Ragazzi di zinco di Svetlana Aleksievic, edito da e/o

Ragazzi di zinco di Svetlana Aleksievic

Ragazzi di zinco di Svetlana Aleksievic, edito da e/o

In questo libro l’autrice fa parlare alcuni dei protagonisti dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, di un conflitto che – nell’arco di dieci anni (1979-1989) – portò un milione di ragazze e ragazzi dell’Urss a partire per sostenere la “grande causa internazionalista”, una guerra che terminò con la ritirata delle truppe dell’Unione Sovietica e provocò ampie perdite: mezzo milione di vittime afghane e almeno quattordicimila sovietici rimpatriati chiusi in casse di zinco e sepolti di nascosto, nottetempo.

In queste pagine gli afgancy – ragazzi andati a combattere in Afghanistan, che il conflitto ha trasformato in assassini – raccontano ciò che si è voluto nascondere; accanto alla loro, la guerra delle infermiere e delle impiegate che partirono per avventura e patriottismo.

E poi le madri.

Stanche, coraggiose.

 

Potrete leggere passaggi come questi:

 

  • A proposito dei militari, Dostoevskij ha scritto che sono “le persone al mondo meno interessate a porsi dei problemi”.
  • Quando prendono dei prigionieri, tagliano loro le braccia e le gambe e le stringono con dei lacci, perché non muoiano dissanguati. E li abbandonano sul posto in quello stato, e i nostri raccattano questi tronconi. Loro vogliono solo morire e invece vengono curati.
  • In mezzo alla strada, una giovane afghana, inginocchiata accanto al suo bambino morto, urlava. Solo una bestia ferita, probabilmente, urla in quel modo.
  • Avevamo preso prigionieri dei “duch” (termine per indicare i guerriglieri afghani, nda)… Li interroghiamo: “Dove sono i depositi di armi?”. Tacciono. Ne carichiamo due su un elicottero: “Dove? Mostrameli…”. Tacciono. Abbiamo buttato giù il primo sulle rocce di sotto…
  • Hanno ammazzato il mio amico. Dobbiamo lasciare che quelli ridano e vivano contenti? Mentre lui non c’è più… Dove c’è più folla, io sparo… Su un matrimonio afghano, nel mucchio… C’erano gli sposi, giovani… Non ho pietà per nessuno… Hanno ammazzato il mio amico…
  • Avevo visto che bastava un attimo perché di un uomo non restasse più niente, come se non fosse mai esistito. Di qualcuno, è capitato, si rispediva in patria solo l’alta uniforme in una bara vuota, riempita con quella terra straniera fino a fare il peso giusto…
  • Lei non ha mai visto un uomo bruciato… Non ha più la faccia… Né gli occhi… Non ha più corpo… Una cosa raggrumata e vizza, coperta di una crosta gialla di siero… E da sotto questa crosta non delle grida ma come dei grugniti d’animale…
  • I ragazzi saltavano sulle mine… Spesso non ne restava che un mezzo secchio di carne… E noi scrivevamo: rimasto ucciso in un incidente stradale, caduto in un precipizio, vittima di un’intossicazione alimentare. Quando i morti sono diventati migliaia, siamo stati autorizzati a dire la verità alle famiglie.
  • Avevo alle spalle dieci anni di pratica come chirurgo nel centro ospedaliero principale di una grande città, ma quando ho visto arrivare il primo convoglio di feriti per poco non impazzivo. Tronconi d’uomini senza più braccia né gambe, che tuttavia respiravano. Neanche in certi film truculenti si vedono cose del genere.
  • In guerra l’uomo non muore affatto come al cinema: colpito alla testa da una pallottola, agita le braccia e cade. Nella realtà è diverso: la pallottola lo colpisce alla testa, il cervello gli schizza via e lui gli corre dietro per acchiapparlo, può correre anche per mezzo chilometro. Qualcosa di inimmaginabile. Corre finché non sopravviene la morte fisiologica.
  • Adesso ci dicono che quella guerra è stato un errore nefasto, che nessuno ne aveva bisogno, né noi né il popolo afghano. Prima odiavo quelli che hanno ammazzato mio figlio… Adesso odio lo Stato che l’ha mandato laggiù.
  • Durante la marce di avvicinamento c’è la sete, una sete atroce, umiliante. Hai la bocca riarsa, non riesci nemmeno a raccogliere abbastanza saliva da poter deglutire. Ti sembra di avere la bocca piena di sabbia. Lecchi la rugiada, ti lecchi il sudore… Volevo restare vivo. Voglio vivere! Ho preso una tartaruga. Con un sasso appuntito le ho bucato la gola. Ho bevuto il suo sangue.
  • Uno senza braccia e, seduto sul suo letto, uno senza gambe che gli scrive una lettera per sua madre.
  • Una bambinetta afghana… Aveva accettato una caramella da un soldato sovietico. La mattina dopo le hanno tagliato tutte e due le mani…
  • Morivano degli amici… Uno ha agganciato qualcosa col tacco dello stivale, ha sentito uno scatto, era la spoletta e, come sempre in casi del genere, invece di buttarsi giù e schiacciarsi al suolo, si è voltato per vedere cos’era successo, prendendosi decine di schegge…
  • All’obitorio, sacchi pieni di carne umana macellata… Uno shock! Non si deve mai versare il sangue, neanche per una volta, perché poi è difficile fermarsi…
