Nel momento in cui abbiamo deciso di raccontarvi “La città delle donne”, l’esordio per Red Star Press di Bianca Fusco, abbiamo scoperto che, di recente, è andato in stampa il suo secondo libro “Lo spazio urbano come terreno di conflitto. Gentrificazione, politiche della sicurezza e ideologia del decoro a Bologna”. Ripromettendoci di acquistarlo al più presto, per poi poterverne parlare, torniamo al suo debutto, incentrato sulla strumentalizzazione del corpo femminile nel contesto urbano.
“La città delle donne” analizza il rapporto con gli spazi pubblici delle nostre città partendo dal presupposto che tali aree siano a beneficio solo di coloro che siano in possesso di determinati requisiti. In primis l’essere inclusi in quella categoria di cittadini che utilizza la città in funzione consumatoria. Tutti coloro che vivono una socialità che non può essere messa a profitto vengono esclusi. La città richiede produttività e consumi. Del resto può farne a meno.
In un contesto che richiama il mai desueto “produci, consuma, crepa” con cui in giovane età contestavamo le alienazioni del capitalismo neoliberista, la donna viene ad essere inquadrata in una posizione (ancora una volta) di secondo piano. Tutto in nome del tanto recente, quanto inutile “diritto alla sicurezza” introdotto dai governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Una novità normativa che ha sancito l’introduzione di politiche ulteriormente repressive in ambito sociale, con cui colpire tutti coloro che non rispondono ai canoni imposti da questa visione autoritaria. Se non stai alle regole del “decoro urbano” sei automaticamente considerato un indesiderato e quindi diventi censurabile.
Poco importa se questo (presunto e non facilmente dimostrabile) pericolo sia reale o meno. Ad aggiustare le cose, ci ricorda la Fusco, ci pensa la televisione che, insieme agli altri media, costruisce appositamente un clima di terrore. Non conta quindi il pericolo ma la percezione (indotta) dello stesso. Siamo diventati ostaggi di un nemico costante, che minaccia la nostra sicurezza. E quale nemico migliore di un “diverso” per incendiare gli animi dei cittadini lobotomizzati dai media, e quindi, di fatto, autorizzare le istituzioni a una stretta ancor più repressiva?
A nessuno, ci dice Bianca Fusco, interessa davvero che si promuova un cambiamento sociale reale, che possa possa portare a una revisione della scala di valori in atto, partendo dalla dignità per tutti e dall’inclusività. Ma anche dall’educazione civica, sessuale e sociale. Non interessa per nulla la prevenzione dei reati, anzi, si attende solo che si verifichino, per poi reprimere con ancora maggiore durezza. Ed è proprio qui che l’autrice, ancora una volta, pone l’interrogativo su una delle questioni intorno a cui ha costruito il suo testo. A chi giova davvero tutto questo? Chi sono i reali beneficiari di questa aumentata richiesta di sicurezza? La cittadinanza o la politica?
Il gioco sporco della politica segue pedissequamente un peggioramento delle condizioni in cui versano le nostre città, ormai ridotte ad un agglomerato di abitazioni costruite senza criterio in continua espansione, che non tiene conto della dignità dei suoi abitanti. Inevitabile quindi la creazione di ghetti in cui confinare “gli ultimi”, in modo che non siano visibili, e che non intacchino il “decoro”.
Con questo atteggiamento, secondo la Fusco, si realizza il quadro peggiore in assoluto. Si dà vita ad una guerra tra poveri, che vede gli emarginati come nemico pubblico, e quindi soggetti verso cui scaricare tutte le nostre paure. Quello che in realtà dovrebbe essere visto come il più grande fallimento dello Stato, diventa invece, grazie agli immancabili media che infiammano il sentire comune, una tacita autorizzazione a farsi giustizia da soli, in attesa di una risposta delle istituzioni. Un fallimento che diventa ancor più grande, nel momento in cui le azioni dello Stato risultano indirizzate verso le marginalità non per i loro comportamenti, ma per il fatto di essere “potenzialmente pericolosi”. Si agisce sui sintomi, ancor prima che si presentino, anziché andare a indagare le cause della malattia. Sarebbe tutto così drammaticamente folle se non fosse (purtroppo) vero. Non si agisce sulle cause che determinano comportamenti censurabili, ma si preferisce inasprire le pene. Se poi, come detto, i colpevoli sono anche degli immigrati, allora il tutto raggiunge la perfezione. E il quadro si chiude.
Se la situazione è drammatica per tutti, per le donne lo è ancor di più. Partendo dall’idea (datata, ottusa, ma purtroppo ancora molto diffusa) che la donna sia un soggetto da proteggere, da accudire, in quanto più debole, l’unica indicazione che le istituzioni forniscono è quella di astenersi dall’uscire di casa. La donna quindi deve rinunciare alla socialità, e restare tra le mura domestiche, dove spesso diventa oggetto di violenze e abusi di ogni tipo, perpetrati dalla cerchia familiare, e non dagli immigrati ormai elevati al ruolo di stupratori seriali.
La Fusco insiste (giustamente) su questo punto. E rincara, sottolineando come la donna, nel momento in cui decide di disattendere queste indicazioni ed esce, lo fa “a suo rischio e pericolo”, in altre parole “se la va a cercare”. Passa quindi dal ruolo di vittima a quello di imputata che ha scelto autonomamente di tenere un comportamento censurabile. La donna, in realtà, come ci ricorda ancora una volta l’autrice, non ha bisogno di essere protetta, ha soltanto bisogno di essere libera, di potersi autodeterminare. E di essere ammessa alla vita pubblica in modo attivo, in modo che possa esprimere quelle che sono le sue reali necessità.
Potremmo fermarci qui. Ma in chiusura, prima di lasciare a voi, durante la lettura, le conclusioni dell’autrice in materia, ci teniamo a riportare le parole della Fusco, nel momento in cui va a ribadire come sia quanto meno esecrabile la strumentalizzazione del corpo femminile. La donna diventa importante nel momento in cui viene ad essere l’oggetto delle attenzioni altrui. Quando cioè viene utilizzata per andare a colpire gli indesiderati. La donna che subisce violenza non suscita indignazione, ma diventa il jolly per indirizzare il pensiero comune volto a combattere una battaglia essenzialmente politica. Non importa a nessuno che una donna subisca violenza. Conta invece chi siano gli autori della violenza. È tramite la donna che si realizza quella che la Fusco chiama etnicizzazione del nemico. Peccato però, che per la donna invece, non sia importante l’etnia dello stupratore, ma lo stupro in quanto tale, in quanto propaggine del patriarcato.
Ci fermiamo qui, non prima di avervi invitato alla lettura. Ci sono, nella parte conclusiva, ancora numerose sollecitazioni con cui non potrete…
Autrice Bianca Fusco
Pagine 112
Formato cm 13 x 20 brossurato con bandelle
Collana Barrio Chino
ISBN 9788867182800










