“Lo smeraldo” di Mario Soldati, edito da Mondadori
Uscito nel 1974, “Lo smeraldo” è un romanzo di anticipazione in forma di visione e utopia negativa; è quasi un libro di fantascienza. A Manhattan, un alter-ego dello scrittore incontra un anziano che gli rivela come, in un pese delle Alpi Marittime francesi, lo attendono un favoloso smeraldo e una “comunicazione profetica”; arrivato in Francia, si ritroverà in un futuro in cui, dopo una disastrosa guerra mondiale, l’umanità è spaccata tra un Sud povero e caotico e un Nord supertecnologico e militarizzato dove viene largamente incoraggiata la pratica dell’omosessualità, sia maschile che femminile, come sistema per il controllo delle nascite e per garantire alla popolazione il benessere.
Potrete leggere passaggi come questi:
(…) quando si è tremato al religioso mistero della vita, si vede l’inutilità di qualunque confessione religiosa.
– … in che anno avete detto che vivete?
– Nel 1974.
– Ecco, proprio un grande economista di quel tempo scrisse, ho qui il volume, ma perderei troppo tempo per ritrovare il passo… scusatemi se cito a memoria, del senso però sono sicuro: “La più grande, di gran lunga la più grande industria di questa nostra nuova civiltà industriale e consumistica, sia nelle nazioni occidentali sia in quelle orientali, sia in USA più l’Europa, sia in URSS più il Giappone, è quella delle Forze Armate: solo che questa enorme organizzazione consuma l’80% dei capitali e non produce assolutamente niente: noi cittadini delle nazioni industrializzate, viviamo, lavoriamo, soffriamo e moriamo per alimentare questo mostro: è fatale la conclusione: questo mostro, presto o tardi, ci distruggerà”.
Aprì il libro, lo sfogliò, trovò la pagina che cercava: “… E’ un vostro compatriota, uno studioso italiano dei vostri tempi: quest’opera è giudicata innocua dal nostro Governo perché non parla mai di armamenti né di militari: ecco perché la posso tenere qui, a portata di mano. Dunque, ecco: “L’ondata di uomini che sta investendo il nostro pianeta ha raggiunto paurose proporzioni: ogni giorno compaiono sulla terra oltre 350.000 nuovi bimbi… La popolazione mondiale si accresce di 75 milioni all’anno… Nel corso dei prossimi trentacinque anni raddoppierà… saremo circa sette miliardi… Ma il vero grande problema dell’umanità non riguarda solo il numero ma anche l’energia, e riguarda soprattutto il fatto che l’umanità si divide in due forme di civiltà profondamente diverse l’una dall’altra: quella, tecnologica e consumistica, dei paesi industrializzati; e quella, arretrata e ancora primitiva, dei paesi in via di sviluppo. Il cittadino medio dei paesi industrializzati consuma già oggi cinquanta volte l’energia e le materie prime usate dal suo concittadino dei paesi in via di sviluppo. Ora, la natalità dei paesi ricchi, sebbene molto minore in termini numerici, è ancora più pericolosa per il pianeta della natalità di quella massa di innocenti che rendono così tragico il futuro di tre quarti dell’umanità…”.
Da qualunque classe sostenuto od espresso, da oligarchie, da democrazie, da aristocratici, da industriali, da militari, da burocrati, da borghesi, da operai, da contadini, ogni potere era infinitamente più vicino e alleato ad ogni altro potere che non alla classe che lo sosteneva e lo esprimeva, o che, piuttosto, sembrava sostenerlo ed esprimerlo.
(…) l’irrazionalità, la mostruosa follia del Potere fu questa: che invece di preoccuparsi della sovrappopolazione, dell’inquinamento, della mancanza di energia, e invece di affrontare questo problema come unico e inscindibile nei suoi due aspetti contradditori, l’aspetto della nostra civiltà industriale e l’aspetto della civiltà dei paesi sottosviluppati, ha concepito soltanto la più rozza delle sintesi: ha preparato, ha voluto la guerra.
Le favole, le fandonie che mi raccontavano, in casa, sugli zingari, quando io medesimo ero bambino! La paura che mia madre e mia nonna mi mettevano addosso, d’estate, a Rivoli, ogni qual volta apparivano nelle vicinanze della villa i misteriosi accampamenti. “Stai attento! Gira alla larga! Sono cattivi, non credono in Dio ma solo nel diavolo. Rubano i bambini, li portano via, gli cambiano nome e non si trovano mai più!” (…) vedevo i carrozzoni colorati nel sole del pomeriggio di luglio, le povere tende, i cavalli immobili in uno spicchio d’ombra. Passavo nel viale, camminavo rigido ma senza affrettare il passo perché mi pareva che dimostrare paura aumentasse in qualche modo il mio pericolo, facesse più inerme ancora la mia solitudine. Paura, sì, terrore, e tuttavia curiosità: ero affascinato! e ogni due o tre passi non resistevo alla tentazione: continuando a camminare lanciavo verso l’accampamento rapide occhiate, vedevo quei bambini che giocavano e correvano come tutti i bambini del mondo (…), e mi chiedevo se erano davvero i loro figli oppure bambini rubati da piccoli ai signori.
Qualche volta mi capitava di trovarmi, improvvisamente, nella piazzetta del paese, davanti a qualcuno di quegli uomini: era alto, nero, nerboruto, baffuto, con un’espressione che mi atterriva. Mi pareva che rispondesse alle mie occhiate sfuggenti e atterrite con uno sguardo di odio e di minaccia. Fortuna che c’era gente lì vicino, mi dicevo: non avrebbe osato rapirmi! Quanto tempo mi era occorso per capire come quell’espressione non fosse malvagia ma soltanto offesa: come i loro sguardi non fossero di odio ma di tristezza: come, vedendo nei miei occhi il terrore, pensassero solo alle storie che i signori raccontavano ai propri bambini, e capissero così fino a che punto erano esclusi, aborriti da tutti noi!
La memoria bisogna rinfrescarla.
Ha detto Pier Paolo Pasolini: “L’assoluta leggerezza della scrittura di Soldati significa fraternità. Il suo rapporto col lettore non è autoritario, ma mitemente fraterno”.