  • Si racconta di un caso… Hanno portato a una madre la bara di suo figlio, lei l’ha seppellito… Ed ecco che dopo un anno lui torna vivo, era rimasto soltanto ferito… La madre ha avuto un collasso cardiaco…
  • Non creda che fossero dei superman… Tipi seduti sui cadaveri, con una sigaretta in bocca, ad aprirsi una scatoletta di carne… O affettarsi un cocomero… Sciocchezze! Erano ragazzi normali. Sarebbe potuto toccare a chiunque.
  • (…) siamo rientrati da un combattimento con delle perdite: morti e feriti gravi… e abbiamo acceso il televisore per pensare ad altro, per sentire le ultime novità dall’Urss. In Siberia era stato costruito un nuovo megastabilimento… La regina d’Inghilterra aveva dato un pranzo di gala in onore di un ospite illustre… A Voronez degli adolescenti avevano violentato due scolare: per noia… In Africa avevano ammazzato un principe… Ci siamo all’improvviso resi conto che nessuno aveva bisogno di noi, che il paese era affaccendato in altre cose…
  • Quella notte, era l’ultimo dell’anno, anche se eravamo fuori per un’incursione siamo riusciti a festeggiare l’Anno Nuovo. Abbiamo fatto una piramide coi nostri mitra, ed era l’abete, e come ornamenti abbiamo appeso qualche granata.
  • Ho preparato un appunto: il numero delle mine, il numero delle file e i punti di riferimento per ritrovarle… Poi ho perso il foglio… Ed era così veramente, si perdevano spesso, oppure ti restava l’inventario ma a scomparire erano i punti di riferimento: lì c’era un albero ed era bruciato… Un mucchio di pietre ed era saltato… Nessuno andava a controllare per aggiornare il documento… Si aveva troppa paura… E così saltavamo sulle nostre stesse mine…
  • Chi racconterà della droga che veniva trasportata nelle bare? Delle pellicce?… Al posto dei morti… Chi le mostrerà le filze di orecchie umane seccate? Trofei di guerra… Le conservavano in scatolette di fiammiferi vuote… Si arrotolavano come piccole foglie secche… Non è possibile? È imbarazzante sentirsi dire certe cose dei bravi ragazzi sovietici? E invece è possibile. E invece è successo.
  • Ho appreso qui che la mina più terribile è “l’italiana”. Dopo, ci vuole un secchio per raccogliere quel che resta di un uomo.
  • (…) nel padiglione di quelli senza gambe si parla di tutto tranne che del futuro.
  • Non ho mai sentito dire che in guerra non si dovesse uccidere. Sapevo che si processavano solo quelli che uccidono in tempo di pace. Quelli erano assassini mentre in guerra la cosa si chiama diversamente: “Dovere filiale verso la Patria”, “Sacra causa di virile ardimento”, “Difesa della Patria”.
  • Ho chiesto a quello che accompagnava la bara: “Ma c’è almeno dentro qualcosa?”. “Ero presente quando lo mettevano nella bara. È lì dentro”. Lo guardo, lo fisso intensamente e lui abbassa la testa, gli occhi: “Qualcosa c’è…”.
  • Un’esplosione!… Per qualche tempo sono rimasto privo di sensi, poi ho visto che ero in fondo a una buca… Ho cominciato a strisciare… Non provavo dolore… Però non ce la facevo a strisciare, mi mancavano le forze, mi superavano tutti… Ci siamo spostati carponi per quattrocento metri poi qualcuno ha detto: “Possiamo fermarci. Qui siamo al sicuro”. Ho cercato di sedermi come tutti… ed è stato qui che mi sono reso conto di non avere più le gambe. Ho afferrato il mitra, mi ammazzo! Me l’hanno strappato di mano… Qualcuno ha detto: “Il maggiore non ha più le gambe… Mi fa pena il maggiore…”. Non appena ho udito quelle parole ho sentito il dolore diffondersi per tutto il corpo… Ho sentito un dolore così terribile che mi sono messo a urlare…
  • Di notte ci cadevano in testa i topi… Abbiamo sistemato delle cortine di garza sopra i letti. Le mosche erano grandi come cucchiai da tè.
  • Dalle raccomandazioni del nostro comandante: “Durante la salita in montagna, se perdete l’appiglio non urlate. Dovete cadere in silenzio come foste una pietra. Solo così potrete salvare i vostri compagni.
  • (…) morto, ucciso… Un ragazzino afghano di sette anni… Era disteso con le braccia allargate e sembrava dormire… E vicino a lui, la pancia sventrata, un cavallo ormai immobile… Che colpe hanno i bambini? Che colpe hanno gli animali?
  • Non avrei mai creduto che degli uomini potessero gridare e piangere a quel modo.
  • Scabre montagne arse dal sole… Sabbia bruciata e pungente… E sulla sabbia, come un grande lenzuolo, giacevano tutti insanguinati i nostri ragazzi… Avevano loro tagliato i genitali… E avevano lasciato un biglietto: “Le vostre donne non avranno mai dei figli da loro…”.
  • Un nostro soldato, ferito, disteso per terra… Sta morendo… Chiama la sua mamma… La sua ragazza… E non lontano c’è un altro ferito, un duch… E sta morendo anche lui… E chiama la sua mamma… La sua ragazza… Ora un nome russo, ora un nome afghano…
  • L’esercito non tollera il libero pensiero.
  • Non ho più né braccia né gambe… Quando mi sveglio la mattina non so chi sono: un uomo o un animale? Ogni tanto mi verrebbe da miagolare o abbaiare. Stringo i denti…”.
  • (…) vengono a bussare dei militari.
  • Mio figlio?
  • Non c’è più.

