MUON – GOBI DOMOG


Recensione

I Muon sono strettamente tesi a porsi quale alfieri del doom-heavy-stoner-rock nostrano, ci sono buone idee nel canestro di Gobi Domog e benché il genere non riservi diaboliche sorprese qui almeno respiriamo zaffate di aromi che suscitano attrattiva verso la sostanza generata.

A sentire i Muon, chiunque schiacci il tasto play della loro musica si troverà davanti il concretizzarsi di una una porta aperta a 3/4 il cui pavimento visibile richiama all’interno – e non so se vi entrerete, data la cattiva fama di cui godono le porte – suggerendo visioni caleidoscopiche a tinte solarizzate in movimento ed il serpeggiare di colori magnetici che attirano per meravigliosa e fantastica modificazione del reale; ed è comprensibile il desiderar d’avventurarsi oltre quella soglia dopo averne fissato a lungo la fetta aperta dello straniero luogo… da cui non potrete più sottrarvi dal violarlo. AHRAHRAHR AH!

Muon tuonano riffs ed echeggiano parole in guisa mastodontica, la percezione è che il corpo si stacchi dalla mente, il cuore rallenti, e come i vostri piedi si faccia pesante; d’altronde avete perso troppo tempo fermi sull’uscio a cincischiare, ipnotizzati dalla seducente musica che filtrava da quell’apertura, ed ora che ne avete varcato la zona arlecchino sta già risuonando il quarto pezzo The Second Great Flood, inevitabile non tenerne il ritmo. La seguente è l’ultima song in cartellone, THE CALL OF GOBI, che sul modello del martello pneumatico prende a calci il vostro cervello spedendolo alto sullo speed rock, ve lo sentite girandolare attorno all’indice della potenza trascinante in post-Motorhead style, intanto che il vocalist v’annodi enormi fiori viola, a pistillo giallo, attorno la gola: qual bel papillon saturnino! – ed il respiro si fa affannoso.

Luke dai microfoni scandisce formule magiche da provetto guru e la scena sciamanica teletrasporta direttamente alla intuizione di streghe liberate dal rogo targato 1666. Siete stati voi, colti dal travaglio del passaggio dallo stato solido a quello liquido, a spegnere il fuoco! L’estasi è dovuta, i micidiali minuti della chiamata del Gobi vi rendono indietro il potente scettro che scardina in corpore; la vitalità sgorga lungo le tante diramazioni mentali, siete presi a colpi di trasformazioni dalla sei corde, rinculano pennate sul basso-scure, primitive battono le pestate sui piatti e sulle tese delle pelli dei tamburi, reificando la rigenerazione. Tocca ricominciare da Hanging Rock…

La rocciosa orogenesi interessa il permanere innalzati sulle cime tempestose arricchiti da visioni d’onnipotenza, state solo cercando una via districandovi tra i mushrooms giganti: vita nova, dust my broom, the hills have eyes (closed); narghilè fumanti, gatti sorridenti a 36 denti.
Tè lisergici vengono serviti ad un nero tavolino giapponese, l’incantesimo dei “Neverborn”, guardiani e presenze soprannaturali del nuovo mondo che state esplorando, cioè, a spasso con l’entità in another infernal land, vi annebbiano i sensi.

E’ tempo di levarsi dallo stuoino ed uscire dalla casa matta, un’arca vi condurrà sul mare magnum creato da THE SECOND GREAT FLOOD; è guerra dell’equilibrio restando a galla, spintonati in coperta dalle mastodontiche onde; 12 minuti durante i quali il cervello gronda acqua da tutti i pori e a tenervi attaccati alla imbarcazione, ora diventata scialuppa, è la fede nel fantastico vento che vi trasporterà nell’illusione di un approdo: Neverland, il progetto allucinatorio. Se le chitarre guerreggiano con forza è significativo che avete preso a reagire contro le forze che vogliono piegarvi al muto abisso, l’elettricità emanata dai MUON poteri nutre cuore e nervi mantenendovi col fiato sospeso in attesa della lunga e sofferta prova a venire: i campi gravitazionali, forze che schiacciano come fogli A4 uscenti speditamente dalla stampante laser: occorrerà assolutamente riprendere forma divinatoria per uscire vivi da siffatta mirabolante esperienza ed andare a raccontarla in giro, pena, contrariando il diktat, l’essere inghiottiti dalla ingrugnita, squarta bile, “Stairway To Nowhere” – ed allora saranno funghetti amari.

La Karma Conspiracy Records di Benevento mette al banco il nuovo disco dei MUON, ensemble veneto che vede i natali nel corso del tempestoso 2004; e tempestosa è stata anche la sua storia, riportando il sereno stabilizzarsi d’essa all’incirca due anni fa.

Oggi i MUON fanno capo a sei attori che sciorinano musica e concerti divulgando il loro culto, quello del Gobi, e improntando linee direzionali affini all’Heavy-Doom, allo Stoner, alle infiltrazioni psycho-elettroniche, ricercando un territorio musicale ove sviscerare il forte impatto delle loro passioni eretiche!

E ormai ci sei dentro anche tu.

TRACKLIST
1. Intro (I Feel Doomed)
2. Neverborn
3. The Second Great Flood
4. Stairway To Nowhere
5. The Call Of Gobi

Luke – Voice
Jacopo – Guitar
Pietro – Guitar
Luigi – Bass
Max – Drums

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