Margareth-Fractals

Margareth-Fractals 1 - fanzine

Margareth-Fractals

I Margareth dopo tre EP autoprodotti ( “Margareth” [2006]; “Out of the City”[2007]; “This
Town”[2008] ) e un disco: “White Lines” (Macaco Records, 2010), ritornano con “Fractals”, ottima
prova di maturità che vede come produttore artistico (l’ immenso) Giovanni Ferrario (già chitarrista di PJ
Harvey e dei Sepiatone di Hugo Race). Le premesse ci sono tutte. Il disco è incantevole.

Da buoni veneti quali sono, i Margareth pennellano con sapiente abilità e pregevole artigianato nove paesaggi sonori che hanno il dono di muovere da subito le corde di chi ascolta. Ma attenzione (!) non è disco da autoradio o da super/iper/ultra/club, serve del tempo e serve attenzione: quindi preparate qualche buon infuso, sedete tranquilli sulla poltrona comoda, spegnete ogni malefico ordigno (pc, tv, cellulare, boy/girlfriend …) e abbiate il cuore di perdervi in queste tele.
Bene! La nostra piccola galleria apre con “Daylight”: folk pop invernale spaccacuore, intervalli da lacrimozzi, un poco Giardini di mirò; la nostalgia è cifra salda in quest’ opera, ogni tanto, come in “Shadows Come”, si macchia di elettrico e si fa più rumorosa, ma è “Rosemary Calls” con i suoi richiami beatlesiani a introdurci nel centro magico di questo cerchio, i campanellini sul finale ne sono un chiaro segno, è il punto di non ritorno…
“Flakes” vive di una semplice quanto oscura alchimia tra voce e chitarra, una ballata che piacerebbe di sicuro al Mark Lanegan degli ultimi dischi, poi piano piano, arriva qualche percussioncina a colorare il quadro ed ecco batteria, piano, distorsioncina, riverbero…il tutto si fa parecchio psichedelico,”sì viaggiare!” direbbe quello… “Beautiful Witch” è uno dei pezzi certamente più “noise”del disco, loop di batteria a dare un tocco alienante al tutto e cadenza litanica del cantato, insomma un piccolo incubo riuscito. In “They Say” torna quell’ aura brit (forse i Radiohead di “The Bends”?), tra le splendide scivolate di piano e un po’ di assoli cacofonici si fabbrica una piccola suite naif.
“Starring at Stores” vuole farci piangere, le notine superribatuttute di chitarra lo esigono, qui la malinconia la fa da padroni; è il suono della solitudine, vien voglia di farsi abbracciare dopo un pezzo così…
Non si può scampare neppure alla lieve “It Will Be Alright”, che ci acchiappa da subito con quella similfarfisa e ci trascina giù giù giù dentro di noi: tutto è distesa bianca, insondabile… urka come siamo fragili… Chiude “Mind Eyes” e a malincuore si abbandona un disco del genere, difatti, tutte le domande a cui non abbiamo saputo dare risposta, tutti i rancori, tutte le ansie arrivano puntuali e feroci come una locomotiva sul finale, a frantumare quel poco di certezze che credevamo di avere. Trombette che ricordano “National Anthem” di Kid A mettono il punto a questo viaggio intimissimo (se non di più).

Ecco quando si parla di “piccola perla” io immagino questo. Non c’è pretesa di grandezza, ma solo buone idee, sapienza e abile manualità. Artigiani del suono nel senso più elevato, pittori delle piccole cose, umili fabbricanti di poesia in musica. Registrato in presa diretta, perdindirindina, davvero un disco magico!

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