(…) Gli abbiamo fatto fare la stele. Bella, di marmo pregiato, ci è costata tutti i soldi che avevamo messo da parte per il suo matrimonio. Abbiamo anche sistemato la copertura, una lastra rossa e abbiamo piantato dei fiori rossi. Delle dalie. Mio marito ha dipinto la recinzione.

  • Ho fatto tutto come si deve. Nostro figlio può essere contento.

Quella mattina mi ha accompagnato al lavoro. Mi ha salutata. Finito il mio turno, rientro: lui è in cucina impiccato con un asciugamano, proprio di fronte alla fotografia di mio figlio, la mia preferita.

  • Ricordo la data, il mese e anche il giorno: 19 dicembre del 1980 (…) Ci davano, da dividere in quattro, una scatola di sgombri che portava sull’etichetta l’indicazione: inscatolato nel 1956, da consumarsi entro diciotto mesi.
  • A un tratto un’esplosione: il blindato di testa era stato colpito in pieno da una granata. E ho visto dei ragazzi che conoscevo bene portati a braccia dagli altri… Senza testa… Come delle sagome di cartone… Le braccia ciondoloni… (…) abbiamo cercato di rimettere insieme i corpi dei nostri, pezzo per pezzo, in qualche caso raschiandoli dalla blindatura. Non portavamo i piastrini di riconoscimento, così alla fine abbiamo steso un telone catramato: la loro fossa comune… Va’ a sapere di chi è questa gamba, o quel pezzo di cervello…
  • Stavamo rastrellando un kislak. Di solito spalanchi la porta con un calcio e prima di entrare nella casa butti una bomba a mano per non beccarti una raffica di mitra: perché dovresti rischiare?, con la bomba vai sul sicuro. Lancio dunque la mia bomba all’interno ed entro: per terra ci sono delle donne, due bambini e un lattante. In una specie di piccola scatola… Che gli faceva da carrozzina… Adesso, per non impazzire, mi cerco delle giustificazioni. (…) Tornato a casa, mi ero ripromesso di essere buono. Ma ogni tanto mi verrebbe voglia di segare la gola a qualcuno… Sono tornato cieco. Una pallottola mi ha staccato tutte e due le retine. È entrata dalla tempia sinistra ed è uscita dalla destra. Distinguo solo la luce e le ombre. Ma quelli a cui andrebbe segata la gola, li conosco bene… Quelli che considerano soldi sprecati mettere una lapide sulla tomba dei nostri compagni… Quelli che non vogliono darci gli appartamenti. “Non l’ho mandata io in Afghanistan…”. Quelli che se ne fregano di noi… Tutto quello che è stato, che ho vissuto continua a ribollirmi dentro. Che nessuno provi a togliermi il mio passato, sarebbe fatica sprecata. Vivo solo di quello.
  • La cosa più vulnerabile di un uomo è la sua tomba.
  • Hanno riportato il mio amico col ventre squarciato… Lui mi ha chiesto di dargli il colpo di grazia… E io l’ho fatto…
  • Quando tacciono le armi, la guerra ricomincia da capo. Bisogna ripensarla, riviverla. E fa ancora più paura…

 

Ragazzi di zinco di Svetlana Aleksievic

Cos’altro aggiungere?

Forse vale la pena riportare la confessione di un soldato americano reduce dal Vietnam: “Da noi in America, a distanza di otto anni dalla fine della guerra, il numero di ex soldati e ufficiali che si sono suicidati equivale a quello delle perdite in combattimento”.

 

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