Moonage Daydream di Brett Morgen

Moonage Daydream di Brett Morgen

Moonage Daydream di Brett Morgen

Dopo il lungometraggio dedicato a Kurt Cobain, torniamo a parlare di Brett Morgen, e lo facciamo dopo aver visto il suo recentissimo “Moonage Daydream”, con cui ha scelto di rendere omaggio a uno degli artisti del secolo scorso che hanno scritto la storia della musica.

Dopo il lungometraggio dedicato a Kurt Cobain, torniamo a parlare di Brett Morgen, e lo facciamo dopo aver visto il suo recentissimo Moonage Daydream, con cui ha scelto di rendere omaggio a uno degli artisti del secolo scorso che hanno scritto la storia della musica.

Le aspettative erano ovviamente altissime, non tanto per quello che ha rappresentato, e continua a rappresentare per me David Bowie, ma proprio perché se Morgen aveva deciso di cimentarsi con il mito doveva avere per le mani un gioiello. Approcciare Bowie con una pellicola zeppa di materiale edito e dell’immancabile pletora di artisti/conoscenti/parenti/amici che lo incensano sarebbe stato un suicidio.

Per nostra fortuna il format non ha ripercorso quello del docufilm dedicato a Cobain, per lasciare spazio ad una costruzione che riprende il cut up audio e video che lo stesso Bowie aveva fatto suo sull’entusiasmo per l’uso che ne aveva visto fare a Burroughs. Mancano completamente le voci fuori campo di chi ha avuto a che fare con lui. Per tutte le due ore e un quarto della pellicola c’è solo la voce di Bowie che racconta sé stesso, attraverso interviste o flussi di coscienza con cui analizza alcuni tra i momenti più importanti della sua carriera e della sua vita. C’è infatti una piacevole e interessante alternanza tra il Bowie uomo e il Bowie artista (non solo musicale) che finisce, alla lunga per sovrapporsi, in un caleidoscopio multisensoriale fatto di immagini, suoni e esplosioni di colori che rendono perfettamente l’idea di un artista multiforme come lui.

C’è chi ha parlato di una durata eccessiva. Personalmente credo che i 140 minuti (oltre ad essere volati via in un attimo) non siano e non possano essere sufficienti a raccontare un artista del calibro di Bowie. E non parlo da fan (non solo perché non sono fan di nessuno, men che meno di me stesso), sarebbe sciocco farlo. Si tratta però di sottolineare come Morgen abbia lasciato fuori alcuni momenti che considero importantissimi nella sua carriera. Non ultima, la scoperta della malattia e la gestione della stessa, fino all’epilogo di Blackstar. L’unica spiegazione che mi sono voluto dare la ricerco nella scelta di non andare a sondare quei momenti di intimità legati alla salute, anche se però è vero che gli ultimi album se rivisti, riletti e riascoltati a posteriori, con la cartella clinica davanti assumono un diverso spessore. I documenti audiovisivi fanno infatti riferimento a quello che per mia fortuna coincide con il periodo che preferisco nella sua lunga carriera, quello che copre tutti gli anni settanta e la prima parte degli ottanta. Con la nascita e la morte di Ziggy Stardust, la svolta glam, la trilogia berlinese e il pop degli 80’s. È altrettanto vero, però, che si vanno a perdere tutte le sue evoluzioni più recenti, degli ultimi vent’anni per intenderci, che, al netto di alcuni passaggi a vuoto, che non possiamo non riconoscere, ha rappresentato comunque un momento meritevole di attenzione, non fosse altro che per la sua necessità di cambiamento.

Perché è proprio qui, nella sua smania di cambiare che troviamo il fulcro del film. È lo stesso Bowie a sottolinearlo in ogni occasione: Se ti senti al sicuro in quello che fai non stai lavorando nel modo giusto. Vai sempre un po’ più in là nell’acqua di quanto credi di saper fare. Spingiti oltre il tuo limite. E quando senti che i tuoi piedi non toccano più il fondo, cominci a essere nel posto giusto per creare qualcosa di emozionante.

A giochi fatti, emerge la figura e lo spessore di un uomo dotato di grande ironia, intelligentemente disposto a mettersi ripetutamente in gioco, creando dei personaggi con cui esorcizzare i propri demoni interiori. Un uomo che non si è mai sentito all’altezza in quanto David Robert Jones e che ha dovuto vivere diverse esistenze per poter andare avanti. E per poter portare avanti la sua idea di inclusione di ogni forma di diversità, sfidando sia le istituzioni che la rigidità di un mondo che sentiva troppo stretto. Alla fine non c’è nessun “alieno” ma solo un uomo che si spoglia di ogni pudore e ci rivela il suo intimo, la sua sensibilità. Un uomo sostanzialmente molto severo con sé stesso, ma sempre e comunque connesso con quello che accade nel mondo, pronto a coglierne ogni sfumatura, per captare ogni nuova influenza e presentarsi dando del tu al futuro prima di ogni altro.

Più che una biografia Moonage Daydream racconta il percorso evolutivo di un artista iconico ed eclettico che, come detto, non riusciva a stare fermo: “Per tutta la vita ho detestato la banalità e ho voluto esplorare territori sconosciuti, fare conoscenze, incontrare le persone nel mondo, essere continuamente un altro.”

C’è sicuramente riuscito.

 

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