e, in generale, un amore per il sound psichedelico dei Sixties (presenti in “Pictures of the years gone by” e in “St. George“, dal sapore quasi Hendrixiano) fino al momento in cui i Ramones del periodo seconda metà degli Eighties incontrano gli Who (“Lord of the flies“). Il tutto imperniato sempre su vocals melodiche e pulite che si incastrano alla perfezione nel tessuto scheletrico dei pezzi.  Ma il più grande pregio di “Sebi”, Nando e soci sta nel saper sapientemente dosare le armonie per creare canzoni mai banali e, anzi, le cose migliori vengono fuori proprio quando l’aspro e saltellante spirito del punk rock viene rimodellato e forgiato secondo nuove esigenze “pop” che danno vita a figli ibridi generati dalla vitalità evergreen del rock ‘n’ roll veloce e feroce da scapestrati e in seguito svezzati dai fratelli maggiori dei teppistelli post-77, i precursori del Pop (da intendersi nel senso più nobile del termine) moderno, che tra uno sballo collettivo, una allucinazione individuale e geniali epifanie hanno tracciato la rotta musicale e concettuale che ha segnato tutto il cammino dai “mitici anni Sessanta” in avanti. Lo stesso punk rock delle origini, in fondo, si era abbeverato alla fonte dei 45 giri di oscuri gruppi bubblegum/doo-wop e di compilation dedicate ai complessi garage rock dei Sixties. E lo stesso Iggy Pop degli Stooges non sarebbe stato lo stesso se non avesse assimilato la lezione shaman blues impartitagli dal suo idolo Jim Morrison.

Dilemmi musicali irrisolvibili, ma indici di maturità creativa: gli eterni adolescenti sono cresciuti e si stanno evolvendo, dimostrando una solida credibilità underground e potendosi permettere la libertà di fare come gli pare (anche restare tre lustri senza incidere materiale) perché non devono rendere conto a nessuna strategia di marketing né a leggi di mercato. Tutto ciò che gli ascoltatori devono fare è alzare il culo dalle sedie e andare a riempire i posti dove i nostri suonano e supportarli comprando i loro dischi. Questo è il modo più bello per ringraziarli.

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