Minor Threat Complete Discography CD (Dischord 1990)

Minor Threat “Complete Discography” CD (Dischord 1990)

Minor Threat Complete Discography CD (Dischord 1990)

Dei Minor Threat è già stato scritto tutto. Il loro brevissimo percorso, fatto di tre EP e un solo album nel giro di quattro anni (dal millenovecentottantuno al millenovecentottantacinque) è stato analizzato in ogni sua forma e declinazione.

Dei Minor Threat è già stato scritto tutto. Il loro brevissimo percorso, fatto di tre EP e un solo album nel giro di quattro anni (dal millenovecentottantuno al millenovecentottantacinque) è stato analizzato in ogni sua forma e declinazione. Quello che mi spinge a parlarne oggi è quella sensazione di freschezza che ancora mi pervade ogni volta che ascolto “Complete Discography”. È come tornare agli anni d’oro dell’hardcore dimenticando tutto quello che è successo in ambito musicale nel frattempo nel corso degli anni. E che, per lo meno per me, non ha mai raggiunto le vette toccate dalla band di Ian MacKaye.

L’album, uscito nella sola versione in CD, ovviamente per la Dischord Records, raccoglie tutta la produzione dei Minor Threat. Ventisei brani per una durata di poco inferiore ai cinquanta minuti. Tutta la loro storia è raccolta qui. Il resto sono chiacchiere. Inutili.

Riascoltandolo ora, a distanza di anni, grazie anche alla scaletta che ci propone i brani in ordine di uscita, non possiamo non notare come il cambiamento (stilistico ma non concettuale) fosse già ampiamente in atto. Siamo stati noi a non farci caso al tempo, troppo presi dal pathos che ci trasmetteva ogni loro release.

Musicalmente “Complete Discography” si caratterizza per il fatto che i brani sono concepiti in modo da riuscire a “dire tutto” in quel minuto o poco più della loro durata, in netto contrasto con il trend del momento. In antitesi, ad esempio, con i quindici minuti di un brano di rock progressivo, o dei cinque minuti del metal. Arrivare subito al dunque, e farlo senza compromessi, questa la scelta ideologica dei Minor Threat. Ma non solo, la stessa scelta di fare tendenzialmente solo EP va infatti letta in questa direzione, quella di riuscire a condensare tre, massimo quattro brani, tutti di altissimo livello e stop. Anziché farne quindici, dove più della metà risultano essere riempitivi del tutto inutili. Non a caso il loro primo EP consta di otto brani per la durata di soli nove minuti. Era la necessità di risultare quanto più credibili possibile, di dare un seguito concreto alla loro scelta di trasparenza e sincerità, iconografica, stilistica e concettuale.

Vivere a Washington DC in quegli anni significava impersonare un ruolo che si identificava con la solitudine e l’incomprensione. Da qui la loro idea di mantenersi lontani da quel divismo facile che imperava in quegli anni negli States. Da qui la scelta, o meglio la necessità di considerare il loro come un percorso a termine, che durerà forse anche meno di quanto preventivato. I quattro, poco più che adolescenti, hanno scritto una pagina indelebile dell’hardcore statunitense. Mossi da un misto tra nichilismo, depressione e alienazione sociale, hanno fatto “tutto e subito”, riuscendo nella non facile impresa di allontanarsi dall’identificazione con il punk originario (quello britannico, che fa capo ai Sex Pistols, per intenderci) e quindi dalla rivoluzione sociale, a favore di un’asocialità che strizza l’occhio alla “non ideologia”, il tutto alla faccia di quel movimento Peace & Love che non hanno mai smesso di denigrare e da cui hanno sempre preso le distanze.

Mi piace pensare che la scelta di dividere le loro strade sia figlia della loro consapevolezza di non poter andare oltre. Di essere cioè arrivati ad un punto in cui tutto quello che avevano da dire l’avevano già detto. L’aver capito che andare avanti avrebbe significato infrangere quello in cui avevano sempre dichiarato di considerare concettualmente fondamentale per loro. Anche se, forse, alla base dello scioglimento, ragionando in modo più pragmatico ci saranno sicuramente stati i soliti scazzi che pongono fine ai gruppi. Ma, come detto, sono un sognatore e di conseguenza mi piace illudermi che la spiegazione sia da identificarsi con la prima delle due.

In ogni caso la loro è stata una presenza fondamentale in ambito musicale, proprio per la loro rapida ascesa e la scelta di non andare oltre, decisione che ha fermato il tempo cristallizzandolo in un’istantanea che è passata alla storia, un qualcosa che continuiamo ad ascoltare, pur sapendo che suona e suonerà sempre allo stesso modo, ma di cui abbiamo bisogno, anche fisicamente, per scrollarci di dosso l’apatia di oggi. Non c’era la ricerca ossessiva di una pulizia sonora e di una perizia tecnica. Ma solo tanta grinta e spontaneità. A metà tra il garage anni settanta e il metal degli anni ottanta. In uno spazio temporale indefinito dove esistevano solo loro.

Il disco ha una sua valenza sociale che si sposa alla perfezione con la scelta sonora ruvida, quasi approssimativa ad un primo ascolto, ma molto mirata ad una successiva analisi più ragionata. I Minor Threat non hanno inventato nulla, ma riescono comunque a passare alla storia grazie alla loro attitudine.

E ascoltare oggi “Complete Discography” significa rileggere un manifesto che possiamo vedere, oggi come ieri, come un trattato di aggressione selvaggia senza compromessi.

 

Minor Threat

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1 Comment
  • Marco
    Posted at 08:42h, 07 Settembre Rispondi

    Sullo scioglimento dei Minor Threat pesa anche il clima di violenza presente nella scena americana e anche a Wahington DC.

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